Il Mago Reale sollevò un sopracciglio folto. «Credi che per me sia una novità? Alusair, dove hai il cervello? Nella brachetta, come tutti quei soldati che ti accompagnano?»
La principessa lo guardò e sorrise. «Ben detto, mago. Ma non iniziare con gli indovinelli su “Che cosa tiene la principessa ribelle nella sua brachetta”, d’accordo? Mia madre mi ha già fatto la predica.»
Vangerdahast le lanciò un’occhiata severa mentre lei gli si avvicinava. «Lo so bene. A differenza di tante fanciulle altezzose, io l’ho consolata.»
Alusair roteò gli occhi. «Vanj», esclamò, utilizzando un soprannome che il mago notoriamente detestava, «la regina è più forte di tutti noi messi insieme. Ha bisogno di conforto quanto un drago di altre squame. Ora, che cosa vuoi da me… oh. Che stai facendo?»
Il Mago Reale di Cormyr le aveva slacciato la gorgiera e l’aveva scostata con un colpetto; ora le sue dita stavano trafficando con i lacci della giubba di pelle posta sotto di essa.
Alusair inarcò un sopracciglio. «Davvero, mago! Non hai mai sentito parlare di corteggiamento? Occhiate d’intesa, parole dolci, magari un bicchiere di vino da offrire a una ragazza…»
«Alusair Nacacia», grugnì Vangerdahast, «comportati bene. Ora ascolta, scopriti la gola e pesca quel pendente che ti diedi». Il mago guardò disgustato la corazza dalle due protuberanze appuntite e si strofinò l’avambraccio nel punto in cui aveva urtato il Dragone Purpureo scolpito e tagliente che l’adornava. «La tua armatura mi lascia poco spazio per lavorare.»
La Principessa d’Acciaio sorrise ironica. «È fatta apposta. Alcuni degli uomini che mi si avvicinano usano spade e coltelli, ricordi?»
«Huh», borbottò il mago. «Sono quelli saggi, suppongo.»
Alusair scoppiò a ridere.
Vangerdahast lanciò un’occhiata severa oltre le spalle della ragazza, ai Dragoni Purpurei che si erano affacciati per scoprire perché la loro principessa-guerriero avesse l’armatura scostata e la gola esposta davanti al Mago Reale.
«Ora, questo», spiegò Vangy, intento ad agganciare un ciondolo nuovo a quello vecchio, «ti proteggerà da incantesimi piuttosto meschini con cui temo tenteranno di ucciderti i nuovi traditori. È un… è un…»
«Mago?» sbottò Alusair, allungando una mano per fermarlo. Non aveva mai visto il volto di Vangerdahast tanto cupo e livido. Sembrava spaventato e vecchio. Spaventato e… pieno di vergogna.
«Vanj», mormorò la ragazza, scuotendolo mentre lo guardava negli occhi, «che cosa c’è? Che cosa ti affligge?»
Con un grugnito il Mago Reale si sottrasse alla sua presa e indietreggiò. «Io… niente di cui ti debba preoccupare. È una faccenda di maghi.»
«Oh, capisco. Come un cavaliere che entra nel suo palazzo con due spade conficcate nel petto. In tal caso sarebbe una “faccenda di guerrieri”, vero?»
«Alusair», esclamò solenne Vangerdahast, mostrando una certa stanchezza, «lasciami stare. Per favore. Non puoi aiutarmi. Nessuno lo può fare».
Alusair lo fissò, gli batté amichevolmente una mano sul braccio, si voltò e uscì dalla sala. Nella stanza accanto il mago la udì mormorare: «Jalance, puoi legarmelo, per favore? E questa volta cerca di tenere le dita sulle cinghie, hmm?».
Numerosi uomini risero, e il vecchio mago li udì uscire. Rimase solo al centro della stanza e sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
«Che Mystra mi perdoni», sussurrò, «ma non posso. Sono vecchio. Non avrei resistito cinque secondi in Averno nel periodo d’oro della mia spericolata gioventù. Il mio posto è qui, a Cormyr, dove avranno bisogno di me ancora per un po’ di tempo. Oh, Signora Mystra e Lord Azuth, perdonatemi. Elminster, perdonami».
Fuori di sé, si guardò attorno nella stanza deserta ed ebbe una fugace visione di quel ricordo: le rocce aguzze dell’Inferno stagliate come denti neri contro un cielo rosso sangue. Un essere massacrato che strisciava, le ossa spezzate che protrudevano dalle membra martoriate. Un volto aspro rigato di bava, sangue e lacrime, due occhi infossati che conosceva bene. Il suo vecchio maestro, Elminster.
Il Vecchio Mago di Shadowdale era intrappolato all’Inferno, la sua magia esaurita o fatta prigioniera, e tentava di raggiungere con la mente coloro che sperava potessero aiutarlo. Doveva essere tutto ciò che gli restava.
Vangerdahast fece due passi rapidi nella stanza e scosse il capo. Quegli occhi… con uno sforzo scacciò l’immagine dalla mente. Era stata, senza dubbio, strappata a qualche creatura infernale che stava osservando Elminster. Ciò significava, probabilmente, che questi ne era ormai stato divorato. Tuttavia, se ne sarebbe dovuto assicurare; bisognava tentare di fare qualcosa per aiutare quel vecchio ficcanaso. Ma che cosa?
«Mystra, Madre dei Maghi», sussurrò, le parole di una preghiera molto antica, «che devo fare?»
In risposta ebbe solo silenzio.
«Che devo fare?» Il grido rimbombò contro il soffitto della stanza e fece accorrere servi spaventati e Dragoni Purpurei.
Quando questi raggiunsero la stanza, l’aria echeggiava ancora d’angoscia, ma il Mago Reale era scomparso.
6.
Un altro giorno caldo ad Averno
Sembrava che si trascinasse da sempre, afflitto da quel dolore, nel paesaggio infernale, con un arcidemone che s’aggirava con passo pesante nella sua mente.
ACCIDENTI. NON ERANO QUESTI IL DIVERTIMENTO E I BENEFICI CHE MI ASPETTAVO… O CHE MI SONO STATI PROMESSI. MOSTRAMI QUALCOS’ALTRO! FAMMI VEDERE CIÒ CHE TI HA CREATO, PICCOLO ESSERE DI FUOCO ARGENTEO! VELOCE, PRIMA CHE CEDA AL DESIDERIO IMPELLENTE DI RENDERE TUTTO PIÙ DIVERTENTE.
[tarlo mentale, fuoco che avvampa e attanaglia la mente]
[urla, tumulto d’immagini, tentativo desolato di fuggire]
Un uomo arcigno vestito di nero cammina stancamente in un bosco gocciolante, la mano sull’elsa della spada. Il mantello che gli avvolge il corpo è puntato con una spilla d’argento a forma di rosa. Di tanto in tanto i suoi occhi vigili sembrano riempirsi di fuoco argenteo.
SÌ! ALTRO ARGENTO! TORNA ALL’ARGENTO CHE FLUISCE E BRUCIA! MOSTRAMELO!
Una spilla d’argento a forma di arpa, che ondeggia sul petto di qualcuno che corre, nell’oscurità piena d’ombra dove i cani ululano e gli uomini imprecano, subito dietro…
NON SFUGGIRMI, MAGO! MOSTRAMI LA MAGIA DEL FUOCO ARGENTEO ALL’OPERA, NON OGNI DANNATO OGGETTO D’ARGENTO CHE CONTIENE LA MAGIA! LA TUA MENTE È COME UNA BIBLIOTECA CON LIBRI A BRANDELLI, E ORA MI SCAGLI IN FACCIA MANCIATE DI PAGINE STRAPPATE!
MOSTRAMI ARGENTO E MAGIA INSIEME. SUBITO.
Un bastone dal manico d’argento, nero e sottile, pende dalla mano di un grasso mago barbuto. Sospirando, le palpebre pesanti, l’uomo arranca attraverso le sale dal pavimento di marmo scintillante, passa accanto a finestre alte e arcuate, il cui vetro superiore presenta rilievi colorati: immagini di un dragone purpureo in volo. Il Dragone Purpureo di Cormyr.
«Onorato Vangerdahast», mormora una voce da dietro, «la regina ha bisogno di voi, in fretta».
Il mago lancia un’occhiata all’interlocutore invisibile ma aumenta il passo.
NON QUELLO SCIOCCO MALFERMO! POSSO OSSERVARLO BENISSIMO DA SOLO!
Un altro uomo barbuto con indosso una tunica, più alto e più serio, cammina a grandi passi in una stanza dai molti letti, dove giovani fanciulle si stanno vestendo in fretta. Tuniche, fasce, stivali alti e giarrettiere creano una gran confusione. L’uomo non le vede, nonostante impartisca ordini rivolti palesemente a loro. Continua a camminare, lo sguardo fisso su una piccola sfera blu che fluttua nell’aria davanti a lui, volteggiando lenta e leggiadra di qua e di là.
NEMMENO KHELBEN DI WATERDEEP MI È SCONOSCIUTO. TUTTO CIÒ PORTERÀ A QUALCOSA, ELMINSTER? OPPURE STAI DI NUOVO SPRECANDO IL MIO TEMPO E CERCANDO ALTRI TORMENTI?