Quando il soldato si avvicinò, numerosi occhi si spalancarono per la sorpresa, speranzosi. «Mirt», sussurrarono una decina di donne eccitate. «Mirt il Lupo!»
Vi fu un gran movimento di capelli e una bella mostra di gambe aggraziate, ma la signora in grigio rimase immobile, in silenzio. Qualcosa scintillò nei suoi occhi, ma la sua espressione non mutò.
Le fanciulle si spostarono, ancor più sorprese quando fu chiaro l’oggetto dell’attenzione di Mirt. L’uomo si fermò, la mano sulla cintura, e sollevò silenzioso un sopracciglio.
Quella donna era effettivamente vecchia per la Pantofola Scarlatta. Non l’aveva mai vista prima.
Altrettanto silenziosamente, la donna annuì, una volta. Il Lupo avanzò lento e le prese il braccio, come fossero amici d’alto rango a un ballo nel palazzo di Piergeiron, non due estranei impegnati a concludere un affare vecchio come il mondo in una locanda fatiscente. L’amuleto intorno al collo del Lupo rimase immobile e freddo; nessuna magia nei dintorni.
«Dove andiamo?» fu tutto ciò che chiese Mirt quando uscirono nel vicolo illuminato dalla luna.
Fra le ombre, figure scure si avvicinarono di uno o due passi, videro la spada pronta sotto l’altra mano dell’uomo e se ne andarono.
«Da questa parte», rispose fredda la donna. «Non è lontano». Risalirono lentamente la strada, verso il castello, che si stagliava alto sopra di loro. Mirt sembrava non avere fretta; era affascinato.
«Quanto, milady?» chiese in tono gentile ma neutrale.
«Non sono una dama, signore», fu la risposta. «Due pezzi d’oro, uno prima di entrare, l’altro al mattino.»
L’uomo sollevò le sopracciglia. «Non è molto che lo fai», constatò categorico.
«Il prezzo è troppo alto!» lo sfidò fredda la donna da sotto la sua spalla, senza però fermarsi.
Mirt scrollò le spalle. «Non si tratta di questo», rispose. «Hai parlato di mattino. Un trattamento riservato a un ospite gentiluomo.»
«Non è da molto che lo faccio, signore.»
Il Lupo si fermò e si guardò alle spalle. La sua compagna fece per divincolarsi, ma lui le tenne stretto il braccio.
«Ha cambiato idea, signore!» gli chiese lentamente.
Mirt scosse la testa, sollevò la mano e fece un cenno. I due uomini che li seguivano fecero altrettanto e se ne andarono, uno di loro sollevando la spada in un saluto silenzioso.
«No», rispose Mirt. «I miei uomini», aggiunse, e ricominciò a camminare. «Ora non ci seguono più.»
«Perché… no, non sei obbligato a rispondermi», ribatté la ragazza della notte. «Siamo arrivati, signore. Il pezzo d’oro!»
Senza parlare Mirt aprì la mano il cui braccio era intrecciato con quello della donna e rivelò una moneta d’oro scintillante.
E GLI UMANI CI CHIAMANO MALVAGI! ALMENO NOI NON MASCHERIAMO IL MALE CHE FACCIAMO!
Che cosa, Nergal, mi stai forse dicendo che non ci sono inganni all’Inferno? Nessuna bugia? Hmm?
IL MORTO RISORGE! BENE, BENE… GODITI PURE L’ESPERIENZA. IO MI AGGIRO DI NUOVO FRA I TUOI RICORDI, PICCOLO UMANO, ANCHE SE COMINCIO A DIMENTICARE PERCHÉ!
Ah, il mio incantesimo funziona!
[sbuffo, frustata mentale, gemito di dolore, risata diabolica] STUPIDO UMANO, VA’ AVANTI...
«Ancora sveglia, milady?» le domandò Mirt più tardi nell’oscurità. La donna si voltò dando le spalle alla finestra dalla quale stava guardando la luna innalzarsi sul porto, appoggiò qualcosa di lungo e di sottile, che scintillò al chiaro lunare, e tornò a letto.
«Sì», rispose dolcemente, infilandosi sotto le coperte. Mirt le mise un braccio attorno e la tirò a sé, per scaldarla. Dopo un momento la donna si rilassò e rimase immobile contro di lui. Il Lupo carezzò la cascata di capelli accanto alla sua spalla.
«Come ti chiami, milady!» le chiese.
«Nalitheen», rispose con una strana tensione nella voce.
«lo sono Mirt», mormorò l’uomo. Dopo un istante lei ridacchiò.
«Così hanno detto metà delle ragazze alla Pantofola, quando ti sei avvicinato.» La donna era appoggiata contro di lui, calda e immobile. «Il Lupo, ti chiamano. Uccisore di Mille. Credevo fossi più… selvaggio.»
Mirt scrollò le spalle. «Perché? Se sono adirato, combatto. In tal modo soddisfo la mia sete di violenza.» Tossì, e fissò l’oscurità. «Alcuni dei miei uomini sono crudeli, sì, e lo saranno sempre. Altri agiscono da spacconi perché sono troppo giovani per sapere ciò che fanno.»
«Ho ospitato alcuni di loro», asserì Nalitheen con tono neutrale.
«Quelli che hanno combattuto più a lungo», aggiunse Mirt picchiettandole la spalla, «non ti tratterebbero mai in malo modo. La cosa più grande che una donna può dare a un soldato è un riposo sicuro, affinché possa dormire profondamente e rilassarsi, senza temere di ritrovarsi un pugnale nelle costole».
«Lo so», mormorò Nalitheen. «Mio marito era un soldato. Fu ucciso due estati fa, vicino a Daggerford. Si chiamava Borold. Combatteva per Waterdeep, dove era molto stimato. Fu ucciso da mercenari inviati a impadronirsi dei lingotti d’argento della città, a cui stava di guardia. Tutti gli uomini sotto il suo comando furono trucidati e i signori si arrabbiarono molto.» La sua voce si assottigliò e divenne amara quando aggiunse: «Si arrabbiarono per la perdita dell’argento».
Mirt rimase immobile, gli occhi fissi nell’oscurità. Un piccolo brivido di tristezza andò ad aggiungersi al peso del dispiacere precedente, nelle profondità dell’animo. La Compagnia del Lupo aveva preso quell’argento, ingaggiata dai mercanti di Amn. Se Borold quel giorno aveva comandato le guardie, Mirt lo Spietato l’aveva ucciso. Un uomo robusto, con le basette e le sopracciglia arruffate. Prima di morire era stato abbastanza rapido da infilzare la sua sciabola nel braccio di Mirt. L’uomo si agitò, e fece per parlare, ma la voce di Nalitheen era suonata tanto aspra.
«Gli uomini che brandiscono la spada non hanno idea di quante donne patiscano la fame perché vengono lasciate sole, per sempre. Ne conosco molte che non sapranno mai se sono state abbandonate o se il marito è morto», affermò a bassa voce.
«Come hai fatto a sapere di tuo… della morte di Borold?» le chiese Mirt.
«Me l’hanno detto i soldati a palazzo, quando mi hanno convocato. per darmi la sua paga.» La donna scrollò le spalle. «Non so come l’abbiano saputo, e nemmeno se è vero. Mi diedero quaranta pezzi d’argento per la vita di mio marito.»
«Allora, milady», le domandò delicato il Lupo, «perché venderti? È per - perdona la mia sfacciataggine - solitudine?»
Nalitheen alzò nuovamente le spalle. «Ho due figlie. Devono mangiare. Di me stessa non m’importa, ora che Borold non c’è più. Ero solita pensare che l’avrei sentito gridare il mio nome, che l’avrei visto risalire la strada come faceva sempre, cantando. Ma ora so che non lo farà. Mai più.»
I due rimasero in silenzio per qualche istante. Poi il soldato domandò ancora, questa volta più duramente: «Ma perché… venderti?».
Nalitheen si voltò fra le sue braccia e lo fissò, nell’oscurità. «Che altro mi rimane?» chiese semplicemente. «So cucinare, sì, ma ci sono centinaia di persone da questa parte del castello che sanno cucinare meglio di me. Non ho esperienza di lavori manuali, né la forza per caricare e scaricare merci nelle strade e guadagnare qualche soldo. Tutto il resto in questa città è lavoro di corporazione e non ho il denaro per diventare apprendista. Inoltre, il salario non sarebbe sufficiente per sfamare due figli, nemmeno se io morissi di fame.»
Mirt le fece scorrere una mano lungo le costole. «Non hai molte riserve, eh!»
Nalitheen ridacchiò. «Me lo diceva anche Borold. Ho sempre mangiato poco.»