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«Nulla da dire», le assicurò Mirt, e risero insieme. Poi l’uomo si fece silenzioso e poco dopo iniziò a russare. Nalitheen giaceva ancora fra le sue braccia, guardando il buio della notte… e, con sua stessa sorpresa, s’addormentò quasi subito.

VOI UMANI VI ACCOPPIATE CONTINUAMENTE. SE SPRECASTE MENO TEMPO A PARLARE IN QUEL MODO L’UNO NELLE BRACCIA DELL’ALTRO, AVRESTE PIÙ TEMPO PER UCCIDERE E SACCHEGGIARE.

Molte grazie, Nergal, ma si dà il caso che qualcuno a Faerûn l’abbia già notato.

[sbuffata] RIVELAMI QUALCOS’ALTRO, MAGO. LA MIA PAZIENZA È MOLTO DIMINUITA DA QUANDO TI HO CATTURATO.

Si dà il caso che io l’abbia notato.

[risata diabolica, immagini vorticanti]

Quando Mirt si svegliò e si rigirò nel letto, s’intravedeva un’alba grigia. Il cuscino accanto al suo era vuoto. Per prima cosa cercò la spada e la sistemò a portata di mano, come faceva sempre, poi si vestì rapido e silenzioso, per consuetudine, e si stirò un paio di volte come fanno i gatti.

Nalitheen entrò nella stanza prima che avesse finito, con due boccali ricolmi di ciò che sembrava essere brodo di lingua di bue. La donna si fermò all’istante vedendo Mirt completamente vestito.

Lei era scalza e, per tenersi calda, indossava una vestaglia rattoppata, un tempo elegante, aperta davanti ma legata mollemente in vita con una cintura. Gli porse il boccale con un sorriso appena abbozzato e si sedette al bordo del letto, stringendosi ancor più nella vestaglia.

«Te ne andrai, allora!» gli chiese, sollevando lo sguardo verso di lui, un’espressione strana nello sguardo.

Mirt annuì lentamente. «Devo. La compagnia riparte, oggi pomeriggio, dopo che avremo comprato cibo a sufficienza per proseguire.» L’uomo sorseggiò il brodo e annuì in segno di riconoscimento. «Grazie, lo apprezzo molto.»

Nalitheen lo guardò. «Lo stesso vale per la tua gentilezza di questa notte», rispose la donna. Mirt incrociò il suo sguardo, poi terminò deliberatamente il brodo e si alzò. Una moneta d’oro cadde dalla sua mano e rumoreggiò nel boccale quando lo ripose.

«Ancora una cosa, se mi permetterai», asserì lentamente. Nalitheen sollevò gli occhi dal bicchiere, mentre sorseggiava il liquido ancora fumante.

«Mostrami le tue figlie», esclamò quasi supplicante.

Nalitheen lo fissò per un istante, dimenticandosi d’un tratto del boccale che teneva in mano, poi annuì e lo condusse verso una tenda in un angolo della stanza.

La porta dietro di essa era chiusa. Con volto inespressivo la donna mise un’estremità della tenda nella mano di Mirt; poi si chinò e prese una chiave sottile da sotto un’asse del pavimento, la inserì nella toppa e aprì. Una scala conduceva di sopra, in una tenue oscurità.

Nalitheen gli fece cenno di precederla. L’uomo annuì e cominciò a salire, lento e guardingo e i pioli scricchiolarono sotto il suo peso; la scala terminava in una piccola stanza sotto la grondaia della casa, ora illuminata dal bagliore rosato delle prime luci dell’alba. Lassù lo attendevano i grandi occhi scuri e assonnati di due ragazzine dai capelli arruffati, che lo guardarono curiose dal letto che condividevano.

«Naleetha e Boroldira», le presentò Nalitheen standogli alle spalle. Mirt si voltò per la durezza della sua voce e vide le sue nocche bianche strette attorno a un pugnale, la punta perfida rivolta verso di lui. «È di Borold», aggiunse, fredda, indicando l’arma con la testa.

Mirt incrociò il suo sguardo furioso per un lungo e silenzioso momento, poi si voltò deliberatamente a guardare le bambine nel letto. «Signorine», le salutò con voce solenne, inchinandosi come fossero gran dame di corte, «io sono Mirt il Lupo. Vi prego di accettare le mie scuse per aver disturbato il vostro sonno. Naleetha, Boroldira; sono lieto di avervi conosciuto».

L’uomo sorrise e si voltò verso Nalitheen, il sorriso ancora sulle labbra. «Grazie», affermò. Poi passò accanto al pugnale come se non esistesse e scese le scale, senza fretta. Proseguì, con la donna dietro di lui, percorse le scale che portavano dabbasso e raggiunse la porta d’entrata della casa.

Quando si girò, Nalitheen era sul gradino più basso della scala, tremante, il pugnale ancora in mano. Aveva gli occhi colmi di lacrime.

«Metti via il coltello, milady», le suggerì dolcemente Mirt. «Non serve.»

Nalitheen scosse la testa, in un movimento lento e rassegnato, e lasciò cadere il pugnale per terra. Lo fissò silenziosa, con i capelli che le coprivano il volto.

«Da quanto lo sapevi?» le chiese Mirt a bassa voce.

«M-mi dissero chi l’aveva ucciso», sussurrò Nalitheen, e poi lo guardò furiosa fra le lacrime, il capo reclinato da una parte. «Mi dissero che Mirt lo Spietato aveva ucciso mio marito. Ti ho aspettato, due lunghe stagioni, a piangere da sola tutte le notti. Mi domandavo se ti saresti avvicinato tanto da poterti uccidere con questo pugnale.»

«E ora!» chiese Mirt, immobile, senza distogliere lo sguardo dal suo.

«La scorsa notte è stato diverso», singhiozzò Nalitheen, e guardò altrove, camminando lungo l’ultimo gradino delle scale. Giunta all’estremità si voltò e gridò: «Da quanto tempo tu lo sapevi! Chi ero e perch… che avevi ucciso mio marito!»

«Dalla scorsa notte. Quando mi raccontasti come è morto», le rispose sincero Mirt.

«E sei rimasto!»

«Avevo pagato», rispose pacato Mirt, e poi aggiunse: «Scusa, questa era crudele. Ti ho affidato la mia vita, Nalitheen. Allora e adesso».

L’uomo estrasse la spada, lentamente. Lei trasalì ma non indietreggiò. Lo sguardo fisso in quello di Nalitheen, Mirt aprì il fodero, lo scosse e ne fece uscire un sacchetto di stoffa. Le monete al suo interno tintinnarono forte quando vi mise dentro le mani.

«Questa», cominciò dolcemente, chiudendovi attorno le dita della donna con le sue, «è per te, per Naleetha e Boroldira. Mi dispiace. Tornerò e ve ne saranno altre. Hai la mia parola».

Nalitheen lo guardò, immobile e inebetita, la moneta d’oro fra le mani. Mirt la baciò delicatamente sulla fronte, rinfoderò la spada, e prese il suo mantello da un appiglio.

«Dio ti benedica per la tua carità, Mirt», gli sussurrò Nalitheen, con tono stanco più che amareggiato. Poi rabbrividì, scosse un po’ il capo e chiuse gli occhi, appoggiandosi allo stipite della porta.

«Questa non è carità», affermò il Lupo di Waterdeep quasi con ferocia mentre si voltava per avviarsi nella strada ormai chiara, «perché tornerò».

AH, COMMOVENTE! LA PIETÀ MAL RIPOSTA CHE GLI UMANI CHIAMANO «ONORE», CREDO. O FEDELTÀ, O QUALCHE ALTRA SCIOCCHEZZA DEL GENERE. E ANCORA… MENTI COME LABIRINTI, E QUESTA IN PARTICOLARE.

NON INDUGIARE, MAGO PRIGIONIERO… NERGAL BRAMA IL DIVERTIMENTO! CONTINUA!

* * *

«Mi offendi, maiale d’un mercante», asserì il calishita, l’accento pesante quanto il suo profumo. Malgrado non fosse più esile della figura sbuffante, seduta scompostamente con gli stivali sulla sedia, Velzraedo Hlaklavarr di Calimport era vestito molto meglio. Agitando il pizzetto, l’uomo in piedi proferì un fiume delicato d’imprecazioni che misero in dubbio gli antenati di Mirt, la sua igiene personale, le sue abitudini alimentari, gli hobby e la reputazione della madre, nonché la sua familiarità con i cammelli. «Per cortesia», aggiunse con un sogghigno, «spostati da quella sedia che occupi con tanta indolenza. Debbo farne uso… Velzraedo Hlaklavarr di Calimport, Primo Dito del Vizier Mascherato!»

La risposta di Mirt fu una ripetizione del rutto soave e risonante che aveva dapprima offeso il messo dalle vesti di seta. «Perbacco», esclamò guardandosi le unghie, senza muoversi dalla sua posizione al tavolo migliore del Brave Bustard, «ma certamente significa che senape e cotogna non sono adatte a stare insieme in una salsa… perlomeno non nel mio stomaco. Ma ora basta: la mia semplice vicinanza sembra avere un effetto notevole sulla sanità dei catamiti… o siete “calishiti”? Non ricordo mai! Perché…»