Il messo interruppe quella frivola osservazione con un ruggito di rabbia e afferrò uno dei dieci pugnali magici da tiro, dalla lama d’argento, che luccicavano appesi alla sua cintura. Il suo braccio non era altro che un ammasso di sete purpuree, finché non cozzò violentemente sul tavolo e rimbalzò insieme al naso di Velzraedo Hlaklavarr.
Il grosso deretano e gli stivali dorati del calishita finirono catapultati in aria, sollevati dalla sedia che, con un calcio, Mirt l’Usuraio gli aveva conficcato nella pancia. Nella taverna fattasi improvvisamente silenziosa tutti udirono il forte singhiozzo di dolore e l’ansimare di Hlaklavarr, rimasto senza fiato.
Con un gesto noncurante Mirt prese il pugnale dalle dita intorpidite del calishita, usò la punta per togliergli il turbante dalla testa e, delicatamente, spaccò una caraffa di vinfuoco sulla testa pelata del messo.
Il calishita sussultò, agitò debolmente le mani, rotolò su un lato e rimase immobile, la lingua penzolante sul bordo del tavolo.
Mirt sollevò lo sguardo verso i sei guerrieri in alta uniforme che il messo aveva portato con sé e sorrise, rigirando lentamente fra le dita il coltello da tiro di Velzraedo. «Siamo tutti affranti, ma purtroppo lui è collassato. Dev’essere l’aria che c’è qua dentro… molto cattiva, molto cattiva. Temo che le mie offerte non possano far nulla per migliorare lo stato delle cose, perciò, forse, sua eccellenza il Primo Dito si riprenderà più rapidamente e in maniera completa da qualche altra parte, hmm?»
Le guardie fissarono Mirt, le dita strette intorno all’elsa della spada… poi guardarono la dozzina di uomini rozzi e armati fino ai denti, seduti ai tavoli, pronti a colpire con armi e bottiglie. «Forse c’è della saggezza in quello che dici, mercante. Porteremo altrove il nostro padrone, in pace, e ricorderemo la tua gentile premura… e la tua faccia… nelle nostre preghiere, per il futuro.»
Mirt rispose con un gelido sorriso: «Come io la vostra… e se qualche divinità ascolterà le vostre fervide preghiere, il nostro prossimo incontro dovrebbe verificarsi presto, no? Sappiate che sarò pronto».
La guardia s’irrigidì per un istante, per sostenere il suo sguardo, dopodiché, con movimenti lenti e deliberati sollevò il messo privo di sensi dal tavolo e lo depose fra le braccia dei compagni. La scorta uscì, gli ultimi due soldati con la faccia truce rivolta verso la sala da pranzo. I gesti più svariati augurarono loro un viaggio rapido e movimentato… ancor prima che un improvviso tumulto e clangore d’armi in corridoio annunciasse il loro destino.
Il respiro affannoso e un sorriso ampio come il sole sul volto, Beldrigarr Scudodipietra della polizia irruppe nel locale. «Quei calishiti hanno causato guai qui dentro?»
Una decina di teste dal volto inespressivo gli fecero cenno di no.
Scudodipietra sogghignò. «Come pensavo. Beh, due di loro hanno tentato di far fuori un servo proprio sotto il mio naso, laggiù, accanto alla porta… e stavamo già cercando quel messo per aver speso monete false nel Sunset Sail!»
Il padrone del Bustard imprecò sonoramente e infilò la mano nel contenitore sotto il bancone. Ne estrasse un pugno di monete e le scrutò con attenzione.
L’ufficiale scosse il capo, ridacchiando e si sedette di fronte a Mirt. «Allora, Vecchio Lupo», borbottò. «Avrei dovuto saperlo che se… ehi! Che succede?»
Mirt l’Usuraio, il millantatore più famoso della Zona del porto, si era accigliato e stava scuotendo la testa, una strana espressione in volto. Il pugnale da tiro del calishita cadde dimenticato dalle sue dita e rimbalzò rumorosamente sul tavolo.
Scudodipietra indietreggiò come se l’arma fosse una vipera velenosa. «È… avvelenato?» borbottò, spostando lo sguardo dal pugnale a Mirt e poi di nuovo sul pugnale.
«N-no», rispose lentamente l’usuraio. «No, io… qualcosa ha appena toccato i miei pensieri.» Sollevò una mano solcata da una cicatrice, si toccò la tempia e aggiunse piano: «Non sono stati loro. No. Non credo che sapessero di Nalitheen o delle sue figlie». Il suo volto si fece ancor più cupo ed egli borbottò: «È meglio che vada a controllare. Forse sono in pericolo e gli dei mi hanno inviato un segno». Si alzò, gettò una manciata di monete d’oro all’oste ed esclamò: «Offri da bere, d’accordo?».
Un boato d’approvazione lo accompagnò fuori dal Bustard, ma non riuscì a rallegrarlo.
El appoggiò le mani su spalle morbide.
Capelli argentei turbinarono e due occhi freddi e imperiosi guardarono nei suoi. «Hai una vaga idea di quanto folle sia stato questo gesto, Elminster di Shadowdale?» gli chiese la Regina di Aglarond, mentre la rabbia le faceva alzare la voce come fosse una spada sguainata. «Avrei potuto ucciderti in un istante.»
«Ho trascorso tutta la vita a fare cose folli e ad affrontare pericoli», rispose dolcemente il Vecchio Mago. «Non ho intenzione di smettere ora… indipendentemente dalla bellezza della donna che mi ammonisce.»
Quelle parole la fecero sorridere. «Mi sembra di udire le lusinghe di un thayano», osservò la Simbul, tagliente come una lama.
«Loro, mia cara, hanno imparato l’adulazione da me», esclamò Elminster con tono solenne. «Tuttavia, non hanno appreso il mio buon giudizio, se sono tanto stolti da offrire violenza a una regina tanto potente, passionale e saggia.»
Alcune ciocche di capelli argentei si agitarono mentre parole sommesse le uscirono dalle labbra come colpi urticanti. «E se la violenza mi piacesse, vecchio uomo?»
«Allora potresti offrirla a me», rispose il mago nella sua tunica rattoppata e sporca, allargando le mani. «Mystra mi ha trasformato in una vecchia incudine, pronta a incassare i colpi di molti. Scatenati pure.»
Un sorriso, improvviso come un raggio di luna argentea, fendette la stanza. «Credo che mi divertirò», esclamò la Simbul rivolta all’aria intorno a sé. La regina si tolse la corona e la fece rotolare in un angolo. Guardò Elminster e sollevò un aggraziato sopracciglio. «Che fare ora… del mio meglio, o del mio peggio!»
«Signora», rispose il vecchio mago in modo altrettanto affettato, «lascia, ti prego, che sia io a giudicare».
MAGO, HAI UNA VAGA IDEA DI QUANTO SIANO NOIOSI PER ME GLI AMOREGGIAMENTI DEGLI UMANI? ORA, SE TU L’AVESSI INVESTITA CON UN CAVALLO MAGICO, O SEPOLTA ACCIDENTALMENTE SOTTO UN MUCCHIO DI LETAME O DI FRUTTA MARCIA E AVESSI DOVUTO SOPPORTARE LA SUA IRA, ALLORA MI PIACEREBBE VEDERE. MA LE PAROLE SMIELATE… CREDI CHE I DEMONI NON SAPPIANO NULLA DI QUESTE COSE?
INOLTRE, NON È UNA RIVELAZIONE IL FATTO CHE TI PREOCCUPI TANTO DELLE DONNE. QUALE ALTRO MAGO VECCHIO E LIBIDINOSO LO FAREBBE?
LA MIA IMPAZIENZA CRESCE. PENSO CHE TI DARÒ UNA PICCOLA LEZIONE.
E ALL’INFERNO INSEGNIAMO ATTRAVERSO IL DOLORE.
«Tutta Faerûn s’inchina davanti alla bellezza della… della regina di Aglarond», iniziò cauto il Messo Reale di Tantras, il sudore che gli scintillava sulle tempie. Bisognava rivolgersi a lei chiamandola «Strega-Regina» o «la Simbul»? In verità, chi mai osava dire qualcosa in presenza di una signora che sapeva essere una gatta affettuosa e un momento dopo una tempesta capace di far tremare il castello?
La Simbul sedeva scalza sul trono, avvolta in una tunica semplice, aperta dalle spalle alla fascia della vita, che si scostava dalle sue magnifiche gambe all’altezza della coscia. L’ambasciatore di Tantras riusciva a vedere con dolorosa chiarezza che la fiera governatrice di Aglarond non aveva un filo di grasso in eccesso. Notò, in effetti, ogni muscolo e ogni tendine contrarsi quando la donna si spostò in maniera pigra, chiaramente intenzionata a… Sacra Siine! Tieni a freno i miei pensieri…
«Un desiderio consono», mormorò la Simbul a voce bassa, affinché la udisse solo l’ambasciatore. «Sappi che le tue riflessioni non mi offendono, ma sappi anche che sono di fretta, e vorrei sapere rapidamente, bando alle formalità, quali siano i desideri di Tantras per il nostro giusto regno. In poche parole, muoviti, uomo!»