«Que… io… ah, voglio dire…» il messo reale iniziò sotto i migliori auspici. Irritazione, e poi rabbia s’impadronirono del volto reale di fronte a lui. L’uomo divenne bianco in volto e la sua bocca iniziò a tremare di terrore incontrollabile.
Un dito lungo e affusolato si sollevò in un gesto ampio, come a congedarlo.
L’inviato di Tantras si rese improvvisamente conto che forse gli rimanevano pochi istanti di vita. I cortigiani di Aglarond, allineati lungo i muri della stanza del trono, erano diventati tesi e silenziosi… e si stavano sporgendo tutti insieme per non perdersi alcun dettaglio della scena.
L’uomo piagnucolò, domandandosi dove fuggire e sapendo che qualsiasi movimento gli sarebbe stato fatale, e… e…
Ma era ormai troppo tardi. La Simbul sollevò la testa a mo’ di sfida, s’irrigidì, divenne scura in volto e i suoi occhi iniziarono a fiammeggiare. All’improvviso si alzò e voltò le spalle all’ambasciatore tremante. Fece qualche passo felino sul pavimento intorno al trono, artigliando l’aria in segno di frustrazione.
Che cos’era? Per la terza volta, mentre quello sciocco balbettava e tremava davanti a lei, l’aveva toccata, risvegliando qualcosa nelle profondità della sua mente. Oh, un tocco lieve, che l’aveva però turbata, tendendole i nervi e agitando il fuoco argenteo che fluiva nel suo corpo. Quando ciò accadeva, preannunciava sempre qualcosa di brutto. Inoltre, la metteva in agitazione. Metà di lei avrebbe voluto strapparsi i vestiti e volare, mutando di forma in forma, da drago a falco a pegaso, andando sempre più avanti, incalzata dallo spirito, nei cieli di Ferûn, in cerca di… qualcosa. Qualcosa che ancora non sapeva.
Alassra Silverhand rimase in silenzio, immobile, scossa soltanto dai brividi che le percorrevano il corpo. Stringeva tanto forte i pugni che le unghie le ferirono i palmi e il sangue cominciò a gocciolarle dalle dita. Fissava il pavimento, come se il suo sguardo potesse bruciarlo e passarvi attraverso… Un cortigiano si lasciò sfuggire un gridolino, subito soffocato, quando un filo di fumo si sollevò dalle piastrelle del pavimento fissate dalla Simbul.
Il Messo Reale di Tantras indietreggiò, gemendo il più silenziosamente possibile e lottando per mantenere il controllo di se stesso. Tremante fra le grinfie gelide della sua stessa paura, l’uomo era sul punto di gridare e di precipitarsi verso la sua nave, superando i cancelli chiusi del castello, le guardie in armatura e tutto il resto. Sarebbe potuto finire schiacciato dalla Regina-Strega di Aglarond in uno dei suoi attacchi di furia distruttiva… o, come la chiamavano alcuni, «pazzia».
Ora sui volti delle numerose persone disposte lungo le pareti si leggeva una profonda paura. Quando se ne accorse, l’ambasciatore di Tantras ebbe una crisi di nervi. Con un lamento primitivo, che avrebbe reso giustizia a un banshee precipitato in un pozzo infinito, il messo reale si voltò e fuggì dalla sala.
Quando il suo grido di disperazione raggiunse il culmine, la Simbul sollevò lo sguardo… e rimase sbalordita. La sala del trono era quasi deserta, solo alcuni dei seguaci più fedeli tremavano accanto alla porta. I loro sguardi erano fissi su di lei, i volti bianchi e preoccupati.
«Che cosa…? Oh», esclamò la Strega-Regina, interrompendo la frase rabbiosa quando vide la sua immagine riflessa in uno degli specchi alti e stretti che adornavano le pareti della sala del trono. Lingue di fuoco argenteo le uscivano dagli occhi e dalla bocca, mentre fulmini blu crepitavano dalla punta delle sue dita.
«Mystra», affermò a voce alta, «si tratta di qualcosa di serio. Fatti gravi accadono da qualche parte, cercano di raggiungermi, oserei dire… oppure sto finalmente diventando matta come dice la gente. Beh, in un modo o nell’altro, El me lo confermerà molto presto».
Agitò inquieta i fianchi, rise e fece un cenno rassicurante alle maghe accanto alle porte. «Ho bisogno di lui», annunciò Alassra, «è una debolezza a cui non posso più rinunciare. Thorneira! Phaeldara! Andate a riprendere quello sciocco urlante, tranquillizzatelo e ripulitelo se non è più presentabile! Portatemi messaggi, trattati e contese da appianare! Non è il momento di prendersela comoda e di andare a mangiare!»
Con sorrisi esitanti le apprendiste s’affrettarono a obbedire. Dopo che furono uscite dalla sala, la Simbul rimase sola in mezzo a quello splendore deserto e, guardandosi i palmi vuoti, aggrottò le sopracciglia. Ora i fulmini erano scomparsi, ma il fuoco avvampava e languiva appena sotto la superficie.
Che cosa, o chi, avrebbe potuto sfiorarla e turbarla in quel modo? Era tanto distante, tanto… strano, come una chiamata dall’Inferno…
Scuotendo il capo la Regina-Strega di Aglarond tornò a sedersi sul trono e afferrò la caraffa d’acqua e menta, appoggiata a fianco, sopra un letto di ghiaccio. Bene, come tutti gli altri guai che l’avevano tormentata per tutta la vita, era più che certa che, se l’avesse ignorato, sarebbe tornato ad affliggerla presto, e con maggiore violenza. E «presto» significava «subito». Sarebbe, in ogni caso, arrivato nel momento meno opportuno.
Elminster gettò la testa indietro e urlò ancora quando alcuni diavoletti gli strapparono le unghie e cominciarono a rosicchiargli le estremità sanguinanti delle dita.
I MORTALI CHE TENTANO DI FARMI PERDER TEMPO DOVREBBERO ASPETTARSI UN CASTIGO PER LA LORO IMPUDENZA.
La voce mentale di Nergal sembrò emettere un sospiro o uno sbadiglio. Questa volta la sua rabbia tra i ricordi di El era stata breve, e aveva lasciato dietro di sé un violento mal di testa. Il sangue fluiva ancora dalle orecchie e dal naso del mago e gli si raccoglieva in gola, ma in nessun istante durante l’ultimo tormento questi aveva perduto la consapevolezza del proprio sé, né del luogo in cui si trovava.
No, gli era stato risparmiato quel sollievo. Lo strepitio e il massacro infiniti che erano l’essenza di Averno imperversavano inesorabili attorno a lui. El e lo sciame di diavoletti si stava agitando su un promontorio sassoso, le cui macchie e le cui ossa indicavano che abitualmente era utilizzato a mo’ di mangiatoia. Da quell’altezza riusciva a vedere il paesaggio di roccia tormentata fino a grande distanza. Almeno tre draghi stavano volando nel cielo rosso sangue, circondati da stormi di demoni alati, che cercavano di uccidere le bestie che li azzannavano e li divoravano.
POI TI MANGERANNO LE DITA DEI PIEDI, POI LE MANI E I PIEDI. CREDO CHE PERSINO LA DISOBBEDIENZA DEL GRANDE ELMINSTER POSSA ESSERE ATTENUATA DA UN PO’ DI TEMPO TRASCORSO A STRISCIARE E A TRASCINARSI SUI MONCONI VIVI.
El non si curò di far leva sulla sua volontà per rispondergli mentalmente. Era troppo occupato a filare un vortice di ricordi per ingannare il suo aguzzino e fargli credere che stesse perdendo le facoltà mentali… per nascondere la lenta infiltrazione di fuoco argenteo che stava stimolando con estrema delicatezza dentro di sé. El doveva tenere il piacere del suo potere guaritore lontano dalla mente, in modo che Nergal non lo vedesse e non balzasse su ciò che avidamente cercava.
Qualcosa di enorme, di scuro e di terribile si levò all’improvviso sopra cima del promontorio. I diavoletti fuggirono spaventati fra urla e schiamazzi. Nudo, i monconi sanguinanti sollevati in un futile tentativo di difesa, Elminster si ritrovò di fronte un demone degli abissi. Nulla li separava se non i vapori di Averno.
Un sorriso lento e crudele si allargò a rivelare zanne divora-uomini; occhi scuri scintillarono di gioia. Per tutti i Nove Inferni, questa cosa vuole giocare. Probabilmente mi farà a pezzi molto lentamente.
Con un battito d’ali quasi indolente, il demone gigantesco si sollevò oltre il margine della roccia, la coda arrotolata come quella di un gatto crudele, e atterrò davanti al mago, leggero come una piuma.