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Le mascelle di Borgul si chiusero sulla fiaschetta, gettata verso di lui nell’istante cruciale in cui lui e l’uomo mascherato rotolarono insieme sul pavimento. L’intruso sibilò una parola, numerose luci minuscole pulsarono e Borgul s’irrigidì senza emettere altri versi. L’uomo che aveva cercato di uccidere si liberò e si rialzò in piedi.

Il grande segugio giaceva scomposto per terra, immobile, mentre l’intruso si parò davanti a Tamaeril, respirando affannosamente. «Hai altri cuccioli, Milady? Altro che possa uccidere davanti ai tuoi occhi! Beh, non riesci più a parlare!»

Tamaeril gli rivolse uno sguardo stanco. «Giovanotto», mormorò con voce rotta, mentre il petto si alzava e si abbassava nello sforzo di respirare con i polmoni pieni di sangue, «vorrei sapere chi… sei… e… perché… perché…». La donna tossì; il dolore agonico la costrinse a chinare il capo e le riempì gli occhi di lacrime rosse.

Nel contempo udì il suo assassino sussurrare dolcemente: «Dirti chi sono! Quando posso lasciarti morire nell’ignoranza! Accidenti, Tamaeril, graziosa signora, credo di non poterti concedere questa soddisfazione. Ti prego di accettare le mie più sentite scuse». L’uomo rise, emettendo un suono stridulo che la fece rabbrividire.

Tamaeril si sforzò di rialzare la testa e lo guardò con occhi offuscati. La sua volontà spostò silenziosamente il tappo di cristallo, sempre più avanti nella stanza; avrebbe avuto solo un istante una volta che lui l’avesse scoperto. Non avrebbe osato guardare fino all’ultimo momento.

La donna si sforzò di rabbrividire ancora, il che non le fu difficile, ma il dolore che le causò il movimento fu nauseante, perciò voltò la testa, come in agonia. Là. Il tappo fluttuò a qualche centimetro dal gong della servitù. Dei, aiutatemi!

La donna voltò lo sguardo verso di lui. Il gong suonò. L’uomo sorrise. «Oh, perbacco, Signora, chiama pure aiuto. Voglio testimoni che vedano e servi fedeli da uccidere con la mia Arte! Desidero godermi tutto ciò fino in fondo! I miei ringraziamenti!» Dietro di lui si udì un fruscio improvviso.

L’uomo si voltò con un sorriso sottile ancora sulle labbra. Una raffica di proiettili magici partì dalla sua mano per reclamare la vita dell’usignolo di Tamaeril, appena risvegliatosi, nella sua gabbia. L’aguzzino canticchiò allegramente mentre si udiva lo scalpiccio delle pantofole di una cameriera sulla scala sottostante.

L’anziana donna sollevò una mano e pronunciò un incantesimo di sua invenzione; la prima magia che aveva mai elaborato da sola, sotto la tutela del grande Elminster, molto tempo prima. Il tappeto elegante sotto i piedi dell’intruso si animò improvvisamente e lo fece indietreggiare con passo incerto verso il cancello fiammeggiante. Con l’altra mano, lenta e tremante, la donna afferrò la lama fredda che le trafiggeva il petto.

Riacquistato l’equilibrio, l’uomo mascherato si mise a imprecare con rabbia. «Ne ho abbastanza, vecchia scrofa!» sbottò. Poi si lanciò verso di lei e liberò la sua spada, girandola selvaggiamente nella carne mentre l’estraeva.

Tamaeril emise un debole grido e si ripiegò su se stessa, sputando sangue. La sua mano raggiunse la destinazione voluta quasi per caso. Le dita convulse afferrarono l’amuleto che teneva al collo. Tamaeril era vagamente consapevole che il suo assassino si stava avvicinando al cancello magico. La porta della stanza si spalancò e gli incantesimi guardiani brillarono improvvisamente. Il grido sottile della cameriera si levò stridulo. In risposta si udirono urla e scalpiccio di piedi.

L’amuleto emetteva un debole bagliore di color verde e blu, dal potere lenitivo. Il dolore diminuì mentre Tamaeril fissava quella luce e vi si perdeva dentro. Quasi non sentì i proiettili magici che squassarono il suo corpo vecchio e devastato, sollevandolo in posizione seduta sulla sedia dallo schienale alto. Poi la signora donò le sue ultime forze: nei brevi istanti che la separavano dalla morte, sussurrò un avvertimento al collega e amico Mirt. Mirt, attento! Un uomo mascherato… viene a uccidere i signori… possiede l’Arte… mi ha colpito, Tamaeril…

Fu così che, con l’orgoglio di aver compiuto quel gesto Tamaeril, la più anziana signora di Waterdeep, scivolò nell’abbraccio della morte. Il tappo di cristallo s’infranse sul pavimento. La stanza rimase silenziosa per un istante, prima che il flebile lamento di dolore del gatto preferito della donna cominciasse.

[Da qualche parte dell’Inferno, l’umano caduto… sdraiato scompostamente su pietre imbevute del suo stesso sangue… sprofonda affamato e tuttavia nauseato, arso dalla sete e tuttavia bagnato, nell’oblio che l’attende…]

NON MI SVENIRE ADESSO, INFIDO UMANO! ASSAGGEREMO ANCORA IL VERME MENTALE, INSIEME, D’ACCORDO? MI STAVI FINALMENTE MOSTRANDO UN PO’ DI MAGIA, DOPO UN GIRO FRA TUTTI I SIGNORI MORENTI DI WATERDEEP, SE BEN RICORDO...

[frustata mentale, tenaglie che si chiudono furiose, immagini che fluiscono]

Mirt l’Usuraio, un tempo chiamato Mirt lo Spietato, guardò il salotto scuro del mago e deglutì. «Che gli dei ci fulminino», brontolò, lo spadone scintillante serrato in un pugno irsuto. «Siamo arrivati al punto che i signori di Waterdeep possono essere uccisi nelle loro stanze private? E i maghi anche!»

Scrutò la stanza come un falco arrabbiato, i capelli ritti. Un’ascia da battaglia che portava alla cintura sembrò raggiungere da sola l’altra mano.

«Restami vicina, fanciulla», aggiunse. «Non posso proteggerti se non riesco a raggiungerti, come disse un principe chiacchierone alla sua concubina, poco prima che spargessi le sue cervella… ora non ricordo dov’è accaduto. Dei, sto diventando proprio vecchio!»

«Suvvia, mio signore», lo redarguì dolcemente Asper, la spada sottile in mano, mentre si voltava dandogli la schiena, gli occhi vigili sulla stanza, «ricordi quella ballata dei Randal Morn: “Sei vecchio solo se ti senti tale!”.»

Mirt bofonchiò, poi ridacchiò con riluttanza. «Sì. Sì, la ricordo. Ma ora silenzio, perlustriamo un po’ le stanze. Se qualche damerino ha intenzione di attaccarmi, lo voglio sentire arrivare!»

Erano in piedi nella sala cupa e disordinata di Resengar detto il Barbabianca (soprannominato Vecchia Zucca Pelata da alcuni apprendisti), signore di Waterdeep e amico di Mirt. O meglio, ex amico.

A una spanna scarsa dai vecchi stivali consumati e logori di Mirt giaceva Resengar, gli occhi scintillanti fissi sul soffitto decorato di stelle. Le mani del vecchio mago erano sollevate come per difendersi da un nemico; la bocca aperta, incredula. Qualcuno aveva aperto una seconda bocca nella sua gola, un taglio da cui fuoriusciva ancora sangue sul tappeto scuro.

Lo sguardo abbassato su di lui, Asper si aspettava che da un momento all’altro Resengar emettesse quella sua fossetta secca, che si guardasse attorno con la barba ondeggiante, come faceva sempre, per poi scusarsi di essersi addormentato. Ma passarono istanti silenziosi e il mago non si mosse. I suoi occhi fissi e ciechi divennero vitrei: Resengar non avrebbe più tossito.

A Mirt piaceva molto quell’anziano mago timido e confusionario, forse più di tutti gli altri signori, Durnan escluso. Quella sera non vedeva l’ora di udire e raccontare antiche storie davanti a un bicchiere di vino ancor più antico, insieme a quel vecchio pignolo, e di osservarlo mentre guardava bramoso Asper, trattandola con raffinata cortesia… finché il vino non l’avesse sopraffatto e lui non si fosse addormentato, al che i due si sarebbero alzati e sarebbero usciti in silenzio. Come al solito.

Invece qualcuno aveva ucciso Resengar Barbabianca nel suo salotto, la stanza privata per eccellenza, protetta dagli incantesimi e dalle difese dell’Arte. Qualcuno che aveva lasciato una spilla d’argento da arpista appuntata al petto del mago. Questi, che non aveva mai portato la sua runa, figuriamoci altri simboli, non possedeva infatti un simile ornamento.