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Qualcuno avrebbe pagato. Pagato col sangue, se Mirt lo Spietato avesse avuto qualcosa da ridire. L’uomo non si era accorto di aver gridato quelle parole finché non udì la voce debole ma risoluta di Asper, «Sì, signore. Io sono con te e ti seguirò nella missione».

Mirt si voltò e le sorrise, e Asper vide i suoi occhi vecchi e rabbiosi riempirsi di lacrime scintillanti. L’uomo incrociò il suo sguardo comprensivo, notò l’espressione del suo volto e scosse la testa, voltandosi rapidamente. «Bene, dunque», esclamò aspro, «diamo un’occhiata in giro! Non troveremo nessuno se ce ne stiamo qui impalati ad ammuffire!»

Asper si limitò a sorridere e ad annuire, mentre il suo signore si dirigeva a grandi passi verso gli angoli bui della stanza, le armi sguainate. In passato era stato un vero leone: con le sue spalle d’acciaio aveva brandito, a cavallo, asce e lunghe spade, dimostrando una forza tale da riuscire a fendere armature e ossa. O almeno così raccontavano i guerrieri nelle taverne.

Gli uomini l’avevano soprannominato Mirt lo Spietato, e quando cavalcava, il terrore lo precedeva. Lui era il Lupo e i suoi guerrieri, la Compagnia del Lupo. Saccheggiavano e uccidevano con feroce efficienza, ma il massacro non era la loro prerogativa, tranne nel caso in cui qualcuno non pagasse al Lupo quanto promesso o lo tradisse. Tali individui venivano perseguitati e uccisi, senza alcuna pietà.

Nessun uomo può fermare le stagioni, sostiene un detto, o sfuggire alle loro grinfie lente ma inesorabili. Gli inverni passano, indifferenti, e con loro le forze diminuiscono a poco a poco. Così il Lupo divenne il Vecchio Lupo, e Mirt divenne anziano, brizzolato… e ricco. Gli uomini non temevano più il suo nome, e lui non andava più in guerra. Il denaro che aveva guadagnato mettendo al servizio la sua spada, ora lo prestava, a interessi equi, nella città di Waterdeep. Chi tentava di imbrogliarlo constatava però che la sua spada non era divenuta poi tanto lenta, e che negli anni aveva imparato qualche trucco e qualche utile magia.

Quando i debitori onesti non riuscivano a restituire i prestiti, lui prestava loro altro denaro, in cambio di una parte di questo o di quello. In tal modo seppellì molti vecchi compagni di battaglia in tombe confortevoli, uomini che altrimenti sarebbero morti congelati, senza casa, nelle burrasche invernali. Mirt recitava preghiere sulle fronti dei moribondi o su resti ormai sordi, pagava i funerali e consegnava ai discendenti ciò che i defunti avevano lasciato. Le cose di cui era entrato parzialmente in possesso, stamberghe, negozi o navi che fossero, le acquistava e le faceva sue.

Con pazienza, dunque, Mirt l’Usuraio si era arricchito senza farsi troppi nemici, ed era diventato ben voluto nella misura in cui può esserlo un usuraio. Ben voluto! Sì, e infine anche signore di Waterdeep, per molte piccole gentilezze dimostrate negli anni della sua vecchiaia, e una in particolare.

Le ragazze senza tetto della città erano sempre benvenute alla Casa del Grifonegrigio, un tempo il quartier generale della compagnia di mercenari di Mirt. L’uomo aveva speso molto oro per assumere brave donne che allevassero ed educassero le ragazze, che lui stesso aiutava poi a diventare apprendiste, se lo desideravano, o a cui dava una dote quando venivano chieste in moglie.

«Le fanciulle di Mirt» dovevano sempre indossare tuniche dignitose quando uscivano in città. Una volta compiute diciassette estati, erano libere di prendersi l’equivalente del loro peso in oro e argento e di scegliere la strada che più preferivano nel mondo. Alcune rimanevano felicemente nella Casa del Grifonegrigio, altre chiedevano a Mirt di pagar loro l’apprendistato come fabbri, guerrieri o capitani di navi. Il Vecchio Lupo dimostrò, in sostanza, di avere un cuore tanto generoso quanto le sue tasche.

Se di tanto in tanto borbottava, si inquietava o dava in escandescenze, quelli che lo conoscevano passavano sopra a tali manifestazioni e valutavano la sua amicizia per ciò che era veramente. Mirt divenne grasso e ansimante per tutte le ore trascorse a gozzovigliare a tavole imbandite, ma non abbandonò mai le armi, né abbassò la guardia grazie al suo occhio attento e alla sua mente svelta.

Asper guardò il suo signore e vide rughe e una barba incolta, un ventre prominente e una chioma selvaggia di capelli quasi completamente grigi. Vide anche la rabbia ardere nei suoi occhi mentre controllava ogni anfratto della stanza con la spada sollevata, e lo amò ancor di più.

Lo aveva sempre amato, dal giorno in cui, molti anni prima, era capitato nelle strade di una città in fiamme, mentre le sue truppe saccheggiavano e uccidevano intorno e l’aveva salvata dagli zoccoli impazziti di un destriero senza cavaliere.

Uomini induriti dalla guerra erano rimasti a guardare sbalorditi mentre il loro generale, il freddo e micidiale Lupo in persona, sollevava fra le braccia la bimba in lacrime. L’aveva tenuta vicina alla guancia ruvida mentre afferrava le redini del cavallo terrorizzato, lo tirava il più possibile vicino, lo afferrava brutalmente per la criniera, vi saltava in sella e lo spronava lontano da quel luogo devastato.

Aveva assunto delle donne, quella notte e molte altre, ma era sempre lui a fare il bagno e a coccolare la sua bimba prima di metterla a letto, raccontandole fiabe e sussurrandole canzoni un po’ grossolane nella notte.

«Asper» era tutto ciò che ricordava lei del suo nome. Per lui era solo Asper. La bambina andava in battaglia con lui, legata alla sua schiena e avvolta fino al mento in pelli spesse, macchiate di sudore. Un grosso scudo d’acciaio lo copriva da spalla a spalla e proteggeva la piccola, per quanto questa uscisse semiassordata e un po’ ammaccata dagli scontri.

Mirt la nutriva con latte di giumenta, vino, frutta e formaggio, nella misura in cui riusciva a succhiarne dalle sue dita. Più tardi la bambina iniziò a mangiare pane e carne semicruda, e spesso rischiò di soffocare bevendo i forti vini che lui saccheggiava dalle numerose città. Guerrieri sfregiati e chiassosi le facevano il solletico e le mostravano come tirare i pugnali, fare nodi alle corde e usare le armi nel terreno fangoso di centinaia d’accampamenti. Asper era sempre allegra e iniziò ad amare quell’uomo che la faceva ridere tanto.

Gli inverni passarono e le campagne di guerra di Mirt si fecero via via meno frequenti. Asper alla fine perse il conto delle battaglie e divenne sempre più triste per ciò che i suoi occhi vedevano. L’uno dopo l’altro, molti guerrieri suoi amici esalavano l’ultimo respiro tra gemiti e grugniti, oppure rimanevano, dilaniati e immobili, in mezzo alla polvere. Anche Mirt invecchiò e divenne più lento e, finalmente, tornò nella grande e rumorosa città di Waterdeep per rimanervi, non più solo per fare baldoria, per le fanciulle della notte o per ingaggiare nuovi uomini.

Asper crebbe in altezza. Mirt cominciò a comprarle tuniche e pantofole raffinate; un giorno le regalò, non senza imbarazzo, un letto a baldacchino e una stanza tutta per sé. L’aveva anche tenuta abbracciata quando era rimasta sconvolta dagli incubi o, per semplice solitudine, non riusciva a dormire: lui allora la rassicurava goffamente e la riaccompagnava, risoluto, a letto. Iniziò persino a chiamarla figlia.

Dunque era stata la prima delle Fanciulle di Mirt, rifletté Asper, anche se lui la vedeva più come figlia che come consorte. Se vi fosse riuscita, non l’avrebbe mai abbandonato; sarebbe morta volentieri per lui, se gli dei lo avessero deciso. Avrebbe fatto qualsiasi cosa, qualsiasi, per asciugare per sempre quelle lacrime che ora vedeva nei suoi occhi. Ma Resengar giaceva morto, e lei non aveva il potere di resuscitarlo.

Una volta terminato di perlustrare, rabbioso, la stanza, Mirt s’inginocchiò accanto al vecchio amico. Esaminò con attenzione il sangue, la ferita e il corpo straziato poi, con cautela, prese fra le mani la spilla d’argento. Asper non riuscì a scorgere nulla oltre il flusso silenzioso e improvviso delle sue stesse lacrime.

Un braccio forte e familiare le cinse le spalle. «Ora, fanciulla», le borbottò Mirt all’orecchio, «sorridi! Ricorda Resengar che ti guardava con occhi cupidi e ti mostrava quel piccolo incantesimo di cui andava tanto fiero, quello che generava il cerchio di stelle… Quando Mystra penserà al suo seguace Barbabianca, ricorderà tali cose e altro ancora… e sorriderà, puoi starne certa!»