La signora elfo rise lievemente. «Siamo soli, condannato. Non ho bisogno di testimoni, né li desidero… nessuna guardia per tenere a bada le zampe di un animale morente. Sono l’ultima di una fiera stirpe di guerrieri, e mi proteggo da sola.»
Elminster osservò silenzioso quell’esile bellezza elfa seduta sulla sedia. Lady Laurlaethee era gracile anche per lo standard degli elfi. In piedi sarebbe stata poco più alta della vita di El. Due occhi brillanti, color zaffiro, lo scrutarono freddi, senza alcuna traccia di paura. Elminster abbozzò un sorriso e chiese: «E questo… perché?».
«Odio», rispose l’elfa, alzandosi con grazia e agilità. «Nei tuoi confronti e di quelli come te. Bestie che cercano di rubare ciò che non hanno l’intelligenza d’imparare. Se la Srinshee non fosse tanto istupidita dalla cupidigia, tu saresti ancora lì a sforzarti di evocare un piccolo bagliore dalla punta delle dita… un istante prima di ritrovarti a decorare la punta di una lancia di Cormanthor.»
«Beh, è una punta senza dubbio ben smussata», osservò Elminster. «Dato che sono una bestia assetata… e naturalmente priva di buone maniere, mi domandavo se avessi ancora un bicchiere di quell’ottimo vino. Credo che il srindym lo migliori alquanto.»
Gli occhi color zaffiro scintillarono. «Lei ti protegge!»
El chinò la testa. «Signora, L’ha fatto in passato.»
«Quella traditrice!» sbottò Lady Laurlaethee, raggiungendo un angolo in cui sfere di cristallo d’ogni dimensione ruotavano lentamente, emettendo una lieve melodia. «Una volta che la notizia di que…»
«Signora, devo mettervi in guardia dalla vostra stoltezza», la interruppe El alzando un po’ la voce. «Mi sembra di capire che voi pensiate io sia un portavoce della Srinshee. Non è così. Lei non sa nemmeno del nostro incontro, né mi fornisce alcuna difesa. Lo scudo che mi protegge è di mia creazione.»
La bellezza sublime di un volto elfo è rovinata quando le labbra perfette si torcono in un ghigno. «Dunque mi pensi tanto stolta, scimmione. Tu eserciti solo magia che hai sottratto, rubato o estorto con l’inganno a questo o a quell’altro elfo. Chi è questa “lei” che ti protegge se non un membro della Gente!»
«La Divina Mystra, la dea che servo», rispose El con tranquillità. Attese la reazione della donna, calmo, come se non temesse nulla.
«Bah!» sbottò Lady Laurlaethee, fermandosi dietro i suoi cristalli e guardando l’ospite che sperava di uccidere con essi. La luce che irradiavano le illuminò il volto da sotto con uno strano bagliore. «Tutta la magia deriva da quelli che noi veneriamo… i Veri Dei! Se questa tua “Mystra” ha qualche potere, non può essere altro che un volto e un nome trasmesso a voi sudici umani da una divinità degli elfi, la Gente Eletta!»
«Se così fosse», ribatté Elminster con un sorriso negli occhi che non toccò quasi le labbra, «e la mia magia trionfasse sulla vostra, significherebbe che una dea che entrambi onoriamo, qualsiasi sia il suo nome, ha scelto me e non voi, giusto!»
«Taci, scimmione!» ringhiò la padrona di casa. «Stenditi e muori! Come osi profanare l’aria della mia dimora, per non parlare delle mie orecchie, con una simile idea?»
L’elfa piegò le dita ad artiglio e l’aria sembrò scintillare e fermarsi, solo per un attimo, intorno a Elminster. Il mago le sorrise con aria indolente e avanzò.
Lady Laurlanthee s’irrigidì e impallidì, gli occhi furenti. L’aria intorno all’umano che avanzava inesorabile sembrò sospirare. La donna elfo spalancò gli occhi e indietreggiò d’un passo.
Elminster Aumar aggirò delicatamente le sfere di cristallo e continuò a camminare verso di lei. L’elfa mosse le agili dita e sibilò un incantesimo. L’aria si fece brulicante di piccole lance d’argento e di draghi evanescenti, ma l’uomo non accennò a fermarsi.
«Stai indietro, bestia!» urlò la donna, alzando la voce per la paura. «Sta’ indietro, oppure… oppure…»
Uno degli anelli che portava al dito baluginò e svanì. Due mani enormi spuntarono improvvisamente dal pavimento sotto gli stivali del suo ospite, e altre due dal soffitto… mani che però divennero polvere prima ancora di chiudersi sull’umano.
Laurlaethee serrò forte le labbra. Altri anelli si accesero, la donna urlò un incantesimo improvviso e si passò una mano sul palmo dell’altra, ferendolo con un anello appuntito. Una parola pronunciata rapidamente fece sì che le gocce di sangue gettate in aria prendessero fuoco e rimanessero immobili.
Elminster sorrise dolcemente e passò fra di esse senza batter ciglio quando esplosero.
Lady Laurlaethee era quasi in un angolo, la bocca tremante di paura. Le sue successive parole scossero la stanza e la fecero tuonare: lasciarono la donna visibilmente più raggrinzita e indebolita, ma non sembrarono turbare affatto l’uomo che avanzava verso di lei.
Con le scapole ossute sfiorò una parete adorna di fiori, poi l’ultima degli Shaurlanglar rabbrividì, inspirò profondamente e chiuse gli occhi. Non aveva bisogno di vedere, né desiderava farlo, ciò che sarebbe accaduto da lì a poco.
La sua mano s’abbassò come una vipera all’attacco, sfilò il pugnale minuscolo dal fodero che teneva dietro la schiena e l’avvicinò al petto con movimento repentino. Quando questo avesse raggiunto il bersaglio, il suo sangue sarebbe schizzato sulla faccia del nemico e gli avrebbe lanciato una maledizione che nessuno scudo magico sarebbe stato in grado di vanificare. Laurlaethee Shaurlanglar non voleva vivere in un mondo dove le bestie salivano al potere. Non poteva credere che si fosse arrivati a ciò…
Sapeva bene dove colpire, ma non pensava che avrebbe provato una simile sensazione di gelo.
Freddo, tanto freddo, il sangue che sgorga e… e… gloria improvvisa! Calore, una canzone che si leva in alto, un’estasi che non provava da anni, da quando le braccia del suo amato Touor, da tempo scomparso, l’avevano tenuta stretta per l’ultima volta…
Batté le palpebre, aprì gli occhi… e si ritrovò a fissare quelli dell’odiato umano, a pochi centimetri dai suoi. La sua mano era appoggiata sul petto della donna e la magia che l’aveva guarita gli fluiva ancora dalle dita. Dita che raggiunsero il suo polso con infinita delicatezza e le presero la mano.
L’uomo s’inginocchiò e le baciò la punta delle dita. «Lady», esclamò con aria grave, «io sono venuto nella speranza di trovare un amico, non per annientare un nemico. Importa chi veneriamo se facciamo del bene al prossimo? Spero di potervi fare di nuovo visita e che non abbiate mai un motivo valido per usare questo su di me».
El si alzò tanto rapidamente quanto la mano dell’elfa quando aveva cercato la morte e lasciò cadere qualcosa sul suo palmo: il pugnale d’onore, ancora sporco del suo sangue. Mentre Laurlaethee lo guardava, il sangue si dileguò come fumo, lasciando la lama argentea lucida come prima.
La donna lo afferrò e lo sollevò, vergognandosi per il suo tremore. Il mago la stava osservando, a portata di lama, ma non fece nulla, se non guardarla negli occhi.
Laurlaethee Shaurlanglar gettò il pugnale lontano, senza guardare, e si mise a singhiozzare forte, come mai aveva fatto in vita sua, quasi accecata dal flusso di lacrime. Con gli occhi velati vide l’umano allontanarsi e attraversare la stanza fra i brandelli dei suoi più potenti incantesimi, fino a raggiungere il balcone da cui era venuto.
Allora Elminster si fermò, guardò indietro e sollevò una mano in un segno di saluto usato dagli elfi di altri tempi per mostrare rispetto agli anziani.
Mentre lo faceva, tutti gli incantesimi che aveva infranto tornarono in vita con un gran turbinio, e ripresero a brillare e sibilare potenti intorno a lei. La stanza fu scossa ancora una volta dalla forza dei loro poteri contrastanti. El li tenne sotto controllo, incantesimo dopo incantesimo, poi, con un gesto della mano, li fece vorticare e svanire. L’anello riapparve sul dito della donna elfo, ancora carico di potere, e gli incantesimi e il sangue versato tornarono a lei, facendola fremere nuovamente.