«Come sta Lady Laeral?»
«Non sta a me dirlo, merc…» cominciò il giovane mago con una voce fredda come la lama di una spada. Il ragazzo ammutolì inebetito quando una mano lunga, dalle dita affusolate, gli afferrò il braccio da dietro. Poi la sua proprietaria gli rivolse uno sguardo calmo.
«Anch’io, forse, vivrò ancora un po’», disse loro Laeral, un sorriso beffardo sulle labbra. «Una trappola ingegnosa celata dagli incantesimi da Arpista, o almeno, quelli che credevo fossero tali.» La donna annuì amichevolmente rivolta a Piergeiron e si girò verso Mirt. «Stavi per dire qualcosa d’importante, credo?»
Mirt annuì e guardò anch’egli il Primo Lord. «Raccontaci ciò che ricordi, o quello che è accaduto prima che finissi qui.»
Il paladino fece un respiro profondo ed esitante, sollevò la testa verso il soffitto bruciacchiato e cominciò: «Ero… incantato da una magia, fatta da qualcuno che mi ha colto di sorpresa, in privato. Un uomo, a giudicare dal tocco mentale, giovane, pieno di rabbia e d’eccitazione. Mi ha estorto dalla mente nomi, volti e dimore di tutti i signori di Waterdeep».
Intorno al cerchio di sedie e di apprendisti, si udì un fruscio silenzioso, una tensione improvvisa, quasi un sussulto.
«Poi mi ha ringraziato, in modo beffardo», continuò Piergeiron lentamente, cercando di ricordare, «dopodiché è sbucato da dietro il trono, si è inchinato con un ampio gesto delle braccia e svolazzi sprezzanti, la parodia di un cortigiano… e con una spada estratta da dietro la schiena mi ha trafitto. Indossava una maschera ma credo che, se anche se la fosse tolta, non l’avrei riconosciuto. La sua spada mi ha penetrato da parte a parte…»
Aleena emise un gemito di disgusto e di paura, e il padre le sorrise prima di continuare, «…e ha colpito lo schienale della sedia. Ciò ha spezzato l’incantesimo e io mi sono alzato ruggendo. Quell’uomo ha tentato di squarciarmi la gola, ma sono riuscito a sguainare la spada…».
Aleena gliela stava già porgendo, per l’elsa, nel fodero. Piergeiron le sorrise ancora, afferrò l’arma e se la pose sulle ginocchia.
«… mi è sembrato riluttante a ingaggiare un duello. Mi ha lanciato in faccia un incantesimo… fulmini di forza che laceravano come punte di pugnale… e io sono caduto in ginocchio. Poi è fuggito nella stanza accanto e io l’ho raggiunto strisciando, in tempo per vedere il suo piede svanire attraverso un cancello.»
«Un ovale di fuoco rotante!» chiese Asper. «Fiamme fredde? Che sono subito svanite!»
Piergeiron abbozzò un sorriso. «Esatto. È per caso un amico vostro!»
Asper gli lanciò un’occhiata raggelante e il sorriso dell’uomo si fece più ampio. «Mi perdoni, Lady», mormorò, «sono stato meschino… e vi ho insultato. Temo che le mie battute siano un po’ grossolane».
«Eppure, guarda qui, Paladinson», borbottò Mirt, facendo un cenno a uno degli apprendisti della torre. Il mago si limitò a guardarlo, finché Laeral non lo incoraggiò a ubbidire; Mirt gli rivolse un sorriso falso, mellifuo, e prese la spilla d’argento dalla mano dell’uomo, porgendola a Piergeiron con fare solenne. «Questa faccenda mette in dubbio le amicizie, a quanto pare.»
Il Primo Lord di Waterdeep la osservò con attenzione. «Sì, gli Arpisti sono sempre stati amici», affermò lentamente, corrucciato. «O forse lo erano, finora.»
«Tutto ciò è andato avanti per troppo tempo», brontolò Mirt, e sollevò lo sguardo verso Laeral. «Convoca Elminster a palazzo, lontano da tutte le tue difese… e porta anche tutti noi, affinché possiamo incontrarlo. Subito.»
Con la rapidità di una giovane serva, la Maga di Waterdeep annuì e trotterellò fuori dalla stanza, sotto gli occhi sbalorditi degli apprendisti che la guardarono allontanarsi, per poi fissare Mirt, e poi ancora lei. «Elminster», mormorò qualcuno con riverenza.
BENE, ERI PROPRIO UN MAGO SAGGIO E POTENTE. PECCATO CHE NON VEDA MOLTA DI QUELLA MAGIA CHE MI HAI PROMESSO.
[frustata mentale]
[dolore]
[frustata mentale]
[dolore straziante]
[frustata mentale]
STUPIDO UMANO! CREDI CHE ME NE STARÒ SEDUTO PAZIENTE A FARMI ABBINDOLARE PER SEMPRE?
[frustata mentale]
A mezzo mondo di distanza, in una tomba nelle profondità di Myth Drannor, alcune figure spettrali tremolavano in un cerchio evanescente, simili a tante candele alte come un uomo, fredde e bianche, nella penombra.
Due figure più scure stavano al centro del cerchio, intrepide; un uomo e una donna. «La conversazione è terminata, temo», esclamò riluttante Elminster, sollevando il suo bastone. «Mi avete riempito a sufficienza la testa di vecchi incantesimi e di tradizioni antiche… e sono certo che siete stanchi dei miei pettegolezzi.»
«No, uomo», rispose prontamente il baelnorn più vicino. «Voi due siete gli unici visitatori che ci portano notizie del mondo che cammina, gli unici che si ricordano di noi. Anche i baelnorn soffrono di solitudine.» La creatura spostò lo sguardo verso Storm Silverhand e aggiunse con entusiasmo: «Lady… oh, è stato bello sentire di nuovo quelle canzoni! Avete una voce meravigliosa».
«Sì», sospirarono numerosi altri spettri all’unisono.
Il Bardo di Shadowdale rivolse loro un sorriso e rispose: «I miei ringraziamenti. Non sono per nulla paragonabile al più modesto cantore di Cormanth…».
«Ah, Lady», esclamò un altro spirito guardiano della tomba, con un gesto della mano, «i nostri incantesimi possono rievocare in ogni momento i suoni delle canzoni intonate in questo luogo. Ciò che ci manca sono melodie nuove e un cantante in carne e ossa, che le intoni per noi. La vostra gentilezza ci procurerà grande gioia in futuro, molto di cui parlare…»
Un bagliore improvviso di scintille si accese sulla fronte di Elminster. Il mago s’irrigidì e oscillò, una smorfia di dolore sul volto.
«Che succede!» sbottò un baelnorn, sollevando mani fattesi improvvisamente più luminose e pericolose. «Possiamo essere d’aiuto!»
Elminster abbassò lo sguardo e rabbrividì. «N-no, amici. Un nuovo pericolo è venuto alla luce. Ritorneremo in futuro, se riusciremo. Ma ora dobbiamo andare. Addio.»
Scintille blu fluttuarono davanti a Storm Silverhand. La donna non ebbe nemmeno il tempo di sorprendersi che già l’avevano travolta. Il mondo fu invaso da un bagliore blu ed ebbe inizio una caduta infinita.
Gli stivali del bardo toccarono a un tratto un terreno sconnesso. Le scintille blu stavano svanendo, attorno a lei odori di sterco e di mare, di frutta marcia e di fumo di cucine.
«Siamo in un vicolo vicino al Palazzo di Piergeiron, a Waterdeep», le spiegò Elminster quando la mano della donna afferrò la spada che teneva alla cintola. «Mi ha chiamato Laeral.»
«E…» chiese semplicemente Storm, portandosi le mani sui fianchi e girando su se stessa per dare un’occhiata in giro.
«È ora di usare il tuo incantesimo di ricerca, ragazza… teletrasportati dovunque vi sia una spilla da Arpista falsificata o che contenga altri incantesimi. Troverai probabilmente un uomo molto abile con la spada. Resta viva finché non ti raggiungerò.» Elminster baciò Storm mentre questa lo guardava ancora sbattendo le palpebre, accigliata, poi si voltò e s’incamminò di buon passo lungo il vicolo di ciottoli, diretto a palazzo.
Le sue entrate alte e grandiose apparivano stranamente… deserte. Le porte che conducevano all’ala privata, tuttavia, erano chiuse e protette da due uomini enormi che si ergevano come titani impassibili con i loro elmi abbassati, l’armatura lucida come uno specchio.
Il Vecchio Mago si diresse verso di loro senza esitazione, allungò una mano tra i due per sollevare il battaglio, ma per poco non perse la presa quando le alabarde si abbassarono.
La punta di una di esse lo seguì quando balzò all’indietro. La voce della guardia che l’impugnava era tutt’altro che amichevole: «Nessuno può entrare senza permesso».