Elminster sospirò. «Io il permesso ce l’ho, signori. Vi prego di farvi da parte per Elminster di Shadowdale. Vado molto di fretta, e per una valida ragione.»
«Elminster?» chiese la voce con ghigno beffardo nascosto sotto l’elmo. «Sì, e io sono il Gran Pascià e Visir, sua Eccellenza di tutto il Calismshan!»
«Chi siete veramente», gli domandò brusca l’altra guardia, minacciandolo con l’alabarda, «e chi vi dà il permesso di passare! La lista di coloro che non conosciamo di persona è molto breve, e dubito fortemente che voi siate tra quelli indicati!» Il soldato indietreggiò in un punto in cui poteva facilmente suonare un gong di allarme con un movimento del guanto. «Allora!»
«lo sono davvero Elminster», rispose pacato l’uomo dalla barba incolta, «e ho il permesso di entrare dovunque in città… mi è stato dato da Lord Ahgharion di Waterdeep molti anni orsono».
«Bah!» esclamò l’altra guardia, gettando la testa all’indietro. «E vi aspettate che ci crediamo!»
«Non m’importa che mi crediate o no», ribatté il vecchio con gentilezza, «ma se mi farete perdere altro tempo sappiate che vi spedirò immediatamente dove finirete in ogni caso, se persistete nella stupidità di negare qualcosa a un arcimago».
La prima guardia s’impettì, trionfante: «Voi osereste minacciare una Guardia Confermata di Waterdeep, in questo luogo! Perbacco…».
Si lanciò spietato con l’alabarda verso il vecchio… e il mondo cambiò improvvisamente.
In un altro luogo, nella semioscurità polverosa, le due guardie si ritrovarono a sbattere le palpebre sopra le loro alabarde, poi, lentamente, iniziarono a tremare di paura.
Entrambi sapevano bene dove si trovavano: nella stanza dei trofei che immetteva nella Sala degli Eroi, la tomba dei guerrieri nella Città dei Morti di Waterdeep.
Elminster avanzò rapido attraverso le sale dal soffitto alto, rabbia e magia gracchianti intorno a lui. Si liberò delle guardie e dei cortigiani come fossero una manciata di polvere. A mano a mano che s’inoltrava, stanza dopo stanza, le guardie che incontrava erano più anziane. Numerose lo riconobbero e si scostarono con un saluto. «Piergeiron», esclamò rivoltò alla prima coppia di soldati che non lo fecero. Questi aprirono immediatamente le porte che difendevano e gli fecero cenno d’entrare.
«No, Signore, non posso», stava dicendo Laeral con risolutezza. «Ci sono troppi incantesimi nei dintorni, strato dopo strato, a centinaia, molti dei quali antichi e dimenticati. Se riuscissi solo a toccarlo, potrei applicargli un rintracciatore che pochi maghi potrebbero infrangere, ma…»
Tutte le teste si girarono quando Elminster raggiunse il teso gruppetto. Erano tutti riuniti attorno a una lampada, all’interno di un cerchio vigile e silenzioso di apprendisti della Torre. Laeral, Mirt, Piergeiron e Durnan lo salutarono con un cenno del capo. Asper chinò la testa e mormorò: «Lord Elminster, siate il benvenuto».
A quelle parole Aleena e la moglie e la figlia di Durnan fissarono il mago come se, improvvisamente, gli fossero spuntate più teste di fuoco.
«Forse ho una soluzione», annunciò loro il Vecchio Mago, «ma dobbiamo affrettarci; Storm è la nostra esca e si trova in pericolo. Tutti coloro che desiderano ingaggiare battaglia e terminare la questione si riuniscano attorno a me, mi tocchino e mantengano il contatto. Apprendisti, tornate alla Torre».
I maghi novelli riuniti in cerchio esitarono.
Laeral si voltò e ordinò fredda: «Fate come vi dice Lord Elminster, per favore. Subito».
Il Vecchio Mago non attese che eseguissero i suoi ordini, né vide gli apprendisti che s’affrettavano a uscire. Un fuoco magico arse all’improvviso e la stanza rimase più vuota di quanto non lo fosse stata prima. Erano rimasti solo Tamsil e Mahere, che subito fissarono Durnan, solo vicino alla lampada.
La donna lanciò al marito uno sguardo accigliato. «Tu… non sei andato», mormorò con aria interrogativa.
L’uomo andò verso di lei e mise un braccio attorno alla moglie e a Tamsil. «Non hai portato la tua balestra», rispose a bassa voce. «Che cosa sarebbe successo se l’assassino fosse entrato qui, dopo che tutti se n’erano andati?»
Con la mano libera sguainò la spada, che scintillò alla luce della lampada. «Qualsiasi altra cosa accada in questo mondo, io non vi perderò, se potrò impedirlo.»
BAH! SENTIMENTI LAGNOSI DAPPERTUTTO! IL CERVELLO DI QUEST’UOMO È MARCIO… MARCIO! CHE RAZZA DI STOLTO TRASCORRE LA SUA VITA AMANDO GLI ALTRI?
Uno stolto umano, Nergal. Siamo ciò che siamo, proprio come voi siete quelle creature diaboliche che siete.
GRRRR! TACI, MAGO PRIGIONIERO!
A un tratto si ritrovarono altrove… in un luogo buio e freddo, nelle narici la polvere e l’odore di pietra. Erano sottoterra.
Con gran spavento della figlia, Piergeiron batté una mano sull’armatura, ordinandole di illuminarsi. L’armatura si risvegliò ed emise un pallido bagliore bluastro.
Grazie a tale luce e alla sfera di fuoco di Laeral, si resero conto di essere in una sala dall’alto soffitto che non ospitava altro che polvere. Molti archi bui conducevano in corridoi che si snodavano nell’oscurità.
Il bagliore proveniente dalle mani di Laeral divenne quasi accecante. La Maga di Waterdeep le sollevò per toccare la testa di Piergeiron.
L’uomo spalancò la bocca, rabbrividì e si allontanò barcollante.
La donna vacillò e cadde in ginocchio. Aleena si chinò per sostenerla, ma Asper fu più rapida.
«Lady?» chiese tranquilla.
«Mi riprenderò», rispose Laeral senza agitarsi. «Piergeiron ha bisogno di forza al momento, e io gliel’ho conferito. Rimarrò debole per un po’.»
«Aleena», esclamò Asper, «rimani con lei. Proteggila… e se dovesse avvicinarsi un uomo con una maschera, grida più che puoi».
La figlia di Piergeiron guardò Mirt, Elminster e il padre, vide i loro cenni d’assenso e s’inginocchiò accanto a Laeral con un malcelato sospiro di sollievo.
Mirt picchiettò delicatamente il petto del Primo Lord. «Sai dove ci troviamo, vero!» borbottò.
Piergeiron stava fissando una cotta d’armi scolpita su un arco vicino. «Credo di sì», rispose pacato, «e comincio a sospettarne la ragione».
Prese fiato per dire qualcosa, ma l’urlo straziante e prolungato di Storm li raggiunse, echeggiando da un luogo nascosto oltre l’arco.
Asper, come sempre, scattò per prima, saettando come un vento scuro attraverso il passaggio a volta. Piergeiron la seguì prontamente, con la spada consacrata che brillava a comando. Anche Elminster si mise a correre veloce, lasciando indietro Mirt, ansimante e stupito.
Corsero lungo un corridoio, poi attraversarono due stanze polverose e piene di ragnatele, e una terza, dove un ragno solitario fuggì spaventato al loro arrivo. Nella quarta videro una luce che brillava fra pilastri a volta, che proiettava le ombre di due figure scure, vestite di pelle, impegnate in una lotta. Una portava una maschera. La sua spada, lucente di sangue, spuntava dalla schiena di Storm. Trafitta e agonizzante, la donna cercava di raggiungere il suo assalitore.
L’uomo mascherato vide i nuovi arrivati e sollevò l’altra mano. Le fiamme multicolori di un incantesimo vorticavano attorno a essa.
«Sssambranath», esclamò in maniera nitida e cauta, la prima parola di una magia che avrebbe deciso quale parte della stanza sarebbe stata invasa da una tempesta di fulmini rabbiosi. «Naerth…»
Il suo incantesimo s’interruppe quando Storm gli sputò sangue in faccia, facendolo tossire. L’elsa della spada le aveva ormai quasi raggiunto il petto, e la donna graffiò debolmente il suo volto mascherato. L’uomo scosse violentemente la testa, allontanandosi da lei il più possibile senza staccare la mano dalla spada, ma la sua magia era ormai rovinata.