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Tale disgrazia non toccò, invece, Elminster. Girò attorno a una colonna e si fermò ansimante, poi riprese fiato e pronunciò cauto un incantesimo. D’un tratto la stanza divenne luccicante e silenziosa.

Passando accanto ad Asper, rimasta immobile col piede sollevato, il Vecchio Mago raggiunse i due corpi uniti dalla lama d’acciaio. Elaborò un’altra magia con la stessa cura meticolosa, toccò la fronte di Storm Silverhand per verificare i suoi effetti su di lei e, prendendola delicatamente per le spalle, iniziò a tirare.

Lentamente il suo corpo si sfilò dalla spada dell’uomo, gli occhi momentaneamente ciechi e il viso contorto dal dolore. Elminster continuò a tirare, trasalendo per la sensazione che gli procurava l’acciaio che si sfilava dal corpo della donna.

Quanto più prolungava l’antico incantesimo di Illuskan, tanto più dolore avrebbe provato. Tuttavia, non era nulla in confronto a ciò che pativa Storm. L’aveva inviata lui in quella missione, la più ribelle delle tre fanciulle che aveva cresciuto come figlie, molti secoli prima.

Dei del cielo, aveva dimenticato quanto male facesse.

Il Vecchio Mago strinse i denti e trascinò a fatica per qualche passo il Bardo di Shadowdale, oltre il corpo pietrificato di Mirt. Il Vecchio Lupo stava immobile, anch’egli con un piede sollevato, le mani allargate per tenersi in equilibrio, una spada in entrambe.

El si inginocchiò dietro di lui, combattendo con un ringhio il dolore sempre più acuto, che gli faceva tremare le mani. Mystra, quante volte aveva fatto ciò per quella ragazza? E lei per lui? Sul petto devastato di Storm il mago depose gli ingredienti per l’incantesimo guaritore. Quand’ebbe terminato, battendo i denti dal dolore, annullò la magia precedente.

Subito il mondo si riempì di rumore e di movimento. Il dolore scomparve repentinamente. Per lui.

El lasciò che la figlioccia gli stritolasse la mano con la sua mentre lo fissava, l’agonia come fuoco nei suoi occhi. Poi fece un respiro profondo e ne soffocò il grido con un comando improvviso. Mentre Asper, Piergeiron e Mirt si avventavano sull’uomo mascherato, la voce del Vecchio Mago risuonò attorno a loro come una tromba di battaglia: «Non uccidetelo. Per ora».

PER TUTTI I FUOCHI DI NESSUS. UNA STANZA PIENA DI UMANI DALLA LINGUA PRONTA! LI VEDRÒ MORIRE?

No, ma li udirai parlare di magia potente… e intendo davvero potente.

AH! FINALMENTE, CHE AVERNO POSSA CONGELARE!

L’uomo stava sospeso impotente nell’aria sopra di loro, non più mascherato. Furioso, con le braccia e le gambe aperte, era stretto nella morsa dell’incantesimo di Elminster e aveva ormai riversato loro addosso quasi tutte le oscenità che conosceva.

Le persone riunite sotto di lui non avevano quasi più domande da fargli. Le sue risposte, gran parte delle quali pronunciate con fierezza, rivelarono che si trattava di Amril Zoar, della nobile famiglia esiliata da Waterdeep molto tempo prima. Si era armato per distruggere tutti i signori della città con gli incantesimi e una spada magica, avuta da un uomo che portava una spilla d’argento a forma d’arpa, e aveva cercato di colpirli prima che si riunissero per dargli la caccia.

Per anni aveva tramato e meditato, finché, per caso, le sue spie non avevano trovato un libro, un testo perduto di Ahghairon, il «Fondatore di Waterdeep», che descriveva dettagliatamente come creare un «cancello di fuoco». Quei portali di breve durata non erano che un’eco di cancelli antichi e nascosti da tempo, spostati nelle prigioni della vecchia Waterdeep da Halaster Blackcloak. Cancelli simili potevano essere creati solo a breve distanza dagli antichi portali ma - e gli occhi di Mirt brillarono alla notizia - potevano superare molte barriere moderne e incantesimi difensivi. Una volta imparato a padroneggiare i cerchi di fuoco, Amril aveva fatto suo il simbolo d’argento del tutore e iniziato a uccidere i signori di Waterdeep.

Mirt sollevò lo sguardo verso l’uomo fluttuante e, con aria torva, affermò: «Bene. Ora basta. Uccidiamolo. Con la magia potremo parlare al cadavere dei suoi parenti, per poi uccidere anche loro».

«No!» risuonò secca una voce dietro di lui. Il volto di Storm era pallido, ma la donna avanzò rapida e leggera come non avesse mai saggiato il morso dell’acciaio freddo. «Devo sapere di più sull’uomo dell’arpa d’argento, che ha insegnato queste magie ad Amril!»

Elminster sollevò lo sguardo. «Che cos’è accaduto al tuo tutore, e chi era?»

Amril Zoar guardò in basso e rispose brusco: «Non ho mai saputo il suo nome. Fu ucciso da un cavaliere di Waterdeep, venuto per ammazzare mio padre… e me. Con mio padre c’è riuscito, ma il mio tutore scambiò la mia vita con la sua».

Elminster si lasciò cadere una mano lungo il fianco e il nobile con le braccia e le gambe aperte si abbassò, sempre legato magicamente e immobile, e si fermò a pochi centimetri dal polveroso pavimento di pietra.

Mirt fece un passo avanti, silenzioso e arcigno, l’ascia in mano, e guardò Piergeiron.

Il Primo Lord annuì. «Per Waterdeep, allora. Per Tamaeril e Resengar», intonò.

L’ascia si sollevò, scintillante.

Una sagoma vestita di pelle scattò di fronte a Mirt, le mani nude alzate. «No!» protestò Storm con gli occhi colmi di lacrime. «Non uccidete quest’uomo. Ai suoi occhi era una giusta causa, e il suo compito era quasi impossibile, per una sola persona. Lo prenderei in consegna per gli arpisti.»

Mirt corrugò la fronte. Il suo sguardo passò dalla spada di Amril, ancora immersa nella pozza di sangue di Storm, al Bardo di Shadowdale. «Perché!» chiese senza mezzi termini.

«Per lui era una giusta causa e ha fatto ciò che riteneva di dover fare», rispose Storm. «Chi siamo noi per credere d’essere migliori di lui?»

Mirt si fece ancor più pensieroso. Qualcosa di simile a un grugnito si levò dalla profondità della sua gola, poi, lentamente, l’uomo fece un passo indietro, abbassò l’ascia e s’inchinò a Storm.

«Mi pare che quel giovane si diverta un po’ troppo a uccidere, Lady», affermò cupo, «ma va bene. Sono stufo di ammazzare gente. Tuttavia, cerca di farti dare il libro di Ahghairon… Non voglio che suo cugino o il suo scudiero o un cane addestrato sbuchino da un cancello accanto al mio letto mentre sto russando beatamente, magari ha una o due notti!»

Storm annuì. «Se non potrà o non vorrà cambiare le sue maniere», ribatté la donna a voce bassa, «troverà la morte. Per mano mia».

«Così sia», esclamò Piergeiron con aria stanca. «Ma portalo lontano da Waterdeep.» Il signore abbassò lo sguardo sull’oggetto che rigirava fra le mani, come se lo vedesse per la prima volta. «Un’arpa d’argento», mormorò pensieroso. «Credevo che il simbolo degli Arpisti fosse una luna con un’arpa d’argento.»

«La luna d’argento era l’emblema di mia madre, i suoi avi provenivano dalla città di Silverymoon», asserì Storm. «Ma gli arpisti hanno una risposta migliore. Mirti»

Mirt sorrise. Poi cinse Asper con un braccio e bofonchiò: «L’arpa è l’Arpista. Non è necessario che la luna faccia parte del simbolo perché come dice il motto: gli Arpisti cacciano al chiaro di luna».

DUNQUE S’INTRAVEDE QUALCHE CENNO DI MAGIA, MA NON C’È TRACCIA DEL FUOCO ARGENTEO CHE CERCO O D’ALTRO DI CUI POSSA IMPADRONIRMI E UTILIZZARE. SONO STANCO DI FRUSTRARTI, IDIOTA DI UN MAGO… PERCIÒ ORA NON TI FARÒ NULLA. MA NON T’ILLUDERE CHE ME NE DIMENTICHI NÉ DI FARLA FRANCA.

IMPARERAI IN MANIERA DIVERSA, MOLTO PRESTO.

Mirt si ritrovò a battere le palpebre rivolto al soffitto, tutto argenteo nella luce lunare. «No!» ansimò con voce roca. «Dei, no!»

Era ancora vestito. L’elsa della spada pronta nel pugno serrato. La lama di Amril Zoar gocciolante del sangue di Storm. Aveva quasi dimenticato i dettagli, ma questi lo travolsero come una valanga, e dietro ad essi apparve un volto: Elminster. O meglio, ciò che di lui era rimasto.