Una mente disperata e vacillante, inferiore a quella di un tempo, che supplicava in un corpo devastato, in una landa di pietra desolata e maleodorante sotto un cielo rosso sangue. Averno, senza dubbio.
«Quando sarò pronto per cercare un luogo in cui morire», mormorò Mirt rivolto alla spada, mentre la sguainava e osservava il riflesso della luna lungo la lama scintillante; «l’Inferno non sarà il mio punto di partenza. Che sia ben chiaro».
Con un grugnito rotolò fuori dal letto, batté i piedi per infilarli negli stivali e uscì nel corridoio. Quello era forse un viaggio senza ritorno, perciò non poteva assolutamente partire senza vedere…
Asper, un lume pallido nell’oscurità, sbucò improvvisamente dalla sua camera da letto, a piedi nudi. Aveva i capelli arruffati, teneva una spada in una mano e gli stivali nell’altra. «Ladri?» chiese ansimante, quasi cadendo nella fretta di sbarrargli la strada. «Questioni di lord?»
«Peggio, ragazza. Elminster ha bisogno di me.»
«Elminster? Perché?»
«Perché è intrappolato e costretto a subire i tormenti dell’Inferno», brontolò il Vecchio Lupo. «Dove non oso andare.»
«No, Mirt», gridò Asper col volto bianco come un cencio. «Non all’Inferno! Non riuscirai nemmeno a raggiungerlo e i demoni ti attaccheranno, verrai… verrai…»
La ragazza lasciò cadere gli stivali e gli afferrò il braccio. «Non ha senso morire per un amico… se la tua morte non può essergli d’aiuto!»
Mirt la guardò torvo, gli occhi scintillanti come due vecchie torce. Tentò, ma non riuscì a liberarsi della sua presa. Le dita della donna erano come artigli. «Sì, è vero… e con Khelben e Laeral partiti per chissà dove, mi rimane solo un’arma a portata di mano, abbastanza affilata da distruggere quei demoni.»
Asper aveva il viso rigato di lacrime. «E sarebbe?»
Mirt strinse i denti, si liberò dalla sua mano e s’incamminò verso le scale, sollevando la spada. «Halaster Blackcloak. Devo trovarlo, giù a Sottomonte, e… ah… convincerlo a farsi strada all’Inferno e a riportarmi Elminster. Devo sbrigarmi, o il Vecchio Mago morirà prima che Halaster possa raggiungerlo.» L’uomo ridacchiò, emettendo un suono secco e terribile.
«Mirt, no!» piagnucolò Asper. Si morse le nocche e singhiozzò. «Non puoi! È matto! Tu…»
«… devo farlo», aggiunse Mirt, terminando la frase per lei. «Poiché… vivere o morire questa notte… che cosa sarei, se deludessi i miei più vecchi e migliori amici? E a quale scopo avrei vissuto?»
11.
Vecchi demoni, nuovi trucchi
Rami spinosi e spogli d’alberi scheletrici si stagliavano contro il cielo rosso sangue come dita disperate. Elminster Aumar sollevò lo sguardo e sospirò; beh, almeno poteva muoversi, vedere nuovi paesaggi nel breve tratto di strada che gli rimaneva probabilmente da percorrere. Tale mobilità gli procurava, naturalmente, una consolazione profonda e persistente.
El si trascinò avanti sulle ginocchia sbucciate e sanguinanti, il corpo irto di spine unte, di color verde-nero, che sperava fossero ripugnanti per i demoni almeno la metà di quanto lo erano per lui. Cercò di non pensare alla scia di sangue che si lasciava dietro; già due volte si era dovuto girare e rotolare per trafiggere e uccidere le larve che gli rosicchiavano i piedi, e aveva ormai perso il conto delle volte che aveva vomitato e sputato in preda alla nausea, per ciò che vedeva e udiva intorno a sé.
I demoni si stavano artigliando e sfigurando a vicenda sopra la sua testa: anche in quel preciso istante, si cavavano gli occhi e si squarciavano le budella con violenza inaudita e imbrattavano le rocce sottostanti senza prestarvi, per sua fortuna, alcuna attenzione. Elminster proseguì, sorridendo dentro di sé ricordando le sembianze che aveva assunto nella sua vita. Beh, un tempo era stato anche una ragazza dai capelli corvini e dai fianchi delicati, perciò non aveva motivo di lamentarsi. Non che le rocce ascoltassero i piagnucolii di un arcimago massacrato più di quanto non prestassero attenzione alle imprecazioni di altri esseri.
La terra tremò, scossa da una violenta esplosione sotterranea. El cercò di non pensare in quali trappole mortali si potessero trasformare le caverne in tali occasioni. Un’altra sfera di fuoco tonante attraversò il cielo.
Prima o poi in quella landa desolata di rocce, di fiamme e di fumi maleodoranti, dove i demoni vagavano in cerca di cibo o si spostavano in gruppi spietati - in lontananza una schiera di abishai si avventò all’unisono su alcuni nupperibos urlanti - la sua fortuna si sarebbe esaurita.
Più prima che poi. Mentre scivolava per la millesima volta e atterrava sul ventre, senza fiato, contro rocce affilate, una coda uncinata si levò di fronte a lui. Lucida e nera, era grande come la sua testa. Il corpo a cui era attaccata doveva essere davvero enorme. El seppellì la faccia fra le rocce un attimo prima che quella coda affilata come una lama gli ferisse la testa. Lo schiaffo che ricevette gli fece rimbombare il cervello e assumere una posizione eretta e vacillante. Il colpo gli aveva aperto il cuoio capelluto in un punto sufficientemente arretrato perché il sangue non lo accecasse col suo fluire.
Una vera fortuna. Con quel pensiero sarcastico, confinato nella parte anteriore della sua mente per distrarre Nergal da ciò che in realtà stava facendo, El usò una minuscola quantità di fuoco argenteo per arrestare il sangue che gli colava dalla nuca. Poi sollevò la testa per vedere il suo aggressore.
«Bene», mormorò compiaciuto quello che poteva essere soltanto un altro arcidemone reietto, mentre si sollevava dalle pietre di fronte a lui. «Che cos’abbiamo qui?»
Tre code serpentine, lunghe e sinuose, si levarono dal punto in cui erano raggomitolate attorno alle rocce, per unirsi a un corpo color ossidiana, che aveva la forma di un busto umano femminile e prosperoso. Dalle spalle spuntavano due ali di pipistrello, nere nella parte sottostante e rosso rubino sulle superfici esterne lucide. Una lingua biforcuta e una testa cornuta oscillavano in cima a un collo troppo lungo e, purtuttavia, dall’aspetto umano e attraente. Purtroppo le dita che si protesero nella sua direzione terminavano con artigli da falco, uncinati. Ognuno era lungo quanto il braccio di Elminster.
Le tre code uncinate si sollevarono per colpire le rocce simultaneamente e conferire al demone una carica ondeggiante; la testa del mostro giunse così a una trentina di centimetri da quella di El. Due occhi ambrati, dalle profondità fiammeggianti, fissarono intensamente gli occhi grigio-blu dell’umano, molto stanchi… e due labbra rosse, magnifiche, si aprirono in un sorriso.
«Un uomo mutato da un incantesimo, se non mi sbaglio, trasformato per quale motivo? È meglio che veda chi sei prima di cucinarti per cena o di farti diventare qualcosa di più piacevole per mio diletto…»
Il demone serpentino s’irrigidì e sibilò, facendo frusciare le ali in un unico brivido convulso. Inviò a Elminster una sonda mentale, e trovò Nergal.
[sole color rubino, che sboccia e si amplia, consapevolezza che continua a indagare, serpeggiando]
[il gigante tentacolato si volta per affrontare l’intruso, raccogliendo forze minacciose]
«Oh-oh, un mago dai grandi poteri, qui è pieno di ricordi, c’è da divertirsi e qualcosa che potrebbe essermi utile, se solo potessi trovare il ricordo giusto… ma aspetta: c’è una contaminazione piuttosto familia…»
MALACHLABRA!
«Nergal!»
MUORI LURIDO SERPENTE!
«È arrivato il tuo momento di nutrire i vermi, Sua Altezza di un bel Nulla!»
[fulmine mentale, deviato, agonia straziante, Elminster grida mentre pareti, soffitti e intere stanze crollano… frecce mentali, una, due, tre, parate e rimandate al mittente in sequenza scintillante… El continua a urlare]