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Storm sollevò lo sguardo verso di lei. «Non dice così», protestò gentilmente, le labbra tremanti, sul punto di ridere. «Dice “lungo il cammino”, ne sono sicura», esclamò, senza curarsi di verificare sul libro.

Syluné fu colta da un altro scoppio di risa, sprofondò la faccia nelle mani e fece cenno a Storm di continuare.

La sorella le lanciò un’occhiata dubbiosa, abbassò gli occhiali decorati, privi di montatura, sul naso (essi venivano forniti a chi svolgeva l’incarico di Lettore ad alta voce, per ragioni che entrambe avevano scordato da secoli) e si schiarì rumorosamente la gola.

Syluné si sedette obbediente, gli occhi lucidi, e si mise a fissare il soffitto per evitare di incrociare lo sguardo di Storm.

La sorella le rivolse un’occhiata divertita, poi sollevò di nuovo il libro e ricominciò a leggere. «“Il prode destriero blu-nero dai muscoli guizzanti nitrì tanto forte quanto la campana di un tempio, mentre il cavaliere in armatura scintillante scavalcava coraggiosamente il balcone, faceva acrobazie fra le travi incrociate, emettendo rumori pari a quelli che avrebbe fatto un intero esercito caduto nello stesso letamaio, e si sedeva pesantemente sulla sella dall’alto arcione… ma con la faccia rivolta all’indietro. Il clangore del metallo torturato e il grido del cavaliere straziato che quasi lo sovrastò, spaventarono il fedele destriero da battaglia ancor più del peso improvviso che gli era piombato in groppa; il cavallo s’impennò e, per l’ennesima volta, per poco non disarcionò Sir Taen, dopodiché partì a un galoppo selvaggio per la camera da letto. La principessa sbalordita scattò seduta sul letto appena in tempo per vedere…”»

«Oh, fermati!» singhiozzò Syluné, ridendo fragorosamente. La sua sedia a dondolo scricchiolò e aumentò la velocità; Storm osservò divertita quando la sedia cominciò ad avanzare sul pavimento, avvicinando le costole del nuovo corpo di Syluné al bordo del tavolo.

La donna non smise di ridere… nemmeno quando la sedia s’inclinò in avanti e il mento di Syluné colpì rumorosamente sul cucchiaio. La posata volò in alto verso le travi, Storm attese che ricadesse, l’afferrò con abile mossa e chiese: «Puoi evitare, per favore, di lanciare le posate! Non siamo a un banchetto reale, lo sai!».

La risata di Syluné si moltiplicò. La donna si gettò all’indietro con tutta la sedia che, ovviamente, ricominciò a dondolare. Forte.

Storm roteò gli occhi, sospirò ed esclamò rivolta al soffitto della fattoria: «Non è chiedere troppo, ma potrebbe esserlo… se capisci cosa intendo».

Il soffitto evidentemente capì. Qualcosa di piccolo e leggero svolazzò giù dalle travi più alte e impolverate. Storm l’afferrò e sollevò il palmo per vedere di che cosa si trattasse: una rana di carta che uno dei suoi allievi Arpisti aveva fatto tre estati prima. Evidentemente l’aveva lanciata lassù prima di andarsene.

Mentre osservava quell’oggetto ingegnoso, la sua ilarità lasciò il posto alla tristezza. Storm aveva sepolto le ossa tormentate dell’Arpista l’inverno precedente, nell’entroterra di Teshen; quella piccola rana era tutto ciò che rimaneva di lui.

«Sorella», mormorò Syluné, ogni traccia di umorismo ormai scomparsa, «devo andare… Alustriel ti dirà il perché!»

Storm sollevò lo sguardo dalla rana e fissò la sorella maggiore. La testa di Syluné ciondolò e sbavò, gli occhi vitrei, prima di ricadere nella zuppa.

Storni allungò un braccio lungo per afferrare una ciocca di capelli ed esclamò: «Non nella mia zuppa, no!», ma ormai era troppo tardi.

Rimise il corpo in posizione seduta e appoggiò la rana, come fosse la cosa più preziosa del mondo. Poi sospirò e prese il suo grembiule smesso per pulire la zuppa dal volto inespressivo di Syluné. Sollevò il corpo abbandonato della sorella fra le braccia, come se non pesasse nulla, e lo posò delicatamente di sopra, sul letto.

Il Bardo di Shadowdale abbassò lo sguardo, sospirò di nuovo e sistemò le mani senza vita sul romanzo Cuore d’Acciaio, appoggiato sul petto immobile, in caso non fosse stata presente al ritorno di Syluné.

Dopodiché scese dabbasso e uscì, per guardare la valle che amava. Prima, tuttavia, si fermò a prendere il boccale di sidro e rimase a domandarsi quanto tempo sarebbe passato, questa volta, prima che anche lei fosse chiamata alla guerra…

NO! NO! UN’ALTRA PERDITA DI TEMPO! DONNE MERAVIGLIOSE, MA A ME CHE IMPORTA? VOGLIO LA MAGIA, DANNATO UMANO! COME FAI A SFIDARMI ANCORA? COME?

[grugnito, soffocato con fermezza]

NO, NON ME NE STARÒ QUI A RINGHIARE. MI RITUFFERÒ NELLA TUA MENTE E QUESTA VOLTA CERCA ESSERI CHE RISPETTI MA CHE NON FREQUENTI IN MANIERA TANTO STRETTA. CHE ALTRO POTREBBE GUADAGNARSI IL TUO RISPETTO SE NON IL POTERE VERO? MAGIA CON LA QUALE SOTTOMETTERE I REGNI! MAGIA CHE IO POSSA USARE!

[occhi rossi e infuocati, che vagano per stanze buie e distruggono qualsiasi immagine trovino, scaraventando da parte alcuni ricordi, in cerca di altri…]

* * *

«R-regina?» balbettò la giovane, il volto una maschera di terrore. La fanciulla tremava violentemente ed era troppo spaventata per muoversi; avrebbe voluto trovarsi altrove, in qualsiasi luogo, tranne che inginocchiata nei giardini reali a offrire fiori alla regina di Aglarond.

La madre la osservava con il viso bianco come il gesso.

La Simbul, la strega i cui incantesimi riducevano i Maghi Rossi in un ammasso di ossa e sangue, abbattevano torri e facevano tremare le montagne, si era improvvisamente accigliata. Anche in quel momento i suoi capelli si sollevavano e vorticavano intorno alle spalle come se avessero vita propria… no, molte vite, ognuna di loro bramosa di bruciare e distruggere e di ridurre in pezzi ragazzine che osavano offrire fiori.

Un piccolo singhiozzo fece tornare in sé la Strega-Regina di Aglarond. Il suo sguardo si abbassò e incontrò gli occhi sgranati e impauriti della ragazzina che aveva emesso quel verso.

La Simbul fu percorsa da un brivido. Niente avrebbe dovuto indurre le ragazzine ad assumere espressioni del genere. La maga fece appello al suo sorriso più caldo e s’inginocchiò: «Molte grazie», e impresse un bacio reale sulla fronte tremante. «Sii sempre la benvenuta nei nostri giardini», aggiunse, sollevando la fanciulla ancora impaurita e voltando la testa per rassicurare con un sorriso la madre ansiosa.

I cortigiani che la circondavano si rilassarono visibilmente. La fanciulla fuggì via come un coniglio dalla stretta della regina, diretta verso la salvezza delle gonne materne.

La più anziana delle guardie si accostò alla Simbul e osò mormorare: «Qualcosa la turba, Maestà?».

La maga annuì. «Sì. Un ricordo.»

«Ah», esclamò la guardia arretrando. Senza dubbio una donna che negli anni aveva ucciso centinaia di Maghi Rossi in violente battaglie d’incantesimi serbava più di qualche ricordo truce che le sarebbe potuto tornare, indesiderato, in mente.

E non si sbagliava, ma ciò che incupì nuovamente la regina di Aglarond mentre si voltava e s’incamminava lungo il sentiero del giardino, fu il fatto che il ricordo non era suo. Sentiva ancora le risate sfrenate delle sue sorelle per un libro romantico, un romanzo di fantasia… un fatto nuovo per lei, ma sbrindellato e sfuggente nell’archivio della memoria di qualcun altro. Ma di chi?

Quale mente avrebbe potuto toccare la sua tanto delicatamente? La mente di chi?

12.

L’Arpista senz’arpa

La cosa più facile sarebbe stata gettarsi oltre il davanzale di pietra, nel buio e sotto la pioggia. Fuori dalla finestra e giù nel cortile sottostante. Alustriel afferrò lo spigolo di pietra con dita bianche e tremanti. Perché allora non si decideva a farlo!

Orgoglio. Semplice orgoglio… una piccola cosa che s’interponeva fra lei e una fine rapida. Sarebbe stato facile, sì, ma disonorevole, una vergogna sicura come quella che Irlar cercava di gettare su di lei con il suo sorriso beffardo e le sue parole melliflue. Alustriel guardò di nuovo in basso. La notte nascondeva le pietre che aveva fissato per ore; sarebbe stato semplice ora, nel buio, da sola. Il mattino seguente avrebbero trovato il suo corpo sulle rocce. «Già, si è buttata», avrebbe esclamato lo zio, poi avrebbe sputato di lato, scosso il capo e si sarebbe voltato, ordinando ai servi di avvolgere il corpo e di bruciarlo.