Non lascerò che pensi questo di me, mormorò fra sé Alustriel.
La ragazza voltò le spalle all’oscurità e guardò le stanze che l’attendevano. Irlar si sarebbe fatto vivo presto. Irlar, il giovane signore dalla risata facile, lo scherno stampato negli occhi. Irlar che l’avrebbe presa in moglie, non per amore - anche se, quella notte stessa, l’avrebbe certamente costretta ad accettare le sue profferte amorose - ma per le terre e la ricchezza legate al suo nome. Ricchezze a cui sottomettersi, che non si sarebbe mai goduta, per via dello zio.
Zio Thamator. Gli uomini lo chiamavano il Lupo e, quand’era infuriato, non osavano incrociare il suo sguardo. Tutti lo conoscevano come guerriero temerario, impareggiabile in battaglia, e come uomo duro; tutti sapevano che era un Arpista. Alustriel rabbrividì al ricordo del loro ultimo incontro. Erano insieme nelle sue stanze, dopo una festa, a sorseggiare vino - era il suo primo assaggio di fuoco ambrato, e le riscaldò la gola come salsa piccante - e la ragazza gli aveva chiesto con zelante innocenza quando avrebbe fatto di lei un’Arpista.
Thamator l’aveva fissata con occhi simili a vetro incolore. «Io ho dato mia moglie per gli Arpisti, ragazza. Mia moglie e mio figlio non ancora nato, che è morto con lei. Troppi compagni li hanno seguiti. Ho dato agli Arpisti questo braccio destro, forte, ormai trent’anni fa. Ho dato loro amici, anche grazie alla mia spada, quand’è stato necessario. Tu che cos’hai da offrire loro!»
Aveva pronunciato quelle ultime parole con rabbia pungente, quasi sputando per il disprezzo. Alustriel era rimasta in silenzio, sconvolta, dapprima pallida, poi improvvisamente paonazza. «Tu non sei una guerriera. Sei graziosa, ma la bellezza non è una cosa tanto rara da essere utile agli Arpisti. Tu non credi che ci sia un unico dio giusto e vero sopra tutti gli altri, e quindi non puoi servire come sacerdotessa, per lo meno come una brava sacerdotessa. Sai essere furtiva, ma non hai né forza né velocità, né sei capace di mentire con disinvoltura.»
Il lord di Bluetower aveva iniziato, allora, a misurare la stanza con passi rabbiosi, poi si era voltato per affrontarla di nuovo. «Perciò pagai molto denaro per farti diventare una maga. Il mago Thurduil diceva che avevi talento per il potere. Otto anni! Otto anni di monete estratte da questa borsa, una manciata dopo l’altra, molte peraltro d’oro, e qual è il risultato! Riesci a far starnutire un servo. Uno scherzo che posso fare anch’io con un pizzico di pepe! Senza dubbio Gaerd è riuscito a farti imparare altri trucchi del genere. Lui è un maestro, ma la colpa non è sua.»
Gli occhi di Thamator erano diventati due punte di spada. «E tu vuoi sapere quando ti farò diventare Arpista», aveva esclamato con feroce sarcasmo. La ragazza non era riuscita a distogliere gli occhi da lui mentre questi si sedeva e aggiungeva con terribile dolcezza: «Sparisci per un po’ dalla mia vista. Somigli troppo a tua madre per dirmi idiozie simili». Il volto di Thamator era stato attraversato per un istante da uno spasmo di dolore o di rimpianto. Un’ombra passeggera, che aveva lasciato le sue fattezze intatte e inespressive come la pietra.
Alustriel si era voltata ed era uscita vacillante dalla stanza, asciugandosi invano le lacrime che le scorrevano lungo le guance…
Due giorni prima Irlar era giunto alla testa di una compagnia di giovani sorridenti, vestiti di tutto punto, le spade che rimbalzavano al fianco. Quando aveva chiesto la mano di Alustriel, lo zio non si era nemmeno curato di parlarle e le aveva inviato un servo con un semplice messaggio: «Dammi retta.» Nient’altro, e ciò davanti all’intera casa. Le arrossivano ancora le guance al ricordo.
Irlar! Lo stesso signorotto che un tempo le aveva sputato addosso a una festa di Shieldmeet e aveva sibilato: «Allontanati da me, sudicia donna! Sangue di strega! Arpista!». Alustriel non l’aveva mai dimenticato. E, dalle domande pungenti e indirette che le aveva rivolto negli ultimi due banchetti, era chiaro che nemmeno lui l’aveva fatto.
Se avesse potuto indossare la spilla della mezza luna e dell’arpa, il simbolo che secondo suo zio non meritava, Alustriel era certa che Lord Irlar sarebbe fuggito come di fronte a un fantasma. Oppure, se fosse stata capace di sferrare incantesimi abbastanza forti da scacciarlo quando si fosse avvicinato, la sua paura avrebbe sopito la sua brama. Ma lei era una preda debole e indifesa, e Irlar lo sapeva.
Irlar l’aveva punzecchiata quella sera, sussurrandole, tra un bicchiere di vino e una canzone del menestrello, che sarebbe passato da lei più tardi, quando la casa si fosse addormentata, per assaggiare ciò che avrebbe posseduto quando si sarebbero sposati. Aveva aggiunto che se avesse avuto qualcosa in contrario, si sarebbe potuta proteggere con la sua magia. In quel momento Alustriel avrebbe voluto gridargli tutta la rabbia e la frustrazione che provava. Come un animale nella gabbia di un cacciatore, la ragazza si era sentita imprigionata, in trappola! Poteva contare solo su piccole vittorie. Così non aveva risposto alle provocazioni e gli aveva sorriso con tutta la calma che era riuscita a ostentare, sperando di sconcertarlo. Dopo un attimo l’uomo si era messo a ridere, una risata breve e crudele, e se n’era andato sprezzante.
Tutta la sua magia, sì. Alustriel abbassò lo sguardo sulle sue dita lunghe e spoglie, bianche come latte nella penombra. Dalla finestra entrava solo il debole bagliore delle torce, proveniente dalle stanze adiacenti alla sua. Lei riusciva a far starnutire le persone; Irlar si era preso gioco di lei, ma Alustriel si era rifiutata di dimostrarglielo. Era anche in grado di produrre suoni dal nulla, ma solo in modo molto limitato: riusciva infatti a imitare una singola corda di arpa, pizzicata nota per nota, e a controllare il tono e l’intensità del suono, a seconda di come se lo immaginava nella mente. Era anche capace di far sembrare che il suono si avvicinasse pian piano, da una distanza approssimativa di cento passi. Dato che non era ancora un’Arpista, Gaerd le aveva suggerito di tenere segreta tale abilità fino a quando non fosse stata capace di abbinarla con un altro incantesimo.
Solo dieci giorni prima, sotto la gentile tutela del maestro mago, Alustriel era riuscita a far balzare una grossa scintilla blu da una delle sue dita fino a una moneta di metallo appoggiata su un tavolo distante. Aveva sentito solo un lieve formicolio, nessun dolore, ma riusciva a far apparire la scintilla solo quand’era eccitata, spaventata o sconvolta. Tale magia la lasciava sempre tremante e madida di sudore. Grande magia, come no.
Tuttavia era quanto di meglio aveva. Alustriel voltò le spalle all’oscurità e s’incamminò nella piccola stanza in cui teneva gli ingredienti per gli incantesimi, sostanze innocue per piccole magie. Un istinto improvviso la indusse ad afferrare una fiala contenente limatura di ferro, che poi infilò nella tasca nascosta delle sue gonne. Forse con quella avrebbe potuto accecare Irlar. Lasciò invece dove si trovava il minuscolo pugnale incastonato di pietre, che sapeva essere appoggiato sul tavolo accanto alle boccette. L’uomo avrebbe potuto prenderlo e sfregiarla, oppure gettarlo via con una risata.
All’esterno dell’altra stanza si udì un improvviso stridore. Irlar era venuto a reclamarla.
Egli era un servitore di Bane. Aveva un piccolo marchio sotto un anello, che rigirava spesso sul dito, e aveva intenzione di portarla al tempio quella notte, per costringerla a rinnegare Mystra a favore di Bane e annientare per sempre qualsiasi magia la ragazza possedesse. Senza dubbio, si sarebbe anche approfittato di lei sull’altare nero, per consacrare qualsiasi bambino lei avrebbe concepito al dio delle tenebre…