Un brivido improvviso la scosse tanto da farle battere i denti. Alustriel si morse le labbra, cercò di placare il tremore delle sue gambe e si costrinse a raggiungere, calma e silenziosa, la stanza principale, per andare incontro al suo destino. Suo zio non sarebbe mai stato fiero di lei, ma non gli avrebbe permesso di trattarla come una poco di buono, una nullità. La ragazza udì un lieve sibilo e capì che una lama invisibile aveva tagliato la corda del campanello, in modo che non potesse chiamare aiuto o svegliare la casa.
Cercò di assumere un’espressione dignitosa e guardò la porta. Poi tolse deliberatamente il cappuccio dalla minuscola lampada a olio davanti a lei sul davanzale di pietra, che faceva anche da tavolo. La luce improvvisa lo colse mentre richiudeva la porta dall’interno con il debole chiavistello di filigrana d’ottone. La sua espressione allarmata e sorpresa si trasformò in un sorriso quando vide che Alustriel era sola.
«Buonasera», esclamò con gentile sarcasmo, «mia Alustriel». La guardò bramoso, in attesa di una reazione e di assaporare la sua paura.
La ragazza fu pervasa da un’ondata di panico e di nausea, ma lo guardò con espressione calma. Tuttavia, non osò parlare, per timore che la lingua o la voce esitante la tradissero. Irlar sogghignò per la sua indecisione e avanzò.
«Suvvia», chiese l’uomo, «la mia proposta di matrimonio è tanto odiosa? O una questione tanto irrilevante da non destare in voi il minimo entusiasmo!» A quelle parole Alustriel sorrise, per quanto dentro di sé si sentisse prossima alle lacrime. Doveva essere un sorriso felino e malizioso, ma tremolò e l’uomo, per nulla sospettoso, ricambiò con un ghigno. Perché mai esserlo?
Lei era indifesa, ed entrambi lo sapevano. Lentamente, Alustriel coprì la lampada, facendo ripiombare la stanza nell’oscurità mentre cercava di riprendere il controllo. Ancora una volta.
«Benvenuto, mio signore», mormorò, trovando la voce per pronunciare almeno quelle frasi cortesi, ricordo della sua educazione infantile.
«Speravo proprio d’esserlo», rispose Irlar, trionfante. Con un passo felino la raggiunse e l’abbracciò, baciandola avidamente. Le sue labbra erano quelle di un prode conquistatore.
Alustriel indietreggiò d’un passo, ma l’uomo avanzò, premendo il corpo contro il suo. La ragazza fu colta da una rabbia crescente, che le fece accelerare il battito cardiaco; Irlar lo scambiò per eccitazione e le sue mani cominciarono a muoversi. Con audacia iniziò a toccarle i fianchi e il seno, spingendola indietro.
Alustriel retrocedette verso il letto a baldacchino. Una determinazione furiosa le fece tremare il respiro, il che alimentò l’ardore del giovane. Questi la gettò sulle pellicce che ricoprivano il letto e la fece sprofondare in esse. Gli occhi chiusi, le labbra incollate alle sue, Alustriel si concentrò con cura infinita sull’incantesimo dell’arpa. Doveva suonare in maniera appropriata.
Ecco fatto. All’udire il suono Irlar s’irrigidì. Il suono era lontano e smorzato, come provenisse da un’altra stanza, ma pian piano divenne più forte. Alustriel trattenne Irlar contro di sé con false carezze, e si concentrò con tutta la sua volontà. L’arpista invisibile si stava avvicinando. Irlar staccò le labbra dalle sue e le afferrò un braccio con forza bruta. «Che cosa, chi è» sibilò, scuotendola.
«Mio zio», sussurrò la ragazza fingendosi allarmata. «Nel passaggio segreto! Sta venendo qui; suona in quel modo solo quando viene a parlare con me!»
Con un’imprecazione Irlar scese dal letto e sguainò il pugnale. Alustriel colse l’occasione, il cuore martellante nel petto. Tra le gonne, le sue dita trovarono la bottiglietta e la stapparono.
Irlar voltò il capo e sibilò aspro: «Dove?», per sapere l’ubicazione del fantomatico passaggio segreto.
Fu allora che la ragazza gli gettò il contenuto della bottiglietta in faccia. Allungò un dito verso i suoi occhi, si concentrò con quell’impeto particolare che sentiva sempre, ed ecco uno schiocco. Una scintilla blu esplose negli occhi di Irlar, crepitando per un momento fra la limatura di ferro.
L’uomo ringhiò, portandosi le mani agli occhi.
Alustriel sentì il pugnale vibrare intorno a lei, mancandola nell’oscurità mentre arretrava, rotolandosi lungo il bordo del letto. Come sempre, quell’incantesimo l’aveva lasciata debole e tremante. Scese dal letto e fuggì, vacillante, attraverso la stanza buia, ostacolata dalle gonne, cercando di tenersi lontana dalla lama affilata.
Tra un’imprecazione e l’altra Irlar la seguì. Agitava il pugnale selvaggiamente, ancora accecato, ma si stava dirigendo verso la porta del corridoio. La ragazza non avrebbe avuto tempo di aprire il chiavistello e di uscire dalla stanza, perciò girò rapidamente attorno al tavolo degli ospiti, invisibile nell’oscurità, concentrandosi sul suono dell’arpa, per farlo sembrare sempre più forte e più vicino.
Irlar la seguì. Dal tono con cui imprecava, ora sembrava più spaventato che infuriato. Alustriel mormorò una preghiera rivolta a Tyche, ma improvvisamente urtò un tavolino, incespicò e vi si aggrappò con entrambe le mani. Disperatamente, lo sollevò, rovesciando sul pavimento la caraffa d’acqua e menta e due bicchieri a forma di cornucopia, e lo tenne alzato a mo’ di scudo.
Irlar corse verso il rumore, menando fendenti a destra e a manca. Scivolò su una cornucopia e allargò le braccia per mantenere l’equilibrio.
Alustriel fece un passo in avanti e, come aveva visto fare agli uomini armati d’ascia al servizio dello zio, portò tutto il peso in avanti e scagliò il tavolino con tutte le sue forze sulla mano che stringeva il pugnale.
Irlar urlò sull’eco del fracasso assordante. Il pugnale rimbalzò rumorosamente sulla caraffa di vetro, da qualche parte, sul pavimento.
L’uomo si allungò verso di lei, afferrando il tavolino con la mano sana. La ragazza cercò di non mollare la presa, ma lui lo strattonò impaziente, glielo strappò dalle mani e lo gettò lontano. Il mobile si fracassò contro una parete lontana.
Alustriel fuggì ancora, questa volta disperata.
«Puttana!» sibilò Irlar selvaggiamente. «Ti ucciderò per questo!»
La ragazza sapeva che era sincero. L’idea del rapimento a dorso di cavallo e della visita al tempio di Bane era ormai stata dimenticata. Ora nulla l’avrebbe soddisfatto, se non il suo sangue. L’uomo urtò un altro tavolo, rovesciando statuette e vasi, ma non lo fece cadere e vi si aggrappò per riacquistare l’equilibrio. Alustriel udì un vaso rotolare sopra di esso, con lentezza quasi indolente, prima che raggiungesse il bordo e cadesse sul pavimento.
Poi si mise a tirare il chiavistello della porta con tutte le sue forze. Questo scricchiolò e, udendo il rumore, Irlar grugnì. L’istinto suggerì alla ragazza di abbassarsi e, un istante più tardi, una bottiglia di profumo s’infranse contro il muro poco sopra la sua testa, coprendola di vetri e di una nebbiolina bruciante. Poi ne arrivò un’altra e un’altra ancora. Incespicando nell’abito, Alustriel fuggì di lato in cerca di un’arma, o di un rifugio contro quella furia omicida, sapendo che non avrebbe trovato né l’una né l’altro.
Un sibilo nell’oscurità le indicò con fredda certezza che l’uomo aveva trovato il suo frustino da cavaliere.
Doveva assolutamente liberarsi di quelle gonne! Con dita tremanti, si slacciò gli abiti e tirò, acquattandosi e mordendosi le labbra. Irlar ansimava e, furioso, sferzava l’aria con la frusta, a caccia della sua futura moglie.
Si stava avvicinando, sempre di più. Alustriel riuscì finalmente a sfilarsi le gonne. Lui la udì e caricò con un ruggito d’esultanza. La ragazza si contorse sul pavimento e sollevò i vestiti con entrambe le mani, a mo’ di scudo. La frustata li lacerò con un rumore netto, e la ragazza sentì un improvviso bruciore su un braccio.