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La frusta si riabbassò, ancora e ancora, in una pioggia di colpi, troppo selvaggi e rabbiosi per essere precisi. Alustriel si rotolò e gattonò sui tappeti sin troppo ornati, ma non poté sfuggirgli. Quando riuscì a mettere la superficie del tavolo fra lei e la frusta, Irlar le sferrò calci violenti in faccia e in pieno petto, finché la ragazza non uscì da sotto il tavolo, poi continuò a frustarla, grugnendo di fatica a ogni sferzata.

Alustriel singhiozzò mentre si dirigeva di nuovo verso il tavolo. Questa volta la frusta la mancò. Lei si accucciò immobile nel buio, chiamò a raccolta la sua volontà e si concentrò.

Nell’oscurità sopra di lei, Irlar starnutì e la ragazza emise un gridolino di trionfo. Di nuovo sentì l’impeto, e di nuovo l’uomo starnutì, lasciando ondeggiare la frusta, incontrollata. Alustriel allora uscì rapida da sotto il tavolo, se lo caricò sulle spalle e glielo lanciò addosso. Irlar barcollò all’indietro, incespicò nei mobili e cadde a terra, perdendo la frusta. La ragazza si allontanò e, mentre l’uomo agitava gambe e braccia sul pavimento, si diresse alla porta, la sua unica possibilità di salvezza.

Tirò il chiavistello con rinnovata speranza… ma nella fretta l’ottone s’incastrò e divenne impossibile da smuovere. Voltando la testa, Alustriel vide la sagoma di Irlar stagliata contro il debole bagliore proveniente dalla finestra, che si appoggiava al tavolo di pietra e raggiungeva il cappuccio della minuscola lampada a olio. Non poteva permettergli di sollevarlo, altrimenti sarebbe stata spacciata! Con la luce l’avrebbe trovata subito…

L’uomo aveva probabilmente recuperato la vista. Quando la sua mano si posò sulla lampada, Alustriel si avventò su di lui col cuore martellante e lo spinse non appena lui la scorse alla luce della lampada. Irlar la colpì sulla fronte con il cappuccio. La ragazza vacillò, ma le sue mani erano già sul metallo bollente, sollevarono la lampada e la gettarono dalla finestra, incuranti dell’olio versato, al che la stanza ripiombò fortunatamente nell’oscurità.

Alustriel era troppo vicina alla finestra. Lui poteva vedere il suo profilo nella debole luce delle torce. La allontanò in modo da poterle assestare un colpo con la mano sana: un pugno violento che la fece barcollare. La giovane sentì una fitta agli occhi e la mente improvvisamente offuscata. Forse le aveva fracassato la mandibola… dei, che male! Irlar si gettò su di lei, le braccia tese per strangolarla.

Ma Alustriel gli sfuggì… sarebbe riuscita a evitarlo per sempre! Con risolutezza improvvisa la ragazza si voltò e smise di scappare; anzi, si abbassò all’altezza della sua vita, gli affondò la testa nel ventre con tutte le sue forze e caricò in avanti.

Irlar, dolorante, vacillò. Alustriel continuò a spingerlo, indietro e indietro fino alla finestra. Quando la sua schiena urtò il davanzale, l’uomo si mise a scalciare violentemente. Perse l’equilibrio. La ragazza gli sferrò pugni all’inguine, gli afferrò un piede, glielo torse, lo spinse… e d’un tratto si ritrovò sola nella stanza.

Nel cortile sottostante si udì un tonfo ripugnante. Lord Irlar si era schiantato sulle rocce ed era rimbalzato, una volta. Un momento più tardi Alustriel udì l’urlo improvviso di una guardia e numerose torce iniziarono a muoversi tremolanti.

La ragazza si sporse un momento dalla finestra per riprendere fiato, li guardò, poi si voltò e raggiunse decisa la porta. La melodia dell’arpa cominciò sotto forma di poche note allegre, in un continuo crescendo attorno a lei. Alustriel avanzò, incurante del suo aspetto, nel corridoio lungo e scuro, attraverso pesanti portoni e, svoltato un angolo, si fermò di fronte a quello dello zio. Non appena si avvicinò questa si aprì.

Thamator uscì nell’oscurità, la spada sguainata.

«Chi va là!» ringhiò, battendo le palpebre nel buio. La musica dell’arpa turbinò attorno a lui.

«Voglio ancora diventare un’Arpista», affermò Alustriel, sorpresa dalla tranquillità della sua voce.

«Tu, ragazza? Mi devi svegliare a quest’ora di notte con i tuoi giochetti! Non hai nient’altro da fare?» le chiese lo zio, confuso. Dal tono della voce Alustriel capì che la musica gli ricordava una persona del passato. La spada che brandiva iniziò a emettere un pallido bagliore. Nella luce crescente la ragazza vide l’espressione sorpresa dello zio.

L’uomo stava fissando il suo corpo semi nudo e imbrattato di sangue, cercando di capire come si fosse procurata quelle frustate che s’intersecavano sulla sua pelle. Fece un passo in avanti e la osservò, incredulo. «In nome di tutti gli dei, che cosa ti è suc…»

Improvvisamente si udì uno scalpiccio frettoloso di stivali e una torcia oscillante comparve da dietro l’angolo, la luce scintillante su elmi, punte di lance e su volti ansiosi. «Mio signore!» esclamò una delle guardie, la voce stridula per la tensione. «Lord Irlar! È morto! Nel cortile, forse è caduto da una finestra!»

«Sì», affermò Alustriel nel silenzio attonito, «è caduto». E, ignorando gli sguardi sbigottiti degli uomini che l’attorniavano, aggiunse: «Dopo che è stato spinto!».

Guardando lo zio fisso negli occhi, continuò: «Ero poco incline a diventare una sposa di Bane, ancor meno prima della mia notte di nozze».

La ragazza voltò loro le spalle e con ritrovata dignità si allontanò. Le imprecazioni sbalordite dello zio si persero dietro di lei mentre tornava alla sua stanza. La sua voce suonava, pensò Alustriel, stupita e lievemente compiaciuta.

E ora da Gaerd, per chiedergli come diventare Arpista. La ragazza si guardò, scrollò le spalle per lo stato in cui era ridotta, e s’incamminò con le gambe graffiate e doloranti lungo un altro corridoio. Perché non andarci subito? Perché suo zio sarebbe dovuto restare l’unico a essere buttato giù dal letto quella notte?

Quando bussò alla porta del mago, questa si aprì, e le apparve il viso sorridente di Gaerd… un po’ assonnato, ma pur sempre allegro.

In mano aveva una sfera di cristallo, nella quale vide, non senza sorpresa, la finestra aperta della sua stanza vista dall’interno, catturata nel cristallo come una minuscola scena. Il mago le fece cenno di sedersi, sorridendole con aria fiera. Sul tavolo davanti a lei, una spilla d’argento a forma d’arpa stava suonando dolcemente, da sola. Con un sorriso, Alustriel riconobbe la sua melodia.

13.

Nergal è sorpreso

Alla deriva in un sogno di dolore, Elminster si risvegliò gradualmente e s’accorse che invece era reale. Stava fluttuando, o cadendo, attraverso una nube di fumo rosso e nero, screziata di fuochi crepitanti. Di tanto in tanto lo trafiggevano saette di furia luminosa. Stava cadendo nella mente di Nergal.

SEI SVEGLIO, PICCOLO VERME? MI HAI DI NUOVO FATTO PERDER TEMPO, GRAZIE TANTE.

[un fulmine mentale lo colpisce ripetutamente finché non si dimena e non si contorce, in agonia, dopodiché lo trafigge ulteriormente]

CHE TE NE PARE? AFFASCINANTE, [ghigno] SCONFIGGI UN UOMO PER CASO, E PRENDI LA TUA RICOMPENSA DALLA DEA.

[sussulto]

BENE, SCHIAVO MENTALE, HO PERSO LA PAZIENZA. DI NUOVO. PREPARATI A ESSERE DISTRUTTO. NON SONO PIÙ DISPOSTO A SUBIRE I TUOI GIOCHETTI; ORA SONO DECISO A TROVARE, E A FAR MIEI, I RICORDI UTILI, UNA VOLTA PER TUTTE. MUORI, POTENTE MAGO!

[arco luminoso di fulmini mentali, che piovono come meteore e rimbalzano sino a sovrastare tutto, bruciando la sagoma evanescente del fantasma umano che ruzzola e geme]

ARRENDITI, SCIOCCO! DAMMI CIÒ CHE CERCO!

[cerchio di fuoco accecante, che si stringe come un cappio attorno all’essenza di Elminster, priva di membra, che precipita e svanisce a poco a poco]

DAMMI QUEL FUOCO ARGENTEO!

* * *

Nel vuoto in cui le stelle cadono senza tregua si sollevò una testa. Capelli di color blu-nero turbinavano dietro di essa formando una grande onda. Le stelle assunsero la forma di un volto accigliato. «Qualcosa non va.»