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La Tela tremolò ancora una volta. Gli occhi di Mystra avvamparono improvvisamente di fuoco argenteo.

«Elminster! Vecchio Birbante, che succede?»

La dea allungò un braccio per percepire quel calore malizioso e familiare, quell’impertinente stravaganza che accoglieva sempre il suo tocco, insieme a una strizzata d’occhio e una carezza, ma non trovò nulla.

«Elminster!»

Allarmata, la dea della magia raccolse le forze intorno a sé e le spiegò lungo una linea luminosa, poi iniziò seriamente a cercare.

Dolore, il fuoco argenteo si rovescia, negli Inferi!

Il suo maestro, la fonte di gran parte del suo potere, il suo legame più sicuro con la Mystra che l’aveva preceduta… in pericolo!

«No!» Una luce avvampò fra le stelle, e il vuoto fu scosso.

* * *

Su tutta Faerûn gli altari dedicati alla Signora dei Misteri eruttarono fiamme blu, che non divorarono nulla né scottarono alcuna mano, ma gettarono tutti i fedeli in uno stato di vigilanza irrequieta. I lucchetti sui libri d’incantesimi vennero meno e i tomi si aprirono; le rune s’illuminarono per tracciare bagliori turbinanti, speculari, sopra le pagine, draghi tuonarono e grugnirono voltando la testa da una parte e dall’altra in cerca di nemici o di visitatori.

In una radura del Bosco di Neverwinter la giovane maga Dethaera Matchlass fluttuò sorpresa, stretta nella morsa del suo primo rituale di Fuocomagico. Si levò in alto, gli abiti improvvisamente luminosi, sopra le teste dei colleghi devoti, poi singhiozzò di dolore e di meraviglia quando una serie d’incantesimi potenti a lei sconosciuti si manifestò nella luce della sua mente.

Nelle verdi profondità di Myth Drannor una torre pendente e solitaria crollò con un boato.

A Waterdeep una fanciulla che stava ammirando la Torre di Ahghairon camminò attraverso le barriere, fino allora impenetrabili, che la circondavano e le porte si spalancarono al suo approssimarsi. La giovane entrò e non ne uscì più.

Nel Luskan uno degli arcimaghi della Confraternita Arcana, impegnato a ordire un destino crudele per un apprendista maldestro, acquisì improvvisamente la testa di un leone al posto della sua. Perplesso e terrorizzato, cominciò a ruggire impotente, privato d’un tratto sia dei poteri magici sia della parola.

Nel Suzail, mentre passava rapido accanto a una spia Arpista, nascosta in un passaggio poco conosciuto del palazzo del Dragone Purpureo, Vangerdahast s’irrigidì. La donna fece per uscire dal nascondiglio per sorreggerlo al primo segno di traballamento, ma il vecchio e burbero mago continuò il suo cammino, sbattendo frettolosamente una porta dietro di sé. Nella camera oltrestante vi erano una sedia, una scrivania, un attaccapanni e uno specchio. Il mago si appoggiò al tavolo, domandandosi perché gli ribollisse il sangue e, per caso, si guardò allo specchio. Il volto che ricambiò il suo sguardo non era il suo, ma un viso femminile, gli occhi saggi e, nel contempo, giovani e belli. Respirando affannosamente, Vangerdahast batté le palpebre, e lo specchio andò in frantumi; il mago si voltò con aria torva, sapendo che finalmente era giunto il momento.

In Averno una sfera di fuoco precipitò verso pinnacoli bruciacchiati, ma d’un tratto virò lateralmente. Dall’aria antistante uscì una figura femminile, alta e slanciata, luminosa come un falò.

In un centinaio di forre e su migliaia di fianchi montagnosi una moltitudine di demoni sollevò la testa e rimase sbalordita. Si levarono in volo in folte schiere e videro una donna umana sospesa da sola, a mezz’aria, alta come una decina di demoni e avvolta nei suoi capelli di color blu-nero.

«Dov’è?» tuonò la sua voce in Averno.

I generali a comando dei demoni degli abissi trasalirono e grugnirono. I demoni minori si fecero piccoli per la paura; quelli che si erano lanciati all’attacco esitarono, ma fruste nere li incitarono a proseguire. L’intrusa li osservò avvicinarsi senza reagire.

Forche, lance e pugnali di fuoco affondarono in lei come fosse fatta di niente, squarciandone solo il manto luminoso. Nei punti in cui dalla carne nuda sarebbe dovuto sgorgare sangue si scorgevano soltanto chiazze scure, punteggiate di stelle vorticanti. Gli occhi della signora avvamparono d’argento.

«Dov’è lui?» domandò con più urgenza. «Che cosa gli avete fatto?»

Giunsero draghi, sbattendo ali rapide e possenti, le fauci spalancate dalla fame. Erano spronati da arcidemoni, i cui eserciti solcavano il cielo a migliaia, oscurando la volta rosso sangue con i loro corpi.

Mystra fissò coloro che affondavano le armi nel suo corpo, e questi svanirono trasformandosi in fili di fumo argenteo. Alcuni ringhiarono e sputarono incantesimi contro di lei, ma la dea si voltò e rispose al fuoco, uccidendo altre creature infernali.

Morte per sempre, bruciate come se non fossero mai esistite, scomparse a centinaia. Sotto gli eserciti confluenti Averno tremò, mentre arcidemoni nascosti nelle profondità degli Inferi guardavano in alto, allarmati, e impartivano ordini. Dalle rocce di Averno emersero allora i demoni degli abissi, a capo di armate di mostri alati.

Tutto l’Inferno era in tumulto. Il cielo fu squarciato da fulmini e le montagne fumanti eruttarono fuoco. In mezzo a milioni di demoni Mystra puntò lo sguardo e uccise, finché non bruciarono anche quelli che volavano tre file dietro ai demoni distrutti. Tutti caddero dai cieli su Averno, e una pioggia umida e scura di corpi straziati ricoprì le vette e ostruì i fiumi di sangue.

Trombe terribili risuonarono nell’aria. Cocchi scuri ascesero al cielo e dalle loro fauci irte di zanne riversarono orde di mostri alati, idre orribili viste raramente in Averno.

Mystra continuò a uccidere, una fiamma argentea scintillante contro una sfera sempre più piccola di morte nera. Anche l’aria stessa cominciò a frantumarsi e a caderle attorno come vetro infranto. Nel terreno s’aprirono spaccature dappertutto. Quando vide Faerûn luminosa e serena attraverso di esse, sotto e dietro di lei, Mystra capì che se ne sarebbe dovuta andare altrimenti avrebbe perso Toril in quell’impresa. La devastazione dell’Inferno e il salvataggio di Elminster avrebbero dovuto attendere un altro momento e un’altra occasione.

Come il suo fedele Eletto prima di lei, la dea concentrò l’attenzione sulla chiusura delle spaccature fra Toril e Averno. Ma a differenza di Elminster, lei uscì da quest’ultimo, chiudendo la lacerazione e lasciando dietro di sé un regalo di congedo.

Il cielo rosso sangue di Averno s’illuminò d’argento e poi di bianco e blu. In tutto il paesaggio torturato ogni demone volante cadde, disintegrato all’istante.

Un sangue nero e fumante impregnò e soffocò la terra. Mystra non seppe mai che aveva rischiato di affogare l’uomo che era venuta a salvare. Pochi istanti prima una erinni sfuggita al massacro aveva protetto Elminster, che si trascinava alla cieca e, quando cadde staccandosi da lui, ormai ferita e morente, il mago era illeso. Questi si mise faticosamente in piedi per vedere svanire l’ultimo bagliore argenteo.

«Mystra», sussurrò. «Grande Signora… tutto questo per me?»

Piangente, ricadde fra i morti. A perdita d’occhio l’aria era scossa da esplosioni nere; innumerevoli demoni degli abissi giunsero da Nessus, colmi della rabbia di Asmodeus, per distruggere l’intruso solitario che non era più nei cieli di Averno. L’Inferno fu scosso in profondità da una rabbia nera e le fiamme s’innalzarono alte. Il cielo divenne rosso sangue per un’altra eternità.

* * *

Azuth.

Nelle tenebre fluttuanti di uno spazio che non era un piano, formato dalla magia di tutti gli incantesimi di Candlekeep, il Signore degli Incantesimi scivolava come un serpente da una runa all’altra. Queste si ergevano come sculture in uno spazio vuoto. Il dio riattivò il fuoco di una e diede nuova forma a un’altra, cambiandone lievemente i poteri e il significato per salvaguardare il tessuto di Toril e per guidare i maghi in direzioni diverse, quindi…