La voce nel suo sangue, mentre lui si muoveva come una lingua di fuoco e di magia evocata, fu tanto delicata da sembrare opera dell’immaginazione.
Altissimo, ho bisogno di te. Questa volta la voce mentale era forte e chiara. Mystra era vicina e lo cercava.
«Grande Signora, ti sento. Come posso servirti?»
La voce avvampò improvvisamente di fuoco argenteo. Un bagliore bianco e blu rotolò all’orizzonte come un’onda che cerca una spiaggia distante. Due occhi, scuri e stellati come una calda notte d’estate, lo guardarono da un punto a breve distanza da lui.
Azuth si trattenne dall’improvviso desiderio di abbracciare la dea e di assaporarne l’amore; tale sensazione lo pervadeva ogniqualvolta s’incontravano, ogniqualvolta il potere divino faceva appello al suo.
«Grande guida», sussurrò Mystra, «il nostro Eletto più potente è caduto in Averno, e l’Inferno si è rivoltato contro di me. Dobbiamo riportarlo indietro. Ma in che modo?»
Sbigottito, Azuth si trasformò in un mago giovane e alto, con una tunica bianca scintillante e due occhi grandi e scuri. «Sei sicura… ma naturalmente.» Ci fu un baleno quando Mystra condivise con lui ciò che era accaduto, il suo contatto mentale con Elminster… e la debolezza assoluta del più potente dei suoi Eletti. Il Signore degli Incantesimi si accigliò.
«Ebbene?»
Azuth trasalì. «Grande Signora», mormorò, «con l’Inferno in tumulto, la forza non è la soluzione migliore. Anche un’azione furtiva è destinata a fallire, per il momento. Se sopravvive, potrebbe essere indicato un salvataggio rapido, ma sappi, e non dimenticare, che chiunque inviamo, sarà perduto per sempre. Anche quelli che si salvano fisicamente dall’Inferno, spesso impazziscono».
DUNQUE LA TUA MYSTRA SENTE LA TUA MANCANZA E RIVUOLE IL SUO PICCOLO CANE DA SALOTTO. TUTTAVIA PERSINO LE DEE TROVANO IL BENVENUTO DELL’INFERNO UN PO’ TROPPO CALDO E FUGGONO A MANI VUOTE. NON TI AVRÀ MAI.
TU SEI MIO, PICCOLO MAGO INCATENATO.
MIO, SEBBENE QUELLA TUA MENTE ROVINATA E PIAGNUCOLANTE FUNZIONI ANCORA, E TENTI VANAMENTE DI TENERMI NASCOSTE LE COSE.
NON TI È RIMASTO MOLTO CON CUI OPPORRE RESISTENZA, VERO? VEDIAMO SE RIUSCIAMO A PORTARE ALLA LUCE I RICORDI IN CUI CONTROLLI LA MAGIA, QUANDO INSEGNI AGLI APPRENDISTI, HMMM?
Il vetro esplose nella stanza in una miriade di frammenti luccicanti. Sospirando, Elminster coprì la tazza di tè con una mano.
«Muori, maledetto stregone da quattro soldi!» La maga sulla finestra allungò le mani a mo’ d’artiglio, e fulmini scaturirono dalle sue lunghe dita.
Questi rombarono attraverso la stanza, fra bagliori accecanti e scintille scoppiettanti, e colpirono qualcosa d’invisibile a pochi centimetri dal naso del Vecchio Mago. Questi li osservò rimbalzare, tranquillo, e salutò la Maga Rossa con la mano, mentre il suo stesso incantesimo la trafiggeva e la spingeva, urlante, fuori dalla stanza.
«Lhaeo», annunciò con calma Elminster, «la finestra. Di nuovo. Una Thayana ambiziosa, come al solito».
«Lo so», una voce aspra si levò dal giardino sottostante. «Le mie rose, perché devono sempre atterrare sulle mie rose? C’è un intero acro di gigli e di erbe per giacere e consumarsi lentamente, ma oh, no, nelle mie rose, vi precipitano dentro e si dimenano…»
«È il tuo turno per l’incantesimo», gli ricordò El dolcemente, poi affondò un pollice nella tazza per mescolare bene la bevanda.
«Non è compito mio, lo sai», borbottò Lhaeo. «Potrei guadagnare un intero pezzo di rame a scavare tombe nel Voonlar».
«Potresti governare un regno da qualche parte non lontano da qui, ragazzo», ribatté Elminster, lo sguardo rivolto al soffitto.
«Non mi tentare», grugnì Lhaeo. «Vetri dappertutto, rose spezzate e fumanti, e numerose dozzine di giovani donne Sembiane che vengono per il tè! Non potresti, per favore, uccidermi e farla finita subito?»
«E domani che farei per divertirmi, eh! Voi principini, sempre a pensare solo a voi stessi, senza un minimo di considerazione per il benessere di vecchi maghi deboli, spossati dal compito millenario di salvare il mondo…»
«Oh, chiudi il becco! L’unica cosa peggiore dei sentimentalismi è un mago borioso! Ti sei già mangiato metà dei panini, e loro non sono nemmeno arrivate!»
«Era il minimo che potessi fare, ragazzo», rispose Elminster con tono offeso, «dopo che ti sei dato tanto da fare a toglierci le croste».
La testa di Lhaeo fece capolino alla finestra dai vetri infranti. «E c’è un’altra cosa! Te ne vai in giro per questi “altri mondi” e torni con le idee più assurde! Tagliare il mio pane alla glassa d’uovo senza crosta in maniera tanto sottile che ci potrei sputare attraverso! Che razza di idiota lo farebbe! lo…»
«Potresti sputarci attraverso: spero sia solo un’ipotesi», esclamò Elminster con disapprovazione, un sopracciglio sollevato.
«Potrebbe, ma l’ho fatto», ribatté Lhaeo. «Dovevo provarci, una volta venutami l’idea.»
Elminster, incredulo, emise una sorta di «eep» e guardò i mucchietti ordinati di panini senza crosta, impilati sui piatti di fronte a sé.
Lhaeo gli lanciò un’occhiata disgustata. «Tu non bazzichi molto nelle cucine, vero?»
In quel momento una statuetta di rame raffigurante una rana panciuta, appoggiata su uno scaffale, aprì un occhio e la bocca, si schiarì la gola e, con voce monotona, esclamò: «Bong».
Lhaeo grugnì. «Sono arrivate.» Agitò bruscamente una mano, mormorò qualcosa, e tutti i vetri della stanza tornarono al loro posto in un turbine silenzioso e scintillante.
Elminster sollevò sardonico un sopracciglio. «Ti metti in ghingheri per le signore!»
La finestra emise un suono molto aspro in risposta.
Il mago lo ignorò, sollevò due dita con un rapido gesto e cominciò a parlare rivolto all’aria. «Accomodatevi e siate le benvenute, gentili signore. Che la mia casa, per quanto modesta, sia per voi un rifugio. Mentre vi aggirate nella mia dimora, vi prego di ricordare solo questo: se non toccate nulla, nulla vi potrà far male. Il tè verrà servito nella stanza la cui porta emette ora un bagliore blu.»
Una foschia blu si levò per un attimo all’estremità più lontana del locale. La porta si spalancò di colpo.
Una cosa enorme, ornata di merletti e apparentemente con tre seni, fluttuò fra la nebbia prima che Elminster potesse sorridere. «Oh, voi siete dunque il grande Elmin-stah! Che onore, che gioia rara incontrarvi! I miei amici di Selgaunt saranno tanto gelosi! Un vero arci-mago in carne e ossa, seduto nel suo salotto con tutti i suoi libri e i cappelli buffi e i crani e i barattoli delle rane e… oh, beh, sì, è così eccitante! Non è vero, ragazze?»
Si udì un coro obbediente di «Sì, grande signora», provenire dalla porta, ma la Gran Lady Calabrista non era rimasta ad attendere la risposta.
«Voglio sappiate, signooore, che abbiamo fatto tanta strada solo per vedere voi, e che abbiamo scelto soltanto le giovani migliori! Non mi sognerei di farvi perdere tempo con qualcosa che non sia più che eccellente! Oh, sì, credo che rimarrete molto soddisfatto del tipo di ragazze che forma la mia piccola scuola… e lo dico addirittura io, in persona! Ragazze! ragazze! Non state sulla porta, entrate, entrate, in modo che il grande Elminster possa vedervi!»
La tazza di tè appoggiata di fronte al mago mormorò: «Sembra una schiava che ho udito una volta a Tharsult». La voce suonò sospettosamente come un’imitazione metallica di quella di Lhaeo.
Elminster sorrise e affermò: «Gran Lady Calabrista, sarete molto affamata dopo un viaggio tanto lungo e faticoso!».