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La tazza di tè sputacchiò, ma il mago la ignorò. «Vi prego entrate, sedetevi sulla mia sedia migliore, e assaggiate questi panini succulenti con un po’ di cordiale alle bacche…. Anche voi signorine, sono certo, non disdegnerete…»

Prima che potesse terminare la frase, la proprietaria della tunica con la parte anteriore rialzata e con una strana acconciatura ad elmo s’era adagiata sui cuscini di seta rosa di una poltrona dorata, dallo schienale alto, che fino a quella mattina era stata un fungo marcio nella foresta della Collina dell’Arpista. Più rapida di una goccia di pioggia che cade per terra, la donna si servì alcuni panini su un piatto d’argento. Una fine caraffa piena di cordiale si sollevò lieve da uno scaffale e riempì un calice di vetro posto accanto al gomito di Lady Calabrista, al che la donna emise un risolino di sorpresa.

Quattro belle fanciulle in abiti di seta entrarono nella stanza, facendo un gesto di cortesia con la mano, e si posero davanti a quattro sedie vuote lontane dalla tutrice. Splendevano come preziosi mobili di corte, ma almeno due di loro esibirono un sorriso un po’ troppo altezzoso e beffardo. Tutte ostentavano un atteggiamento fintamente annoiato e una languida disinvoltura, e tutte si sarebbero ben presto buscate un raffreddore con le tuniche che avevano scelto per fare bella impressione. Guardando le perle scintillare, le pantofole strisciare e gli orecchini di gemme penzolare e ondeggiare, anche a Elminster cominciava a venire in mente il Tharsult.

«Venite più vicino, più vicino, ragazze! Non siate timide; i grandi uomini non hanno tempo per ragazzine titubanti! Signooor Elminster, questi panini sono davvero i bocconi più squisiti che abbiano sfiorato le mie labbra da settimane! Ditemi, di che cosa son fatti?»

«Lumache, Gran Lady», rispose El col più dolce dei sorrisi. «Farciti con una pasta verde fatta solo con le lumache arboricole più grosse della foresta che ci circonda, guarnite con pepe e succo di limone, naturalmente».

«Naturalmente», gli fece eco Lady Calabrista, un po’ esitante. In quell’istante Elminster coprì la tazza con la mano, per smorzarne lo sbuffo d’ilarità. Quattro mani delicatamente protese si bloccarono all’istante, tremarono e alla fine si ritrassero, senza nemmeno sfiorare i vassoi.

Il Vecchio Mago sollevò le sopracciglia. «Oh, ma sono buoni! I nobili di Waterdeep li apprezzano più d’ogni altra cosa! E se gli dei vi arridono, e vi concedono grande fortuna…» aggiunse, protendendo avido una mano e scrutando i panini sul vassoio davanti a lui. Poi ne afferrò rapidamente uno, lo apri e, dopo aver mostrato la lumaca che vi strisciava dentro, lo richiuse, lo portò alla bocca e lo addentò con voracità, concludendo, «… ne troverete una viva! Ah, non c’è nulla di più buono!».

Mentre parlava, la testa verde della lumaca fece capolino dall’angolo della sua bocca, si voltò di qua e di là con aria interrogativa, e poi svanì nuovamente all’interno. Elminster masticò con vigore, sorridendo agli ospiti. I piccoli trucchi facevano centro, sempre.

«I-io credo sarebbe meglio», balbettò Lady Calabrista, «se procedessimo con il motivo della nostra visita. Uomini di grande influenza nel Sembia… per dire le cose come stanno, uomini di grande ricchezza… hanno iscritto le proprie figlie alla mia scuola già da alcuni anni, per scoprire se gli dei abbiano donato loro il talento della magia, un talento che, non per vantarmi, so coltivare senza ricorrere ad altari neri, fuochi di mezzanotte o sacrifici di, ehm, lumache. Intendo dire, sono certa che queste ragazze, le mie studentesse migliori, non deluderanno alcun praticante competente dell’arte! Mi è stato chiesto di portarle al vostro cospetto da individui molto altolocati, affinché le esaminiate, ah, e le approviate».

«Avete preso una decisione buona e saggia», rispose Elminster sorridendo lievemente. «Io le approvo tutte.»

«Davvero! Senza nemme… voglio dire, la loro attitudine alla magia è tanto evidente!»

«Esatto, Gran Lady», ribatté Elminster con un sorriso aggraziato, picchiettando delicatamente la tazza (che aveva iniziato a emettere versi simili a singhiozzi), «proprio così. Non vi sono dubbi. Se non aveste avuto tanta parte, una parte importante, nel forgiare le loro glorie, il loro potere brillerebbe ancor di più! Vi prego di accettare le mie scuse, fanciulle, perché qui si discute di voi come si fa del bestiame, o di tuniche raffinate, o del cristallo di china… Ciò che mi sta più a cuore non è la vostra abilità con gli incantesimi, ma il vostro modo di pensare e il vostro carattere, e i viaggi quotidiani del vostro cuore. Forse possiamo tentare di analizzare tutto ciò già oggi. Io…». In quel momento una miriade di frammenti scintillanti di vetro fu piroettata nella stanza. Sospirando, Elminster coprì nuovamente la tazza di tè con una mano.

«Muori, maledetto stregone da quattro soldi!» La maga sulla finestra allungò le mani a mo’ d’artiglio, e fulmini scaturirono dalle sue lunghe dita.

Questi rimbombarono nella stanza, fra i soliti bagliori accecanti e scintille scoppiettanti, e colpirono qualcosa d’invisibile a pochi centimetri dal naso del Vecchio Mago. Lui li osservò rimbalzare, tranquillo, fra urla, un fuggi fuggi generale, collane di perle che si rompevano e una Lady Calabrista che si aggrappava con le unghie allo schienale della poltrona. Questa si ribaltò all’istante e rivelò al mondo intero un folto strato di sottane di seta e di garza ornate di gemme. I fulmini tornarono alla Maga Rossa che li aveva scagliati, ma si dispersero dopo aver cozzato contro il suo scudo. La donna emise quindi un verso di rabbia e di trionfo che riecheggiò in tutta la stanza, facendo tremare una certa tazza di tè, trasformando le sedie di nuovo in funghi, e facendo aprire entrambi gli occhi alla rana, che esclamò con tono interrogativo: «Bong!».

In pochi secondi quattro donne di Sembia scomparvero dalla stanza. Elminster si appoggiò comodamente alla sedia, il panino ancora in mano, e osservò con interesse mentre l’ultima delle giovani visitatrici, tremante e con le labbra pallide, protendeva una bacchetta estratta da un fodero fino ad allora rimasto nascosto lungo il suo fianco, digrignava i denti e sibilava una parola che risvegliò d’un tratto il pezzo di legno che stringeva tra le mani.

Un fascio di luce bianca inondò la stanza, accerchiò la maga di Thay con fuochi rossi per un istante e poi scaraventò maga, finestra, scudo magico e tutto il resto nel giardino sottostante, creando un buco largo e fumante.

La giovane Sembiana fissò sbigottita il suo operato, gli occhi colmi di lacrime.

Una voce debole salì dal giardino: «Le mie rose!».

«Stai bene, Lhaeo! Non mi aspettavo che questa sputafuoco avesse una bacchetta di fiamme brucianti…»

«Non ero io», rispose lo scrivano con aria stanca. «Io ero ancora una tazza di tè. Era un Mago Rosso… o una Maga, insomma era vero.»

Elminster corrugò la fronte. «Due in un pomeriggio! Dovrò istituire un pedaggio.» Il mago voltò lentamente il capo e chiese sbalordito alla fanciulla: «Nouméa Fairbright? È il tuo nome, vero!». Lei annuì ed El continuò: «Nouméa, dove diavolo hai preso una bacchetta di fiamme brucianti! Sono pericolose, lo sai».

La giovane lo guardò per qualche istante con la bocca spalancata, poi ritrovò la voce. «Pericolose? pericolose? Dopo che ordinate al vostro apprendista di scagliarci addosso fulmini? Per ingannarci, bruciarci e spaventarci come mai ci era accaduto prima! Perché, voi…»

El sogghignò, e il volto di Lhaeo, quando apparve alla finestra, aveva un’espressione identica.

«Tu sei perfetta», esclamarono in coro. «Sì, fai al caso nostro. Siediti, mettiti comoda e prendi un panino alla lumaca; in realtà sono fatti con senape, formaggio e cetrioli sott’aceto. Abbiamo molto di cui parlare.»

Nouméa li fissò per un lungo istante. Poi si sedette, risoluta, su un fungo e sollevò le pantofole dorate dal tacco a spillo sul tavolo di Elminster, con un gran tonfo. «Ebbene!» chiese, alzando un sopracciglio serio ma divertito. «Non c’era anche un po’ di cordiale?»