Baergrim ed Eltragar non ebbero bisogno di udire il suo avvertimento: stavano già correndo all’impazzata, sbattendo contro le pareti di pietra, ansimando e inciampando qua e là. Una risata fredda e crudele li seguì per un lungo tratto lungo il corridoio dal quale stavano fuggendo.
Quando gli echi dello scalpiccio di stivali cessarono, il mago pazzo trasformò di nuovo il suo braccio in un arto femminile slanciato e, con un’occhiata, fece comparire una catena dal nulla per attaccarlo ancora una volta al muro. Stava arrivando qualcuno, e i vecchi stratagemmi erano sempre i migliori.
In pochi istanti la donna giaceva di nuovo stesa e in catene sul piedestallo, gli occhi supplicanti al di sopra del bavaglio che le copriva bocca e naso. Dopo tutto era doveroso dare agli individui più svegli una qualche possibilità di sopravvivere…
La donna voltò la testa e fissò furiosa la figura davanti alla tenda di perline. Era la sua copia esatta, un uomo anziano e calvo con lunghi capelli bianchi, gli occhi selvaggi e la tunica marrone sgualcita… ed era appoggiato contro la parete, le braccia incrociate sul petto, un sorriso sul volto. «Halaster Blackcloak, presumo?»
Halaster non si curò di abbandonare le sue fattezze femminili e sbottò: «Sì, perciò tu chi sei?».
L’incantesimo che scaturì scoppiettante dal suo corpo privò l’intruso del travestimento e lo scagliò in aria nella stanza. Un uomo grasso e poco attraente sbatté con un grugnito contro la parete più distante e scivolò lentamente sul pavimento, il volto teso dal dolore.
Halaster si alzò dal piedistallo, assumendo le sue vere sembianze mentre avanzava per dare all’uomo il colpo di grazia. No, meglio prima sapere come e perché quel pazzo si era trasformato in lui. E poi… ah, sì, e poi…
Saette di luce blu gli stavano già turbinando scoppiettanti attorno alla mano quando il mago si chinò sull’uomo che cercava di rimettersi in piedi. Quel volto…
«Mirt? Mirt di Waterdeep? Per tutti i capricci di Mystra, che cosa ci fai qui?» Halaster tenne le saette dove il vecchio mercante potesse vederle e aggiunse piano: «Ti ho fatto una domanda. Rispondi subito oppure morirai: non me ne starò qui in attesa che tu prepari un attacco».
Il Vecchio Lupo sputò sangue e rispose: «T-ti stavo cercando. Sapevo che ti avrei trovato». Poi i suoi occhi si trasformarono in due fiamme bianche e blu e l’uomo… no, la donna, poiché membra e fianchi formosi stavano iniziando a prender forma da quelli che sembravano essere abiti marrone, sbrindellati… cominciò a sollevarsi dal pavimento e a fluttuare in avanti.
Halaster sollevò la mano avvolta dai fulmini e ringhiò: «Chi… o che cosa… sei?».
«Chiamami Mystra», rispose gentile la visitatrice. L’eco tuonante di quella voce scosse Halaster nelle profondità dell’anima.
Il mago pazzo si ritrovò in ginocchio, tremante, sull’orlo delle lacrime…
La mano che toccò la sua era ferma, solida e liscia. L’ondata di potere che si propagò in lui lo spinse indietro fra le tende scure della sua mente per un po’, e lo lasciò lì, a battere le palpebre, riconoscente e sgomento.
«Non ringraziarmi», affermò la dea della magia rivolta al mago pazzo. «Dobbiamo parlare.»
«Perché?»
«Ho bisogno che venga eseguito un compito, molto rapidamente», rispose Mystra. «Un compito difficile, adatto a un uomo pazzo.»
Halaster increspò le labbra quasi in un sorriso e chiese: «Se sopravvivo, mi concederete la sanità mentale?».
«Se posso.»
«Mi darete magia sufficiente tanto da avere una chance di successo?»
La dea annuì. «Lo farò. Un potere tre volte superiore a quello che hai avuto e usato prima, e altre cose ancora.»
«Proprio il potere mi ha reso pazzo, almeno credo», sussurrò. «Sono pronto.»
Toccò allora a Mystra abbozzare un sorriso. «Non vorresti sapere prima di che cosa si tratta?»
Halaster scosse le spalle. «No, ma ditemelo.»
«Ho bisogno che mi riporti un mago dai Nove Inferni. Vivo e il più possibile intatto. È un vivente e un intruso laggiù, non un abitante degli inferi.»
«Lo farò. Chi è?»
Un volto, un nome e un altro ancora, più segreto, turbinarono nella mente di Halaster; il mago vacillò e si prese la testa fra le mani. «Elminster», esclamò sorpreso. «Lady, non è uno dei vostri?»
Mystra annuì. «Lo è… e lo sarai anche tu.»
«L-lady, io sono stato toccato da Shar», osò mormorare Halaster.
Impaziente, Mystra gettò il capo all’indietro. Piccole stelle ammiccanti si sparpagliarono dalle sue lunghe trecce fluenti e inondarono la stanza. «Lo so. Toccami.»
Halaster Blackcloak deglutì. Si alzò e tese una timida mano verso di lei. Il potere che fluì nel suo corpo lo fece urlare e diventare cieco. Per un attimo gli sembrò che il suo corpo venisse scaraventato contro un muro con forza tale da spaccargli le ossa… Ma subito tutto divenne un fuoco ruggente di color bianco e blu, poi Halaster iniziò a ridere esultante per il potere che scorreva in lui. Lo cavalcò a lungo, attraverso piani e grandi vuoti, oltre esseri confusi, che volevano prenderlo… o forse fu il potere a cavalcare lui.
BENE, E ORA QUESTO COS’È? MOLTA GENTE, UNA SORTA DI FESTA, INCANTESIMI… SÌ.
Per quanto le campane avessero battuto solo nove rintocchi, la festa era già nel pieno. Risate, pezzi di canzoni stonate, e grida appassionate d’amicizia echeggiavano contro l’alto soffitto causando un baccano assordante. I menestrelli avevano da tempo rinunciato all’attenzione dei presenti e si erano uniti agli invitati attorno ai vassoi delle bevande. Il tintinnio dei calici vuoti che rotolavano sulle piastrelle del pavimento costituiva in quel momento la musica più alta.
Sir Sabarast Windriver osservò alcuni servi portare via una nobildonna completamente ubriaca, stesa su un gigantesco vassoio d’argento, e sorrise. Un giorno, la più giovane Lady Hawklin avrebbe imparato a rigurgitarsi addosso con grazia il vino color rubino, ma non quella sera… nonostante avesse già fatto un po’ di pratica.
Accanto a lui, il suo buon amico Andemel sospirò e mormorò: «Che spreco di buon vino. Potrebbe essere altrettanto bella, anche… in verde».
Sir Sabrast trasalì. «E sprecare tanta menta elfa? A sei leoni la bottiglia, il vino rubino è già un peccato, ma…»
«Ah, ma se fossimo veri nobili», lo interruppe malizioso Mastro Andemel Graeven, «non ci preoccuperemmo di costi e di prezzi».
«Se fossimo veri nobili», replicò l’amico, «verremmo tagliati fuori dagli affari in un mese e dieci giorni, ossia più o meno alla scadenza dei prestiti della Corona. È un peccato, senza dubbio, che i mercanti onesti non possano ottenere vagonate di leoni gratis dalla Corona, per soddisfare i propri capricci!»
Andemel fece strada attraverso le tende nella penombra accogliente della loro alcova preferita. Per tutti gli dei, entrambe le colonne che reggevano il soffitto a volta erano state spostate, e in un angolo vi era un nuovo busto regale di Azoun, in pietra. Non la finivano mai di rivoluzionare le cose in quel palazzo… con il denaro delle tasse di coloro che, a Cormyr, dovevano effettivamente lavorare per vivere! Probabilmente no. Andemel scrollò le spalle e chiese all’amico: «E nel Suzail chi sarebbe oggi un “mercante onesto”?».
«Le mie scuse», rispose Sabrast con un sorriso. «Diciamo, allora, “d’estrazione comune”.»
Andemel annuì. «Così va meglio. Ah, ma perdonerò un sacco di cose a molti nobili altezzosi finché la loro vanità li indurrà a organizzare bagordi come questi. Hai visto quella ragazza con la tunica lucente? Quando quelle fiamme fittizie le si sono spente proprio sul davanti, ho creduto di soffocare! Come fa a tenere incollati quegli smeraldi!» L’uomo scosse la testa in gesto d’ammirazione. «È ancora qui intorno, vero! Forse le chiederò se desidera vedere la nuova arte topiaria a Graeven, che ne dici!»