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Andemel e Raurild, le cui sopracciglia si erano sollevate all’udire quell’elenco sbalorditivo di ricchezze, guardarono con interesse il collega, domandandosi che cosa avrebbe detto o fatto in quel momento. Inconsciamente, come per prendere le distanze da quell’imbarazzante problema finanziario e dai sospetti della Corona, i due si erano allontanati di un passo o due, e il padrone di Casa Windriver era rimasto solo al centro dello sfarzoso tappeto Thayano.

Portandosi lentamente in un punto da cui poteva appoggiarsi a una delle colonne da poco spostate, Sir Sabrast Windriver abbozzò un sorriso.

«In verità, Murauvyn», rispose tranquillo, «sembrate non sapere nulla della mia quarta, quinta e sesta amante, della mia catena di negozi di souvenir Olde Lace e Glitterswash in tutto il Sembia, e delle attuali necessità e disposizioni della mia grande famiglia. Mio figlio maggiore, Falorian, sta lavorando sodo per finanziare la sua linea di spedizioni da Selgunt, mio figlio Arastor, quello di mezzo, sta per diventare il più grande costruttore di edifici in pietra di Westgate, e il più piccolo, Bralzaer, ha fondato una compagnia mercenaria a Impiltur, gli Audaci Basilischi di Bralzaer. Ho sei figlie, tutte nel Sembia, che cambiano tre o quattro tuniche al giorno, per tentare di catturare mariti facoltosi. La mia malferma moglie, della quale avrete certo sentito parlare, passa il tempo a sperimentare qualsiasi medicina che uomini o nani le suggeriscano, in cerca di una cura per… vivere, a quanto sembra. Avete idea di quanti leoni d’oro sono capaci di spendere in un giorno!»

L’uomo fece un sorriso malizioso e aggiunse: «Se non do loro nemmeno una moneta di rame consunta, perché dovrei dare qualcosa a voi?».

Nel silenzio teso che seguì, Raurild non poté fare a meno di sbuffare, nel tentativo di soffocare la sua ilarità. L’esattore delle imposte gli rivolse uno sguardo freddo, prima di raggelare con lo sguardo l’impenitente cavaliere.

«Sir Sabrast», affermò Immult Murauvyn con tono freddo e preciso, «il trattamento che riserva alla sua famiglia non è affare della Corona. Lo è, invece, la vostra incapacità di pagare le imposte. Infatti, è diventata una questione tanto grave che il Mago Reale di Cormyr mi ha autorizzato a confiscare una qualunque delle vostre proprietà, per saldare il debito insoluto, dopo che avrete reso un mese di servizio per le strade reali del regno, come deve fare ogni debitore senza un soldo. Recitate fin troppo bene la parte dell’indigente e ci costringete a trattarvi come tale».

Sir Sabrast si allontanò dalla colonna, spostando casualmente una mano per coprire gli anelli che portava sull’altra, e chiese a bassa voce: «E se rifiuto di sottomettermi alle richieste che avanzate sulla mia persona e sulle mie proprietà!».

L’altra colonna si mosse e si offuscò improvvisamente. Le mazze luminose si sollevarono all’istante e i Dragoni Purpurei impugnarono le armi, ma si fermarono quando la colonna si rivelò essere la figura inequivocabile di Vangerdahast, il Mago Reale di Cormyr.

«Sabrast Windriver», affermò con tranquillità il vecchio mago grassoccio, «sappiate che se oserete fare qualsiasi incantesimo o commettere atti di violenza in questo momento, vi verrà aggiunto un anno di servizio come rospo, nel palazzo dei Letamai».

Mentre Vangerdahst stava ancora parlando, la colonna a cui era appoggiato Sabrast cominciò a vorticare confusamente. Un istante più tardi si trasformò in una magnifica fanciulla che indossava, più o meno, una tunica di fiamme balzellanti.

I Dragoni Purpurei rimasero a bocca aperta e deglutirono quando le fiamme languirono e rivelarono un corpo coperto soltanto da un tatuaggio armonioso dell’Esercito Reale di Cormyr. La fanciulla dipinta mandò un bacio ad Andemel, tremolò e divenne, d’un tratto, un vecchio barbuto col naso adunco, in una tunica grigia e disadorna.

«Elminster!» esclamarono le guardie sorprese.

«Solo un’altra colonna del palazzo», rispose sarcastico il Mago di Shadowdale. «Buongiorno, Vangy, fedeli guardie, e bravi mercanti di Cormyr. È una festa privata?»

Vangerdahast gli lanciò uno sguardo tagliente come una spada sguainata. «Elminster», gli chiese con voce pericolosamente suadente, «che ci fai qui?»

«Sono venuto a pagare il debito finanziario di Sabrast, con un notevole interesse, come vedrete, e ad avvisarvi, in maniera amichevole, di riconsiderare la vostra lecita richiesta di un suo servizio forzato.»

L’esattore Murauvyn aprì la bocca per borbottare qualcosa, si passò la lingua sulle labbra e guardò Vangerdahast.

Il Mago di Corte chiese a bassa voce: «E perché faresti tutto questo?».

Il busto di Azoun posto nell’angolo fu improvvisamente circondato da un bagliore vivido, color ambra, che catturò l’attenzione di tutti. La statua ammiccò, si tramutò per un attimo in un’arpa e subito dopo in un mucchio scintillante e sdrucciolante di monete d’oro e di cofanetti dal coperchio di vetro, pieni di gemme.

«Sarà anche una canaglia, ma io, nonché molti ignari cittadini di Cormyr, ho un debito con questo vostro cavaliere per un certo sostegno che ha dato.»

Vangerdahast, chiaramente furioso, sbottò: «E se rifiuto di accettare il tuo pagamento? Che succede in tal caso?».

«Beh, in tal caso», rispose pacato El, «sarò costretto a revocare la mia protezione su alcuni tesori del palazzo, che, temo, si tramuteranno nella loro vera forma».

«Elminster», ringhiò Vangerdahast, «mi stai minacciando!»

Il Mago di Shadowdale sembrò turbato. «Per le gentili grazie della Sacra Mystra, no», mormorò compiaciuto. «Sto solo offrendoti alcuni consigli amichevoli… sulle conseguenze, stavolta. Alcuni di questi tesori, sai, si arrabbieranno molto quando si sveglieranno.»

«Arrabbieranno? Si sveglieranno? Elminster, hai collocato dei mostri a palazzo?»

«No, è colpa mia se numerosi re di Cormyr hanno la passione per oggetti di valore che altri non riescono a inchiodare saldamente, e li portano a casa!»

«Elminster Aumar», esclamò Vangerdahast con una nota di tensione nella voce, «basta con gli indovinelli. Che tipo di mostri occupano le nostre sale sotto il tuo controllo?».

Il Mago di Shadowdale riassunse le sembianze della fanciulla formosa nella tunica di fiamme guizzanti, e fece l’occhiolino al Dragone Purpureo più vicino. «Ah, draghi», esclamò con aria innocente rivolto al soffitto.

«Draghi?»

«Solo tre, o erano quattro? E della specie più piccola», rispose El.

Nel silenzio che seguì, la fanciulla afferrò il braccio di Sabrast e aggiunse dolcemente: «Andrò a riferire al cancelliere che accettate il pagamento tardivo, ma generoso, di Sir Sabrast, va bene?».