Urlando con voce roca, Halaster si contorse, trafitto da ciò che si rivelò essere uno dei tentacoli del demone, un tentacolo che terminava con una punta ossea lunga e sottile. Scrollandosi di dosso gli effetti dell’incantesimo dell’arcimago, Nergal emise una risata breve e maligna, poi sollevò il nemico in aria.
L’aculeo era alto due volte il mago impalato. Insinuatosi fra le sue gambe, si era aperto un varco tra le viscere e i polmoni ed era sbucato fuori dalla gola di Halaster, spingendogli da parte la testa. Fiamme bianche e blu fuoriuscirono dal corpo del mago in una dozzina di punti, mentre i suoi occhi scuri e deboli cercavano Elminster.
«Mi… dispiace», mormorò a fatica. «Ho… tentato.»
Un fuoco bianco e blu avvampò, avvolse Halaster e lo sollevò dall’aculeo, che rimase improvvisamente nudo. Il fuoco turbinò nell’aria sotto forma di piccola sfera. Nergal sollevò una mano artigliata per afferrarla, ma questa divenne improvvisamente molto piccola e brillante. Il mago pazzo ruzzolò nella sfera come una bambola spezzata, scintillò e svanì.
Elminster e Nergal rimasero entrambi con lo sguardo fisso nel cielo rosso, improvvisamente vuoto. Poi, nello stesso istante, abbassarono gli occhi e scrutarono fra le rocce bruciacchiate e fumanti, alla ricerca di stelle bianche e blu o di altri segni della sopravvivenza di Halaster.
Di lui non era rimasto nulla.
Il demone emise una risata di sollievo, che ben presto si trasformò in gioia maligna.
COSÌ SVANISCE ANCHE LA TUA ULTIMA SPERANZA, ELMINSTER. ALTRI PATTI DI SALVATAGGIO? ALTRI MAGHI CHE TI SONO TANTO RICONOSCENTI DA RISCHIARE LA VITA VENENDO QUAGGIÙ?
[silenzio e stanchezza]
CREDO DI NO. BENE, ALLORA, LASCIA CHE MI RITUFFI NELLA TUA PICCOLA MENTE DEVASTATA E CHE ESAMINI ALTRI RICORDI DELLE TUE INGERENZE… QUESTA VOLTA FAI IN MODO CHE RIGUARDINO GOVERNATORI, MAGHI O AVVENTURIERI, NON AVVENENTI FANCIULLE DI PASSAGGIO. VOGLIO LA MAGIA, RICORDI? RICORDI?
[frustata mentale, dolore rosso, immagini luminose che scorrono in fretta, sbiadiscono e cadono, poi si risollevano vorticanti in un’unica scena…]
«Mio signore», mormorò la Simbul, e le lacrime scintillarono nei suoi occhi, «non posso più indugiare. Quei folli di Thay tenterebbero di sottrarmi nuovamente la terra. C’è bisogno di me».
Elminster sorrise.
Il Bardo Storm Silverhand sedeva nelle vicinanze e affilava pensierosa la lama della sua spada da battaglia, lunga e scheggiata. Solo lei e la Simbul lo conoscevano a sufficienza da cogliere la tristezza nascosta dietro il suo sguardo.
«Certo», rispose El semplicemente. «Queste cose, come sempre, non possono attendere.»
Il mago avanzò con rapidità sorprendente e l’abbracciò.
Il sole mattutino brillava limpido fra gli alberi di Shadowdale. Le ombre delle foglie screziavano le rocce sui fianchi scoscesi della Collina dell’Arpista. La spada di Storm rifletteva la luce del sole mentre la donna, silenziosa, la rigirava fra le mani.
Con la sua voce profonda e vecchia, El sussurrò alcune parole tra i capelli della Simbul e lei rispose sottovoce. Nessun altro doveva udirle, e Storm fece in modo di non ascoltare. Era fatta così.
I due grandi arcimaghi si voltarono lievemente verso di lei e si congedarono. Storm vide il breve bagliore di una grossa gemma blu che Elminster pose nella mano di Alassra. «Questa è una pietra speciale», lo udì mormorare. «Ti porterà da me, in caso di emergenza. Ora vai. Gli addii diventano sempre più difficili col passare degli anni.»
La Simbul annuì, infilò la gemma in una tasca della cintura e si voltò impulsivamente per baciarlo. Poi si girò in silenzio e spiccò un balzo, in un turbinio di vesti nere. Un falco dello stesso colore si levò nel sole con ali rapide, virò bruscamente verso est e scomparve all’orizzonte.
Il Vecchio Mago rimase immobile e in silenzio per lunghi minuti, lo sguardo rivolto al cielo. Quando gli uccelli tra le fronde degli alberi ricominciarono a cantare, Storm infilò la spada nel fodero e gli si avvicinò.
In silenzio i due vecchi amici si presero per mano e iniziarono insieme la discesa.
Dopo una decina di passi Elminster chiese: «Ti dispiace se piango, ragazza!».
Storm lo baciò teneramente sulla guancia e rispose: «Certo che no. Dovresti farlo più spesso».
«Che romanticismo», borbottò il mago con tono di scherzosa disapprovazione.
«Già», rispose lei, e gli mise un braccio intorno alle spalle, per confortarlo. Il mago mugugnò, ma non si divincolò. Storm non ebbe bisogno di guardarlo in faccia per sapere quanto fosse bagnata di lacrime.
DAVVERO TOCCANTE. LUSSURIA E PAROLE DOLCI. PIANGI, PICCOLO MAGO, PIANGI. SUPPONGO CHE TALI RICORDI TI CONFORTINO, MA NON RIESCO A CAPIRNE LA RAGIONE. IO SAREI FURIOSO. QUANTO TEMPO HAI PERSO DIETRO ALLE DONNE! MA ORA MUOVITI, E RISPARMIAMI TUTTO QUEST’«AMORE». L’AMORE NON ESISTE.
Non per i demoni. Ma io non sono un demone, Nergal.
BEH, SEI SULLA BUONA STRADA PER DIVENTARLO, ELMINSTER. CREDIMI.
Oh? È qualcosa a cui dovrei fare l’abitudine?
[risata diabolica] ORA BASTA, MAGO! STAI DI NUOVO SPRECANDO IL MIO TEMPO! SMETTILA, IDIOTA, NESSUNO VERRÀ IN TUO AIUTO QUESTA VOLTA! MOSTRAMI CIÒ CHE CERCO, O ALMENO CIÒ CHE È ACCADUTO DOPO CHE HAI SMESSO DI ABBRACCIARE, DI PIANGERE E DI BACIARE.
Come desideri.
[immagini scintillanti, che volteggiano sempre più in basso]
Era giovane, slanciata e molto bella. Tarth deglutì e cercò di non fissarla.
I suoi capelli color grigio-argentei scendevano in lunghe onde, avvolgendole uniformemente le braccia, la vita stretta e le lunghissime gambe. Adagiata su un ramo basso di un vecchio albero di indulwood, una pipa d’argilla fumante fra le mani, la ragazza lo guardò pensosa. I suoi occhi erano di colore blu-grigio, screziati d’oro, e molto grandi.
«Ah… buongiorno!» esclamò Tarth imbarazzato, appoggiandosi al bastone. Aveva saccheggiato magie antiche in tombe dimenticate nel Dragonreach, e sbirciato in libri proibiti, nascosti nei luoghi più impolverati e pericolosi, ma non era mai stato tanto vicino a un esemplare tanto bello di elfo della luna.
L’uomo abbozzò un goffo inchino e sorrise. Lei ricambiò il sorriso, in maniera incantevole. Tarth guardò nelle profondità di quegli occhi magnifici e si schiarì la gola.
«lo… io ho viaggiato a lungo, gentile signora, per raggiungere questo luogo. Potrebbe indicarmi, per favore, dove si trova la torre del saggio Elminster?»
La ragazza elfa annuì. «Su per quel sentiero, oltre lo stagno», rispose, la voce roca e tuttavia melodiosa. Poi ridacchiò.
Tart la fissò meravigliato.
Un braccio lungo e sottile si allungò verso di lui. «Questa è la sua pipa, che ho… preso in prestito. Potreste, per favore, riportargliela!»
Tarth annuì. Con un turbinio silenzioso di membra luccicanti, la ragazza svanì nell’ombra frondosa dell’albero, lasciandolo con la pipa, ancora fumante, fra le mani. L’uomo la fissò per un istante, poi sollevò lo sguardo alla chioma dell’albero, scrollò le spalle e riprese il cammino.
HO, HO! CREDO CHE PRESTO CONOSCERÒ MAGICI SEGRETI, FINALMENTE! O È UN ALTRO DEI TUOI TRUCCHI, MAGO? EH?
[silenzio]
ANCORA ALLE PRESE COL DOLORE? CHE PECCATO!
Il sentiero lasciava la strada principale che attraversava Shadowdale proprio davanti agli stivali consunti di Tarth. Nessun segno o pietra runica lo contrassegnava come tale, ma le indicazioni fornitegli erano abbastanza chiare. Il giovane mago rimase immobile a lungo, a fissare le pietre da lastrico consumate che si sollevavano appena dall’erba, poi si decise a imboccare il sentiero.
Questo lo condusse fra dimore cadenti, quindi attraverso un prato erboso verso il grande affioramento roccioso del Vecchio Cranio. Uno stagno tranquillo e pacifico scintillava alla sua sinistra, fra il cinguettio degli uccellini e i richiami dei borunduk. Tarth Hornwood, detto anche «Bastondituono», avanzò lento e timoroso su per il sentiero fino a vedere quello che si trovava in fondo: una torre di pietra bassa, che pendeva lievemente da una parte.