Tarth strinse, minaccioso, il bastone in una mano, sperando di non doverlo usare. Negli ultimi tempi il suo potere sembrava essersi indebolito. Su un dito dell’altra mano brillava l’Anello Perduto di Murbrand. Il mago sperava di non dover ricorrere nemmeno ai poteri di quest’ultimo. Nonostante giorni di ricerca e di sperimentazione, non aveva ancora capito come comandare quel prezioso gingillo.
Nel punto in cui una pista di muschio e di erba calpestata si separava dal sentiero e scendeva allo stagno, sorgeva una roccia grande e piatta. La sua sommità era liscia e consunta, come se nei secoli molte persone si fossero sedute su di essa. In quel momento vi era appoggiata una pipa ben intagliata, uguale a quella che lui aveva in mano. Era accesa e fumava quietamente nell’aria mattutina, per conto proprio.
Tarth la fissò. Era forse una trappola? O il Vecchio Mago in persona, trasformatosi per evitare intrusi e ficcanaso! Il giovane fissò a lungo la pipa, poi con una scrollata di spalle allungò la mano. Aveva affrontato altre volte il pericolo ed era ancora lì, a raccontarlo… inoltre quella era solo una pipa. O almeno così sperava. La toccò con le dita, era calda, dura e liscia, poi fece per ritrarre la mano.
Mentre indugiava avvertì un formicolio alle dita. Un uccello volò sopra di lui. Trascorsero alcuni minuti silenziosi. Con cautela Tarth prese la pipa e diede rapida un’occhiata intorno. Nessuna minaccia; nulla era cambiato. L’oggetto era identico a quello che gli aveva dato l’elfa.
Due pipe che fumavano da sole. Il mago le tenne cautamente davanti a sé, evitando di respirarne il fumo, e s’incamminò verso la torre.
La porta era piccola e disadorna. Tarth appese il bastone nell’incavo del braccio e allungò la mano libera verso il batacchio, con l’intenzione di bussare.
Le sue dita erano ancora a qualche centimetro di distanza da esso quando la porta si spalancò silenziosamente.
Il mago indietreggiò, allarmato. Dopo qualche istante fece un passo, poi esitò e sbirciò nel buio.
«Beh, non stare sulla soglia, fai entrare le mosche! Entra, e liberati del tuo fardello, qualsiasi sia il motivo per cui mi hai cercato, mago!» esclamò una voce imperiosa proveniente dall’interno.
Tarth deglutì e avanzò lentamente. «Come… come fate a sapere che esercito la magia!» chiese, prima ancora che se ne fosse reso conto.
«È scritto a grandi lettere sulla tua fronte, naturalmente», fu la risposta. «Non l’hai mai notato prima!» Seguì una sorta di grugnito e la voce continuò. «Hmm… devi essere un avventuriero, uno di quelli che non prestano attenzione al mondo che li circonda. Allora! Entra! Non è difficile: metti un piede davanti all’altro, usa il bastone per tenerti in equilibrio, poi ripeti l’esercizio, ed ecco fatto!»
Tarth fece come gli era stato detto e si ritrovò in una stanza scura, piena di polvere, stipata fino al soffitto di pergamene e di spessi tomi di pelle. Sopra una pila di libri particolarmente grossi sedeva un vecchio barbuto, la tunica svolazzante e un occhio penetrante fisso su Tarth.
In una mano teneva cautamente un minuscolo uccellino, anch’esso con lo sguardo rivolto al giovane mago. La bestiola cinguettò una volta, con sdegno.
Il vecchio allungò l’altra mano. «Le miei pipe», affermò semplicemente. «Devi aver incontrato Aelrue.»
Senza proferire parola, Tarth gli porse le pipe. Le dita del mago sfiorarono le sue e Tarth percepì un breve formicolio di puro potere. Rimase inebetito nella penombra della stanza disordinata, mentre l’uomo parlava a bassa voce all’uccellino, con parole che il giovane non comprendeva. Questo cinguettò ancora, brevemente, poi volò via nell’oscurità.
Quando se ne fu andato, il vecchio sollevò lo sguardo. «Un po’ di tè?» chiese, quasi con durezza. «Sembri assetato.» Senza attendere una risposta, urlò: «Tè, Lhaeo! Per due».
Con una mano indicò una vecchia botte, sulla quale erano ammucchiate numerose mappe stropicciate di Thay e dell’Estremo Est, i cui inchiostri magici emettevano un bagliore debole nella penombra.
«Sposta quelle e siediti», gli ordinò il vecchio. «Possiamo anche cominciare. Il tempo non speso non è tempo risparmiato. Qual è il tuo nome!»
Tarth gli riferì il suo primo nome, guardandosi invano attorno per trovare un posto su cui posare le mappe. Il vecchio sospirò e agitò una mano; le carte si sollevarono dalla presa di Tarth e fluttuarono fuori dalla vista, dietro a mucchi impressionanti di pergamene. Simultaneamente, le due pipe, rimaste sospese accanto alla spalla del vecchio, ammiccarono e si sollevarono nell’oscurità, fino a scomparire.
Il giovane mago si sedette frettolosamente e appoggiò il bastone alla spalla.
Elminster annuì. «Elminster di Shadowdale», si presentò il vecchio. «La ragione per cui sei venuto da me, figliolo!»
Tarth deglutì e cercò di apparire impavido e incurante. «Vorrei migliorare la mia Arte», mormorò. «Se voi siete disponibile e riterrete sufficiente il mio pagamento, mi piacerebbe apprendere da voi ciò che posso, per la fine della prossima luna.»
L’illustre saggio sollevò lo sguardo e fissò a lungo Tarth, l’aria meditabonda. I suoi occhi erano di un blu intenso. Il giovane mago si sentì subito a disagio, ma non osò distogliere lo sguardo. Alla fine Elminster annuì lentamente.
Un istante più tardi, Tarth vide una tazza di tè fumante che si abbassava silenziosa nell’oscurità, oltre il suo naso. Il giovane l’afferrò con mano tremante.
«Hai menzionato un pagamento», esclamò con voce imperiosa e secca. «Ti dispiacerebbe essere più specifico, ragazzo?»
«Ah, questo!» replicò Tarth, allungando una mano. «L’Anello Perduto di Murbrand!»
Cadde il silenzio. Lo stupore che si aspettava stentava a manifestarsi. Gli occhi azzurri e limpidi di Elminster lo scrutarono senza batter ciglio. Dall’oscurità soprastante scese un’altra tazza di tè, che si posò nella mano pronta dell’arcimago. I vecchi occhi non la degnarono di uno sguardo e rimasero fissi sul giovane. In attesa.
Tarth si affrettò a colmare il silenzio con parole eccitate. «Uno dei più grandi tesori dell’arte perduta di Myth Drannor! Un oggetto famoso nelle canzoni dei bardi e nelle antiche storie dei Regni! Un…»
«Una cosa il cui uso va molto al di là dei tuoi attuali poteri», lo interruppe seccamente El. Tarth lo guardò, afflitto.
«Beh, sì», ammise. «Ma ritrovarlo non è stato facile… e ho Arte sufficiente per poter affermare che è un oggetto di grande potere, il più grande che abbia mai visto».
Elminster annuì. «Esatto», esclamò e continuò a guardare il giovane da sopra la tazza, che nel frattempo aveva portato alle labbra. Calò di nuovo un lungo silenzio.
Tarth lasciò cadere la mano sulla coscia. «Allora?» chiese improvvisamente impaurito. Lo sguardo del vecchio sembrava scuro e minaccioso, e in qualche modo arrabbiato. Con fredda certezza Tarth sapeva che quel potente arcimago avrebbe potuto sottrargli l’anello e distruggere per sempre Tarth Hornwood in un lampo. Ora i suoi occhi lo fissavano, quasi divertiti. Vista da vicino, la morte doveva essere proprio così…
«Basta?», Tarth udì le sue labbra pronunciare con voce calma e ferma.
«Sì e no», fu la risposta. «È un anello abbastanza prezioso, sì. Ma non lo voglio. Tienilo tu». Un sorriso abbozzato gli storse i baffi. «Potresti diventare abbastanza potente da usarlo. Ti potrebbe persino servire.»
Tarth guardò brevemente l’anello che portava al dito, ricordando per un istante la mano ossuta che l’aveva portato. Ciò che rimaneva dell’ex proprietario giaceva a pezzi, nascosto sotto un enorme masso caduto, in una cripta profonda e velata di ragnatele dell’antica Myth Drannor.