Tarth non s’era aspettato di tenere l’anello tanto a lungo. Deglutì, colto nuovamente dalla paura. «Che cosa volete, allora!»
«In cambio del mio insegnamento! Che diamine, il tuo bastone, naturalmente», rispose El con calma e freddezza.
Per un lungo e tremante attimo a Tarth si fermò il respiro nei polmoni. Il bastone che portava sempre con sé, un pezzo di legno di shadowtop semplice e liscio, era la cosa più preziosa che possedesse.
Il suo primo tutore, nella lontana Amphail, gliel’aveva donato molto tempo prima. L’Arte del vecchio Nerndel era debole e lacunosa, per via dell’età, ma il mago lo aveva avvertito di tenere il bastone sempre al sicuro. «È un oggetto di grande potere», gli aveva detto Nerndel. «Conservalo bene. Forse ti renderà più felice di quanto non abbia fatto con me.»
«Il mio bastone!» chiese Tarth, avvilito. «No. No, non posso separarmene. Non lo farò! Mi rifiuto.»
«La porta, come ti ricordo, è alle tue spalle», affermò secco Elminster. «Hai trovato la via per entrare, e i tuoi piedi audaci ti serviranno anche per trovare l’uscita.»
«No!» esclamò il giovane mago. «No, no, chiedetemi qualcosa d’altro, un’altra forma di pagamento, se volete. Sono venuto fin qui…» Tarth si protese. «Per favore! Un servigio, per favore! Chiedere a un mago di separarsi dal suo bastone è troppo… e che cosa ve ne fareste voi, un grande arcimago, del mio bastone?»
«Più importante ancora», replicò Elminster a bassa voce, «è che cosa te ne fai tu di un tale bastone, Tarth».
«Che cosa intendete?»
«Il tuo bastone», affermò il Vecchio Mago, «s’indebolisce a ogni uso, non è vero!»
Trascorsi alcuni istanti di silenzio stupito, Tarth annuì con riluttanza.
«Anche tu», continuò Elminster, «diventi sempre più debole in materia di Arte, Tarth Hornwood, poiché finisci con l’affidarti sempre più a esso».
Tarth si accigliò. «Conoscete il mio cognome?»
Elminster sogghignò. «Sì. Un po’ di tempo fa un mio amico, il giovane Nerndel, per te il vecchio Nerndel, mi confidò che aveva scelto il suo erede d’Arte, un ragazzo sveglio. Mi chiese di badare a te, se fossi venuto da queste parti.»
«Allora, mi insegnerete?» chiese Tarth, di nuovo speranzoso.
«Sì. In cambio di un servigio.»
«Posso tenere il bastone!»
«Non ho detto questo. Il servigio che puoi rendermi, mago, è distruggere il tuo bastone. Mi pare che tu ne sia diventato troppo dipendente, dopo essere sopravvissuto ai pericoli di Myth Drannor e aver conquistato quell’anello che porti in modo tanto spavaldo. È tempo d’imparare a fidarti dei tuoi poteri, senza il sostegno del fuoco raggelante. Il servigio consisterà nell’eseguire un rito semplice ma preciso, per portare a termine la distruzione del bastone.»
«E se rifiuto?»
«Allora dovrai andartene», rispose sereno il vecchio. «E proseguire su qualsiasi sentiero ti portino i tuoi piedi fin troppo sicuri, finché non cadrai vittima, come di certo avverrà, di qualche brigante abile con le pietre, o di un goblin solitario che ti assalirà nel sonno. Nessun uomo che ostenta apertamente tanto potere può avere amici, né fidarsi dei compagni troppo a lungo. Se così farai, troverai presto una tomba aperta e fredda, ragazzo, e qualcun altro ruberà i tuoi gingilli.»
«Me la sono cavata bene finora», affermò Tarth, punto sul vivo. «So proteggere me stesso.»
«Davvero?» rispose El, comprensivo. «Quali difese hai preparato, allora, prima di avventurarti alla facile ricerca del mio potere!»
Il giovane rimase seduto in silenzio, di nuovo in preda a una fredda paura, Gli occhi del Vecchio Mago scintillarono nell’oscurità mentre lo fissavano, imperturbabili.
Alla fine Tarth scosse il capo in segno di resa, e allargò le mani. «Solo gli incantesimi che ho addosso.»
«E il tuo bastone, naturalmente», puntualizzò Elminster. «Forza figliolo, il tè si raffredda. Allora siamo d’accordo o te ne vai?»
«Se distruggo il bastone», chiese Tarth, cercando di non guardarlo, «mi promettete di fare di me un mago più potente e di lasciarmi libero?»
Elminster annuì. «Sì. Lo giuro. Ma bada: solo con la distruzione del bastone darai e troverai libertà e imparerai il vero potere e la vera felicità».
Tarth annuì, lento e riluttante, mentre altri pensieri gli turbinavano nella mente. «Allora siamo d’accordo», affermò. E un attimo dopo aggiunse: «Devo raggiungere i miei compagni d’avventura per qualche giorno, poi tornerò».
El annuì. «Va bene, non dimenticare la tua parte di bottino», gli suggerì con un sorriso. Tarth ricambiò e svuotò la tazza.
«Grazie per il tè», esclamò, alzandosi. Un po’ di polvere, smossa, si sollevò attorno a lui formando una nuvola densa.
«Il tè è l’ultima cosa per cui dovresti ringraziarmi», ribatté pacatamente il Vecchio Mago, poi agitò un dito. In silenzio, le due tazze vuote si sollevarono lentamente e scomparvero alla vista. A disagio, Tarth annuì e si avviò verso la porta, un po’ più rapidamente di quanto non avesse intenzione di fare. Questa si aprì da sola. Il mago sospirò e non vide Elminster che sorrideva alle sue spalle.
[sospiro] TE LA STAI PRENDENDO COMODA, NON È VERO?
Certo, altrimenti non funziona. Come alcune faccende qui, all’Inferno.
ASTUTO COME SEMPRE, SCHIAVO MENTALE. MA BADA DI NON TAGLIARTI CON LA TUA LINGUA AFFILATA.
[silenzio, immagini che affiorano quasi beffarde]
Qualcuno bussò alla porta di Sarlin. Sarlin il Supremo udì e si alzò in fretta. Erano tempi duri e il denaro scarseggiava.
Tarth Hornwood lo attendeva fuori, il volto abbronzato e un anello scintillante al dito. Il suo sguardo appariva un po’ più vecchio dell’ultima volta che gli aveva fatto visita. Di sicuro era reduce da qualche avventura.
«Che vuoi, Tarth?» chiese bruscamente Sarlin.
Il ragazzo fissò con calma il vecchio stregone malvagio e rispose semplicemente: «Affari. E niente trucchi, questa volta».
Sarlin non sorrise, e si limitò ad annuire. «Bene, allora: di che si tratta!»
Tarth sollevò lo splendido bastone che aveva in mano, scuro, liscio e diritto. «Vorrei che me ne facessi un altro uguale.»
Sarlin sollevò entrambe le sopracciglia. «Potrebbero occorrere anni», cominciò. «Hai…»
«Senza poteri», aggiunse rapido Tarth, «malgrado debba recare un dweomer ed essere in grado, diciamo, di emettere bagliore, e di spegnersi di nuovo. Ho bisogno di un bastone uguale a questo, tanto identico che nemmeno il più grande mago dei Regni possa distinguerli».
Sarlin sollevò un sopracciglio. «Sarà costoso», affermò dopo un attimo.
Tarth annuì. «Ho intenzione di pagarti con questo», rispose, allungando il pugno sul quale scintillava il gioiello. «È l’Anello Perduto di Murbrand.»
Sarlin si protese per osservarlo. «Tregua!» chiese.
«Tregua», assentì Tarth. Lo stregone allungò la mano e Tarth gli porse l’anello. Il vecchio lo esaminò con calma, girandolo e rigirandolo fra le dita per leggere le rune che Murbrand vi aveva inciso tempo addietro. Era indubbio, oppure tutti i libri di antica sapienza si sbagliavano: aveva fra le mani un anello potente. Quasi tremò per l’eccitazione.
Ma non era quello il suo modo di fare. Sarlin inarcò nuovamente le sopracciglia e, lentamente, con riluttanza, restituì l’anello al mago. «Questo bastone deve valere molto per te», affermò.
Tarth annuì. «Quasi quanto l’anello che sto offrendo», rispose mordace, «a un individuo che sappia come usarlo».
Sarlin sogghignò. «Dal momento che tu sai, naturalmente, come utilizzarlo», rispose. «Dammi il bastone adesso e l’anello quando avrò terminato, in cambio dei due bastoni. Torna fra quattro mattine.»
Fu il turno di Tarth a sollevare le sopracciglia. «Così presto?»
Sarlin scrollò le spalle. «Sono un maestro in ciò che faccio. Questo lo sai.»