Il giovane mago annuì. «Hai ragione. D’accordo, allora?»
Sarlin annuì a sua volta, quasi avidamente. «D’accordo.»
E ORA VIENI AL DUNQUE… ALTRIMENTI PAGHERAI COL DOLORE, MAGO…
«Sei pronto, figliolo?» chiese con delicatezza Elminster. Tarth annuì, il volto inespressivo. Il Vecchio Mago agitò una mano. «Allora comincia.»
Tarth stava in piedi nel cerchio che El aveva preparato per lui, nel cuore della foresta vicina a Shadowdale. Su una pietra alta e piatta al centro giaceva il bastone che Tarth aveva portato. Accanto a esso, un coltello affilato.
Il giovane mago si avvicinò alla pietra, il collo e la fronte improvvisamente madidi di sudore freddo. Sentiva lo sguardo del saggio come un peso sulla schiena; Tarth respirò profondamente, poi si scrollò e cominciò il rito che Elminster gli aveva insegnato.
Iniziava con una formula parlata, lenta e precisa. Hornwood la pronunciò, poi afferrò cauto il pugnale.
Mentre lo sollevava, il suo sguardo si posò sul bastone. Scuro, liscio e scintillante, era il pezzo di legno familiare e confortante con cui si era guadagnato il nome di «Bastondituono», ad Arabel. Quell’appellativo era nato quasi per scherzo, ma Tarth l’aveva fatto diventare un nome di tutto rispetto. Ora, per volontà di Elminster, se lo sarebbe lasciato alle spalle.
Tarth sospirò ancora, soffocò l’irritazione e sollevò il coltello, iniziando il canto. Lento e sussurrato, per cominciare. Il pugnale, colpito la luce, scintillò brevemente. Il mago sollevò allora l’altra mano e si ferì, con un movimento netto, deliberato.
Avvertì un formicolio freddo nel palmo e il sangue iniziò a fluire. Il giovane indietreggiò e infilzò il coltello nel terreno, fino all’elsa, sussurrando un’altra formula con lo stesso ritmo del canto. Quando si riavvicinò alla pietra, il sangue aveva cominciato a gocciolargli dalle dita.
Cauto, senza interrompere il canto, spostò la mano in modo che le gocce cadessero sopra il bastone. «Sei venuto per la saggezza dei saggi», gli aveva detto Elminster. «Tuttavia, questa da sola, non basta. Per ottenere la libertà è necessario anche il sangue degli eroi. Perciò devi spargere un po’ di sangue, piccolo mago.»
Tarth sentiva lo sguardo del Vecchio Mago sempre fisso su di lui, mentre sanguinava sul bastone. Le gocce che cadevano sulla pietra o sul terreno rimanevano, ma quelle che atterravano sul bastone scomparivano nell’istante in cui lo toccavano.
El lo aveva avvertito, qualsiasi cosa fosse successa, di non interrompere il canto. Tarth ubbidì, anche quando il bastone iniziò a emettere bagliore sulla pietra di fronte a lui. Una debole luce color rosso-oro avanzò lentamente lungo il legno, si fece più intensa e acquisì una sfumatura bianca.
Tarth indietreggiò, seguendo le istruzioni di Elminster, e cantò con voce più alta e rapida. Sapeva, senza guardare, di aver smesso di sanguinare: la magia gli stava guarendo la mano.
Il bastone si sollevò di qualche centimetro e iniziò a mormorare mentre fluttuava nell’aria, il suo bagliore via via più intenso.
Ora il rito richiedeva lacrime. Tarili fissò il bastone, batté le palpebre e rievocò tutte le avventure a cui era sopravvissuto negli inverni passati, col bastone come compagno. La sua magia era uno scudo contro il pericolo. Gli sarebbe mancato.
I ricordi l’assalirono e la sua voce si fece tremula. Gli sarebbe mancato molto. Gli occhi del giovane si riempirono di lacrime ed egli sentì un nodo alla gola quando rievocò il peso confortante del bastone nella sua mano, dopo le numerose battaglie. Talora l’aveva considerato una cosa viva, quasi una persona.
Ormai le lacrime scorrevano liberamente e Tarth avanzò come gli aveva detto di fare El, in modo che cadessero sul bastone luminoso.
In tutta risposta, questo iniziò a pulsare. Il ronzio aumentò e divenne un sibilo. Lento e maestoso, il bastone si sollevò, roteando nell’aria fino a fermarsi in posizione verticale. Anche l’aria intorno a esso iniziò a rifulgere fino a formare un alone luminoso. Tarth continuò a cantare, affascinato e speranzoso.
Il bastone si levò alto sopra la pietra, pulsante. Si accese e si spense più volte, poi la luce si affievolì sin quasi a spegnersi.
Dietro il giovane mago, al margine del cerchio, Elminster s’accigliò. Incrociò le braccia e rimase a guardare.
Il bastone pulsò più rapidamente, la luminosità si fece più intensa, svanì del tutto, poi ricomparve. Infine, il sibilo si smorzò e, all’improvviso, il bastone si sgretolò e svanì, spargendo cenere sulla roccia.
Tarth smise di cantare, esitante sul da farsi. Nel silenzio improvviso si voltò verso il Vecchio Mago, quasi con rabbia. «È tutto! A me è parso uno spreco!»
Elminster sorrise tristemente. «Lo spreco, giovane maestro d’Arte», affermò a bassa voce il saggio, «è stato barattare l’anello per così poco». Fece un gesto con la mano e nell’aria sopra la roccia ci fu un bagliore improvviso.
Comparve un bastone, scuro e lucente, molto familiare. Era il bastone di Thart, quello vero, che il giovane aveva nascosto al sicuro in una cella-studio nel tempio di Mystra più vicino, protetto dagli incantesimi più potenti che conosceva. Il mago rimase a bocca spalancata.
«Il bastone autentico, giovane eroe», affermò pacato Elminster. «L’onestà è la cosa migliore, anche nella magia. Ma questa è una lezione che s’impara a proprie spese. Ricomincia tutto daccapo, non appena ti sentirai abbastanza vecchio e saggio per farlo». Mentre parlava, il bastone volteggiò nell’aria e si posò, in silenzio, sulla pietra, raggiunto dal coltello, che si sfilò dal terreno. El allargò le mani con fare interrogativo, lo sguardo fisso in quello di Tarth, e un attimo dopo svanì, lasciando il vuoto dietro di sé.
Il giovane mago fissò il pendio ricoperto di felci occupato da Elminster un secondo prima, poi si guardò attorno lentamente, tremante. Era rimasto solo nella radura.
Il sentiero dal quale era venuto si snodava invitante nella quiete verde fra i vecchi alberi; Tarth lo guardò e deglutì, la bocca improvvisamente secca. Fece un rapido passo verso il sentiero, poi si guardò indietro. Il suo bastone giaceva luccicante sopra il grande sasso. Tarth si fermò, titubante, poi corse indietro e l’afferrò.
Quel peso familiare nella mano era rassicurante. Tarth lo conosceva fin troppo bene: era veramente il suo bastone, portato laggiù dalla magia di Elminster. Il giovane lo tenne sollevato per un istante, come per colpire un nemico invisibile, poi si voltò e si mise a correre per il sentiero.
Mentre fuggiva, le parole di commiato di El risuonarono nella sua mente. Una lezione che s’impara a proprie spese, ricomincia tutto daccapo non appena ti sentirai abbastanza vecchio e saggio per farlo. Tarth si fermò, il cuore in gola. Sentiva il peso del bastone fra le mani e il sudore gli colava lentamente negli occhi.
Il giovane batté le palpebre finché non riuscì a vedere di nuovo. Si mise a scrutare freneticamente il bosco intorno a sé. Nessuno lo stava guardando. Non un rumore, se non quello del suo respiro. Pensò brevemente all’incantesimo serbato nella sua memoria, che avrebbe potuto portarlo in un istante lontano da quel luogo, ed esso si agitò nella sua mente. Tarth lo scacciò dai suoi pensieri, guardò il bastone che teneva fra le mani e si voltò. Lentamente, ma con risolutezza, si avviò di nuovo verso il cerchio.
Il pugnale era sulla pietra al centro della radura, vuota e silenziosa. Tarth entrò nel cerchio e si fermò, il respiro affannoso e irregolare. Sollevando il bastone, il giovane mago lo contemplò a lungo, con amore, assaporandone il peso e il potere fra le mani; poi sospirò e raggiunse la pietra. Una volta appoggiatolo, gli occorse molto tempo per decidersi a lasciarlo andare.
Le labbra bianche, Tarth Hornwood rimase immobile nel cerchio per un tempo ancor più lungo. Poi avanzò d’un passo e pronunciò a bassa voce la formula che segnava l’inizio del rito. Mentre afferrava il coltello, non si accorse di Elminster, che nel frattempo era riapparso alle sue spalle.