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EPPURE LI DEVI POSSEDERE, O NON SARESTI CIÒ CHE SEI. NON CREDO CHE LEI SIA VENUTA PER CAMBIARTI, DURANTE LA SUA BREVE VISITA, L’AVREI PERCEPITO. PERTANTO I RICORDI DEVONO ESSERE ANCORA NELLA TUA MENTE, E IL TRUCCO STA NEL TROVARE QUELLI CHE TI HA DATO LEI.

MOSTRAMI UN RICORDO DI MYSTRA. NON IMPORTA QUALE; ORA SO CAPIRE LA DIFFERENZA E SEGUIRE LA TRACCIA CHE MI LASCI. DILUNGATI, E TI FARÒ ASSAPORARE ALTRO DOLORE. CONDUCIMI DOVE DESIDERO E VIVRAI PIÙ A LUNGO. UNO SCAMBIO SEMPLICE, NON TI PARE?

Sei stato chiaro.

HO SENTITO IL TUO TONO. RICORDATI UNA COSA: SEI NELLE MIE MANI. IO DECIDO LE CONDIZIONI, E I CASTIGHI. NON TE LO SCORDARE.

Oh, non potrei. Credimi.

UMANO, OSI MINACCIARMI?

Io non minaccio mai, demone. Io prometto.

[grugnito] TI PROMETTO IO UNA COSA: QUANDO AVRÒ CIÒ CHE DESIDERO, LA TUA SOFFERENZA SARÀ LUNGA.

TU OSI FARMI QUALCHE PROMESSA?

Non ancora.

[sguardo diabolico che cova sotto le ceneri, turbina e si getta ancora una volta nell’oscurità, sparpagliando di qua e di là immagini come stelle derelitte…]

* * *

Il cielo sopra Aglarond era grigio, grigio ardesia, e senza nuvole, come il metallo di un’armatura. La Simbul gli rivolse uno sguardo minaccioso dal suo balcone preferito. Si versò un bicchiere di una bevanda sulla quale aveva fatto incantesimi su incantesimi, per farla somigliare a un vino che El aveva magicamente estratto dalle rovine di Myth Drannor. Il bracciale, l’unica cosa che indossava, aveva cominciato a risplendere, indicandole che il siniscalco si era stancato di tenere a bada inviati e cortigiani e voleva che l’udienza pomeridiana nella sala del trono iniziasse senza ulteriore ritardo.

La Simbul tornò nelle sue stanze. Afferrata una tunica dal gancio più vicino senza nemmeno fermarsi, un abito di seta purpurea mista a oro, ornato con dragoni intrecciati, che avrebbe fatto meglio a regalare a qualcuno che nutrisse un po’ più di passione per i bei vestiti, la Strega-Regina di Aglarond se la infilò dalla testa. Imboccò un passaggio secondario, scavalcò una balaustra di fronte a una guardia rimasta prudentemente impassibile, atterrò su un’agrippina, a pochi centimetri da un gatto dormiente, si allontanò incurante del suo soffio di protesta, e percorse gli ultimi metri di tappeto fino alle porte laterali della sala del trono. Senza una fascia l’ampia tunica si gonfiò attorno al suo corpo.

La guardia davanti alle porte era al suo servizio da numerosi anni. L’uomo osservò il volto della Simbul e il suo corpo nudo solo per un istante. Scostò lo spadone e slacciò la cintura che lo teneva con movimenti frenetici, poi avanzò e gliela porse con la mano inguantata, in tempo per ricevere un sorriso abbagliante dalla sua regina. L’abbraccio impetuoso della donna lo fece roteare nel corridoio.

«Allacciamela», mormorò. Durante un’altra giravolta tra le sue braccia l’uomo eseguì l’ordine. Lei lo salutò, spalancò la porta con una spinta e scomparve.

Solo allora la guardia si chinò a recuperare i calzoni dal pavimento, ricordò che quello che portava era il suo secondo cinturone più bello e trasalì al pensiero che, in quel momento, la Strega-Regina di Aglarond stava avanzando verso il trono non solo con una spada e un pugnale al suo fianco, ma anche con un sacchetto di dadi, un cordino annodato intorno a un pezzo di formaggio con il quale attirare un amico topo fuori dal buco affinché gli facesse visita, e un sacchettino aperto contenente il suo miglior mazzo di carte volanti da solitario… quelle con le bellezze senza veli di Thay sul retro che, così gli avevano garantito, sarebbero rimaste sospese almeno tre secondi dopo essere state scartate.

Con un ghigno, Thaergar delle Porte decise che, se la regina se ne fosse accorta, probabilmente si sarebbe molto divertita. Grazie agli dei.

O almeno, così sperava.

* * *

Dunque ho chiamato, e i miei amici non rispondono, o non possono raggiungermi fra le legioni dell’Inferno. Sono perduto. È una crudeltà da parte mia, pura vanità, trascinare con me altri che possono vivere su Toril e servire come io ho fatto. Devo combattere questa battaglia da solo.

E battaglia sarà, poiché non ho intenzione di arrendermi docilmente. Lotterò. Mente contro mente, non posso sperare di sconfiggere Nergal perché lui può soffocare la mia volontà in un istante, infliggendomi dolori fisici. È una mente sveglia, incurante, troppo sicura, un bambino capriccioso sotto certi aspetti, e non può sperare di eguagliare la mia mole di ricordi o d’esperienze; in tutta la sua lunga vita ha fatto e rifatto le stesse cose e ha veduto molto meno di alcuni vecchi maghi umani.

Ma di ciò è consapevole: per questo sono ancora vivo. Sono più d’un giocattolo frivolo per lui, più di un trofeo che altri demoni non hanno, o di un’esca per attirare rivali in un luogo dove possa ucciderli. Io sono un magazzino che Nergal desidera ardentemente saccheggiare, la fonte della sapienza magica che brama e anche di qualcos’altro che si rifiuta di ammettere: i ricordi di sentimenti e di paesaggi meravigliosi, di momenti terribili e atti di bontà, di una vita, di tutto ciò che a lui manca. Se lo compiaccio, lascia che gli mostri ricordi che sa non contengono alcuna magia, o fuoco argenteo, o segreti di Mystra. Perché ne ha bisogno.

Glieli darei senza riserve, per rendere più umano un arcidemone, per dare a un essere infernale una comprensione maggiore di Toril, se non fosse per il suo verme mentale, che si prende ciò che condivido e lo strappa dalla mia mente.

Perciò tra noi dev’essere guerra. Una guerra che Elminster non può, ma deve vincere. Con ogni ricordo il Vecchio Mago si rimpicciolisce, è un po’ più vuoto, sempre più un guscio mormorante, e Nergal diventa più grande, un po’ più Elminster. In qualche modo devo combatterlo usando i ricordi che gli offro; devo scavarmi un cunicolo nella sua mente e sconfiggerlo dall’interno.

Ma per far ciò, devo consegnargli tutto quello che custodisco tanto gelosamente. Tutto. Mystra, no!

D’altronde, il prestigiatore che è in me si chiede, perché no? Alla fine otterrà tutto, comunque. Non posso fermarlo, solo manovrarlo scegliendo cosa mostrargli e quando mostrarglielo. La mia battaglia, e qualsiasi esigua possibilità di vittoria io abbia, può esistere solo in funzione della mia resa.

Non è forse questo che le donne prigioniere hanno fatto per secoli con gli uomini che le catturavano? Cercare di dominare chi le aveva imprigionate dosando ogni concessione?

Sarò armato e protetto dalla mia grande debolezza. Bene, allora, saluto il mio nemico, e la battaglia continua.

Devo riflettere ancora su tutto ciò. Ho bisogno di tempo. Gli propinerò un altro ricordo datomi da Mystra, in modo da guadagnarne un po’ per ordire la mia trama. Devo andare alla mia tenda e conferire con i miei generali, che sono tanti Elminster.

Spero che riusciremo ad accordarci su qualcosa.

* * *

Phaeldara stava in piedi davanti al trono, la faccia rivolta alla solita folla variopinta. Alcune gemme brillavano nella sua chioma ondulata di capelli purpurei. La donna si eresse in tutta la sua altezza, pericolosamente bella, e affermò: «Signori e signore, la pazienza è una virtù che più individui dovrebbero coltivare. In particolar modo in questo palazzo. Io…».

«Che vuoi dire, amata sorella di Aglarond? Il popolo non è forse consapevole dei miei compiti?» La Simbul parlò con voce allegra, ignorando il sospiro d’esasperazione proveniente dagli angoli più lontani della stanza. «O della mia… irrequietezza?»