Con un sorriso di sollievo Phaeldara si voltò a guardarla e, abbracciandola, mormorò: «A stento. Sono certa che gli stolti dalla tunica rossa a Thay riescono a sentirla. Va’ a far visita al tuo Vecchio Mago per qualche giorno, e… placa i tuoi appetiti».
La regina sogghignò. «Stai diventando tenera con me, Phaele?»
«No», l’ammonì la maga, un’espressione truce negli occhi scuri. «Questa mattina, dopo che hai rotto la testa a Lorn Thorvim con quel piatto, i-io ho provato a mettermi in contatto con Elminster per chiedergli di venirti a trovare. Lui… non sono riuscita a raggiungerlo.»
La Simbul s’irrigidì. Phaeldara indietreggiò cauta quando lo sguardo della regina si fece assente. L’aria intorno a lei cominciò lentamente a crepitare, e il rumore aumentò quando la governatrice di Aglarond riversò ulteriore potere magico nella sua ricerca. I piccoli fulmini si tinsero d’argento.
Un mormorio di paura e di costernazione si propagò fra i cortigiani. Qualcosa non andava.
La spada e il pugnale che indossava la regina cominciarono a fumare nei foderi. La fibbia che le teneva esplose all’improvviso tra mille scintille e scomparve. La cintura cadde con un tonfo, solo per essere scagliata lontano sul pavimento dalla furia fluttuante della tunica che la seguì. La regina rimase nuda, avvolta solo da furiose fiamme argentee.
«Oh, dea, no», la udirono mormorare. Poi il suo volto si tese e Alassra chiese supplicante: «Oh, Mystra, posso?».
Lunghi capelli argentei le sferzarono le spalle nude, come se stesse soffiando un vento selvaggio. Uno sguardo fiero, ma cieco, si sollevò verso la volta dell’alto soffitto. D’un tratto gli archi scricchiolanti caddero sul pavimento con una cascata di scintille via via più flebili, e la Simbul si mosse.
«Thorneira! Evenyl, a me! Siniscalco, cerca il Mascherato! Phael, ho bisogno delle tue gemme… tutte!»
La maga alta cominciò immediatamente a passarsi lunghe dita tra i capelli purpurei, raccogliendo manciate di gemme che rifulgevano d’incantesimi. «E-ecco, mia Regina», balbettò, porgendole le pietre.
La Simbul le prese cautamente e fece un passo per baciare Phaeldara sulla guancia, senza cessare di scorrere la sala col suo sguardo da falco.
«Quell’uomo», sbottò puntando il dito. «Evenyl, uccidilo; è una spia di Thay!» Senza attendere gli sviluppi, la regina si voltò e indicò un altro uomo. «Costui viene a presentare una falsa richiesta contro un rivale; negagli l’intercessione reale. Phaele, il trono è tuo questa volta, ma se giungono inviati thayani in gran numero, cedilo al Mascherato, che parli per me, mentre tu ti recherai a Rashemen e persuaderai i loro inviati a venire e a prestare testimonianza.»
«Sua Maestà? State rinunciando al trono?» chiese audacemente un cortigiano.
Lo schiocco della sua testa che si voltava di lato fu tanto forte da udirsi in tutta la sala, sovrastando persino il rumore crescente degli incantesimi Thayani e il sollevarsi cauto degli scudi della materna Evenyl.
La guancia del cortigiano avvampò, come fosse stata schiaffeggiata direttamente. La regina gli lanciò un’occhiata micidiale e, lentamente, con voce fredda, rispose: «Thorneira, Thalance, Phaeldara, Evenyl e il Mascherato parlano per me in ogni momento, e lo stesso faranno durante la mia breve assenza. Obbedite loro con l’entusiasmo e il timore che dimostrereste a me».
Non dovette aggiungere «altrimenti…» ad alta voce, poiché tutti i presenti l’udirono mentalmente. Qualsiasi cosa avesse tentato di replicare il cortigiano tremante, si perse nel rimbombo delle porte che si spalancarono in tutta la stanza.
Mentre le guardie sorprese vi facevano capolino, gli oggetti cominciarono a uscire fluttuando dalle porte aperte: cinture e stivali, bracciali e corazze, orecchini e anelli, e bacchette roteanti, alcuni dei quali baluginavano di potere risvegliato. La stanza crepitò di magia e i cortigiani si riversarono fuori dalla stanza in cui si ergeva nuda e magnifica la Simbul.
La regina di Aglarond allargò le braccia e il suo arsenale d’incantesimi guizzò per abbracciarla e vestirla.
«Vado a salvare un uomo che vale più di tutti voi», affermò, la voce improvvisamente tremante, sull’orlo delle lacrime, «e molto, molto più di me».
Con un turbinio di fiamme argentee e di stelle bianche e blu, la donna avvampò e svanì.
Le porte s’aprirono e la maga Phaeldara uscì con passo maestoso. Thaergar delle Porte scattò sull’attenti, la schiena arcuata, il viso impassibile. La guardia rimase sorpresa quando la donna si voltò e si rivolse proprio a lui.
«Queste sono tue, credo», affermò la donna in maniera brusca, porgendogli il mazzo di carte. Il piccolo pezzo di formaggio, un po’ più consumato e senza corda, era posato sopra il ventre tatuato - non poté fare a meno di notarlo - di Salambra la Lupa di Surthay. L’uomo rimase immobile, incerto sul da farsi.
«Prendile, uomo», lo incalzò la maga con voce bassa, che conteneva un tremito mai udito prima dalla guardia.
Sbigottito, Thaergar la guardò dritta negli occhi. Erano colmi di lacrime.
«Prendile, e prega per la nostra regina», gli sussurrò, porgendogli le carte.
Incapace di parlare, Thaergar ubbidì.
Phaeldara si mise a correre lungo il corridoio, mentre le falde della tunica sferzavano l’aria al suo passare, come panni stesi agitati da una tempesta.
La guardia la osservò allontanarsi, poi sospirò. A quanto pareva, era arrivato uno di quei giorni.
L’uomo rimase per un attimo sull’attenti, poi fece due rapidi passi, e spinse cautamente il formaggio nella tana del topo, in caso fosse stato chiamato a combattere per Aglarond e non fosse tornato alla sua postazione. Mai più.
BENE, BENE, CHE COS’ABBIAMO QUI?
Mi sembri di umore migliore, Lord Nergal.
FINALMENTE VEDO UN PO’ DI MAGIA, MAGO. STA’ ZITTO MENTRE SACCHEGGIO E MI DIVERTO!
[immagini che scorrono luminose]
Le rune di fuoco strisciante e mutante dell’ultima pagina la sfidarono, silenziose e, tuttavia, beffarde.
Laeral Rythkyn, detta «Laeral di Loudwater» per distinguerla da Laeral la Maga di Waterdeep, aveva lavorato su quel tomo semidistrutto con la solita pazienza. La sua eccitazione cresceva ogni giorno e a ogni nuova pagina. La pazienza e la meticolosità avevano fatto di lei una delle maghe più giovani e più potenti del Nord e l’avevano indotta a leggere, a praticare e a padroneggiare metodicamente, nonché a migliorare, tutti gli incantesimi contenuti nel libro.
Ogni pagina del tomo descriveva un’unica magia, diversa dalle altre, utile e bizzarra per quanto riguardava ingredienti, espressioni e gesti. Erano vecchi sortilegi.
E, pagina dopo pagina, ogni incantesimo si rivelava più potente del precedente. L’ultimo foglio era scritto con rune rosse, incantate e fiammeggianti, che si muovevano lente quando venivano osservate, indecifrabili e ammiccanti. Sicuramente contenevano un incantesimo speciale.
PER LA BARBA DI ASM… AHEM, PER GLI ARTIGLI DI TASNYA… VEDRÒ FINALMENTE UN PO’ DI MAGIA?
Zitto, demone, e continua a guardare.
[grugnito] MOSTRAMI. FAMMI VEDERE.
Il libro degli incantesimi era rimasto in una tomba in rovina nel sottosuolo di Everlund per almeno un’era. Laeral l’aveva trovato mentre aiutava alcuni amici arpisti a distruggere un paio di fantasmi in quei cunicoli scuri e ricoperti di ragnatele. Il tomo era poi stato dimenticato su un tavolo del suo studio per tutto l’inverno.
Laeral era stata occupata a istruire il suo apprendista, Blaskyn, affinché imparasse a controllare gli incantesimi più importanti, che conferivano a un mago il vero potere. Blaskyn si era comportato bene, dimostrandosi abile nell’elaborare i propri sortilegi e nell’aggiungervi gesti suoi. Presto sarebbe stato pronto per intraprendere il suo viaggio nei Regni. Pertanto Laeral gli aveva affidato il compito di curare la precisione dell’esecuzione e di inventare un nuovo incantesimo per conto suo. Nel frattempo, la maga si era dedicata al libro per approfondire i suoi studi.