ECCO FINALMENTE NOMI E LUOGHI… E ANCHE MAGIA, A QUANTO PARE. CONTINUA, MAGO.
[immagini che si susseguono stancamente]
Laeral fissò le rune, forse per la quarantesima volta in quel giorno, le sopracciglia un po’ aggrottate, i denti che mordevano nervosamente il labbro. Blaskyn sosteneva che quelle rune somigliassero a piccole fiamme balzellanti, e in effetti non si sbagliava… hmmm. Con un unico movimento flessuoso, la maga si allungò oltre il gatto che dormiva accanto a lei e afferrò un piccolo manuale sgualcito da uno scaffale. Lo sfogliò, in cerca di una magia di quand’era stata apprendista.
Eccola. Un semplice trucco dell’Arte, noto a una cinquantina di maghi di quella zona di Waterdeep. Se si aveva a disposizione una candela, un fuoco o una torcia, era possibile utilizzarne la fiamma per generare illusioni o parole. Laeral emise un lieve sibilo per l’eccitazione, s’infilò un anello protettivo al dito e cominciò a mormorare l’incantesimo concentrandosi sulla pagina.
Le rune rallentarono fino a muoversi pigramente, sembrarono congelarsi per un istante, poi fluirono piano a formare parole comprensibili. Erano in Thorass, Auld Comune, con le sue scanalature e i suoi ampi svolazzi, e recitavano:
Non sedere solo
Sul freddo trono di Thalon
A meno che tu solo non voglia restare
Padrone senza pari della magia.
Sieditici sopra durante la notte
E dell’Arte ottieni grande vista
Saggezza al di là di ogni mago
Nei Regni di quest’era.
Laeral increspò le labbra. Una filastrocca simile ad altre già incontrate nei libri del sapere e nelle biblioteche del Nord. Questa era, tuttavia, l’esempio più antico, e l’unico nascosto. Inoltre, presentava un codicillo che non aveva mai visto prima: due righe d’istruzioni dettagliate per raggiungere il trono, che, a quanto sembrava, si trovava nella Foresta Settentrionale nei pressi di Alander, i Picchi Perduti.
Perfetto. Era tempo di gettarsi nuovamente nell’avventura.
SPERO CHE QUESTO RICORDO VALGA IL MIO TEMPO, PICCOLO VERME. LA MIA PAZIENZA HA UN LIMITE PER QUANTO DIVERTENTI SIANO LE DIVAGAZIONI.
Tutto vale il tuo tempo, Lord Nergal, o hai fretta di andare da qualche parte?
[grugnito, schiaffo, sorriso diabolico e beffardo]
«Almeno dimmi dove stai andando», affermò Blaskyn, sfoderando il suo sorriso disarmante. «In tal modo saprò dove cercarti se Elminster il Potente o qualche re o altri ancora verranno a farti visita.»
Laeral ricambiò il sorriso dell’apprendista zelante, poi scrollò le spalle. A giudicare dal comportamento passato dell’uomo, nel periodo della sua assenza le fanciulle più carine di Loudwater si sarebbero dovute preoccupare ben più di quanto lei non si agitasse per la sicurezza della magia nella sua torre.
La donna sorrise fra sé. Fatta eccezione per le questioni legate all’Arte, lei era una di quelle giovani fanciulle locali. E anche carina, a detta di alcuni.
Beh, negli anni passati si era fidata di Blaskyn, e nulla era andato storto.
«Vado a caccia di leggende, Mastro Blaskyn.»
«Come sempre», ribatté, inchinandosi come un cortigiano di Silverymoon.
Laeral arricciò il naso. «Cerco il Trono di Thalon, un sedile di pietra che si pensa sia stato creato dall’arcimago Thalon, nei giorni precedenti la nascita di Myth Drannor.»
«Qualisiasi mago sieda sul trono di notte acquisirà sapere magico superiore a ogni altro stregone vivente», citò Blaskyn con voce cantilenante. «L’ho letto in quattro passi diversi nei tuoi libri!»
L’apprendista allungò il capo verso di lei. «Con tutta la gente che avrà letto del trono in questi anni, credi sarà rimasto ancora qualcosa!»
Laeral scrollò le spalle. «Per essere maghi, è necessario essere cercatori di conoscenza.» La ragazza citò la vecchia massima con dolcezza.
Blaskyn sospirò. «Sembra che un mago possa usare tale frase per giustificare ogni sua intromissione negli affari altrui», affermò, lo sguardo innocente rivolto al soffitto.
Laeral ridacchiò. «Incluse le tue, ah, passeggiate al chiaro di luna su Wychmoon Hill?»
Il mago arrossì, la fissò silenzioso per un momento e infine sogghignò ancora. «A proposito», aggiunse pensieroso, un istante dopo, «il verso del trono non dice di non “sedersi da soli”!»
La donna scosse il capo. «No, Maestro Blaskyn. Tu non vieni. Non questa volta, almeno», affermò e si diresse verso un’armatura scura appoggiata a una parete. Se non fosse stata tanto impolverata, avrebbe avuto un aspetto alquanto minaccioso.
«Ho bisogno che tu rimanga qui», asserì Laeral, mentre toglieva il pesante elmo dal sostegno e si voltava per porgerglielo. «Ecco, seguirai i miei affari al villaggio e raccoglierai notizie.» Gli spinse tra le mani il vecchio elmo disadorno, da battaglia. L’apprendista lo osservò, poi alzò silenzioso lo sguardo verso di lei, il sopracciglio sollevato con aria interrogativa.
«L’Elmo dell’Invisibilità», affermò Laeral. «Il resto dell’armatura è semplice metallo.» (Il che non era del tutto vero, ma nessun mago svela volentieri i suoi segreti.) «Ti nasconde da magie cercatrici e da ogni Arte che spia la mente. Ogniqualvolta lo vorrai, potrai avvolgerti nelle tenebre e sfuggire a molti occhi indagatori. Usalo se dovessero farti visita nemici potenti. Se tieni alla tua vita e alla tua Arte, Blaskyn, nasconditi, non sfidare nessuno! I libri d’incantesimi che ti sono stati mostrati, puoi consultarli e usarli liberamente. Gli altri, non li troverai.»
Blaskyn sorrise e annuì. «Naturalmente. Ho abbastanza da sperimentare con ciò che so; non temere, non mi metterò a frugare nella torre nell’istante in cui esci dalla porta. E nemmeno dopo se è per questo.» L’apprendista sollevò nuovamente lo sguardo al soffitto. «A condizione che chiuda magicamente le porte superiori, posso ricevere visitatori… che non esercitino l’Arte?»
Laeral arricciò il naso. «Uno alla volta, spero. E niente bevute sfrenate: in una casa di magia i risultati possono essere spettacolari, nonché fatali.»
Blaskyn annuì ancora, ogni traccia di frivolezza scomparsa. «Ti chiedo ancora Lady: sei certa di voler andare da sola!»
La maga annuì. «Non sarò sola. Ho questa.» Sollevò la bacchetta che giaceva sul cuscino accanto alla sua sedia. «È il mio bene più prezioso. Lo porto sempre con me.»
L’apprendista scosse il capo. «Non eri tu che mi dicevi», le ricordò, «che un mago che fa affidamento sugli oggetti magici è troppo sicuro di sé?».
Laeral ricambiò lo sguardo e rispose gentilmente: «Non fare troppo affidamento sulla tua magia mentre non ci sono, Blaskyn. Misura le parole e pondera con attenzione i gesti, poiché l’Arte da sola non ti salverà da tutti i pericoli della vita».
«Un’altra massima?» sospirò Blaskyn. «Meglio che tu vada, prima che m’addormenti».
La donna gli lanciò una delle sue occhiate fulminanti. Poi srotolò la pergamena che l’avrebbe teletrasportata su una collina di sua conoscenza, dove il Fiume Dessarin usciva dalla Foresta Settentrionale. «Prevedo di non stare via a lungo», aggiunse.
Blaskyn sogghignò. «Perduto è il mago che fa affidamento sui programmi, poiché i capricci degli dei li rovinano sempre», cantilenò trionfante, citando un vecchio proverbio.
Laeral gli rivolse un altro sguardo severo, poi scomparve.
HMMPH. ORA MI PROPINI ANCHE LA FILOSOFIA DI VOI UMANI. SPERO NE VALGA LA PENA, PICCOLO MAGO.