Sì.
«SÌ»? È TUTTO CIÒ CHE HAI DA DIRE? FORSE SUA ECCELLENZA IL GRANDE ELMINSTER STA PERDENDO FINALMENTE LA SUA SFACCIATAGGINE?
Staremo a vedere.
[sguardo scuro da occhi rossi e fiammeggianti, comparsa di due tenaglie circospette]
SE È UNA SPECIE DI TRUCCO…
[silenzio, immagini che si susseguono veloci]
Sul far della sera la torre in rovina si levava dagli alberi scuri che la circondavano, come la lama nera di una spada in posizione verticale. Laeral l’osservò con sguardo critico e pronunciò un altro incantesimo. Avvoltasi in esso, proseguì quindi fino alle colonne distrutte e ricoperte di vegetazione che un tempo indicavano il cancello di un cortile.
All’interno, radici d’albero nodose e contorte s’innalzavano dal pavimento sconnesso. Fra i rami non cinguettava alcun uccello e la sensazione della morte in agguato era molto forte. L’Arte le suggeriva che non vi era magia nelle vicinanze ma se una belva nascosta difendeva ancora la torre, com’era tradizione dei maghi, sarebbe stata nei dintorni.
Il masso coperto di muschio poco oltre il cancello si sollevò con velocità minacciosa. Laeral utilizzò l’incantesimo di volo che aveva appena elaborato per levarsi in aria e rimanere sospesa.
Mentre levitava dal suolo, la roccia aprì gli occhi e la guardò con sguardo alquanto stanco ma per nulla sorpreso. Era una testa di forma umana con splendidi lineamenti femminili di color verde-grigio, alta quanto lei. La testa ondeggiò su un imponente corpo serpentino. Un naga.
«Tanto giovane e tanto carina», affermò la creatura. «Sei venuta a morire, fanciulla?»
«Non è questo il mio scopo», rispose tranquilla Laeral, pronta a spostarsi rapidamente. «Chi ti ha messo lì e che hai intenzione di fare con me!»
«Thalon mi ha posto a guardia di questo luogo e, per i miei poteri, mi ha ordinato di uccidere chiunque non riesca a usare l’Arte per evitarmi», rispose il guardiano con uno scintillio negli occhi.
Il fulmine che scaturì dalla sua bocca fu troppo rapido perché la maga lo evitasse completamente. L’Arte protettiva balenò quando questo le crepitò lungo il fianco. Laeral evitò di sprecare incantesimi per ingaggiare battaglia, ma trasformò la sua levitazione in un salto rapido e vorticoso verso le finestre buie della torre.
Dietro di lei, il naga sibilò triste: «Non troverai ciò che ti aspetti quando raggiungerai il trono». Dal tono della voce sembrava che la maga le stesse simpatica.
Laeral non ebbe nemmeno il tempo di sorprendersi. Rallentò cauta e si diresse verso la finestra arcuata più vicina, ma urtò violentemente contro una barriera solida di forza invisibile.
Se non avesse diminuito la velocità, pensò la maga mentre ruzzolava nell’aria, si sarebbe spezzata il collo. Si ricompose, tutta ammaccata, e con prudenza si avvicinò alla finestra successiva, poi a un’altra. Tutte erano protette da incantesimi di rilevamento invisibili. L’unica che non lo era avvampò con un’aura magica tanto brillante che la maga sospettò celasse trappole di gran lunga più numerose di una manciata d’incantesimi dispersivi.
La ragazza appoggiò circospetta i piedi al suolo e si diresse verso la porta solitaria della torre. Era aperta, buia e in attesa, i battenti ormai distrutti, ma i suoi sortilegi non individuarono alcuna magia.
È tempo di giocare agli eroi, si disse Laeral. La frase seguente della ballata fece capolino spontanea nella sua mente: è tempo di giocare agli stolti. Con un sospiro, la maga fece un passo nell’oscurità.
Una nuvola di polvere si sollevò con un turbinio; tutte le ragnatele ne erano ricoperte. Ogni angolo era buio, freddo e immobile. Laeral si sollevò lentamente dal pavimento, i piedi qualche centimetro al di sopra delle pietre impolverate. Se Tymora le avesse arriso, in quel modo avrebbe corso meno rischi.
Granelli di luce flebile le tenevano compagnia. La maga fluttuò lenta e accorta di stanza in stanza all’interno della torre. In uno dei locali si ergeva un blocco di pietra gigantesco, caduto dal soffitto. Le ossa frantumate e ingiallite di uno scheletro umano spuntavano da sotto un angolo, le braccia protese invano, la mandibola aperta in un grido silenzioso ed eterno. Laeral proseguì nel silenzio, guardinga.
Un po’ più avanti, come s’aspettava, vi era una buca. Altri scheletri giacevano contorti e infilzati su punte ricoperte di polvere… la morte che aveva previsto. Avanzò con cautela, domandandosi quando avrebbe trovato le trappole per chi avanzava volando.
Fin troppo presto vide una serie di dardi protrudere come gli steli di una specie di pianta spinosa, a lato dell’arco di legno scuro soprastante. Dallo scheletro infilzato pendeva ancora qualche tendine di color marrone nerastro.
Laeral si fermò davanti all’arco e si slacciò il mantello. Fluttuando nell’aria, lo gettò davanti a sé.
Si udì un suono cupo e sferzante. Un dardo spuntò rapido da una fessura nascosta e lacerò il tessuto, andandosi a infilzare, tremolando, nell’arco accanto agli altri.
Laeral agitò ancora il mantello strappato, ma quello era l’ultimo dardo. Arrotolandosi il mantello attorno agli avambracci, a mo’ di scudo, la maga oltrepassò rapidamente l’arco, tuffandosi di lato e in basso.
La lama arrugginita che cigolò rumorosamente nella parte superiore dell’arco la mancò per intero.
La maga di Loudwater sospirò ancora, e si domandò quando si sarebbe imbattuta nella trappola che avrebbe tentato di strapparle gli oggetti magici che aveva con sé. Purtroppo, le trappole note uccidono con altrettanta efficacia di quelle ignote. Perlomeno, pensò Laeral ironica, non sono rimasta a corto di massime.
FUOCHI DI NESSUS, NO! PICCOLO UOMO, ARRIVEREMO MAI DA QUALCHE PARTE?
[silenzio]
[grugnito lento e diabolico, occhi che ardono]
Quando accadde, questa si rivelò nitida ed efficace come se l’era aspettata. Le stanze al piano terra erano vuote, spogliate di tutto tranne che dei cadaveri scheletrici. Persino questi avevano perduto misteriosamente tutto ciò che portavano o indossavano.
La via per i sotterranei era invasa e ostruita da detriti rocciosi, ma la scala che saliva era sgombra, eccezion fatta per un teschio, appoggiato con cura sul primo gradino, che sogghignava con aria di sfida. Laeral gli rivolse uno sguardo beffardo e volò su per le scale. La sua bacchetta si sollevò, pronta a parare lame e a deviare dardi.
Le scale ruotarono. L’aria intorno a lei si riempì improvvisamente di artigli che spuntavano, balzellavano e afferravano… mani scheletriche umane e bestiali, che le strappavano i capelli, le ghermivano la faccia e le stringevano il corpo.
La maga di Loudwater le scartò bruscamente e cozzò con la spalla contro la parete. Si girò per dare le spalle al muro mentre continuava a volare, più rapida. Mani ossute si frantumarono con un rumore nauseante sotto la sua colonna vertebrale e le sue spalle, dopodiché scomparvero.
Mentre spezzava un’altra mano volante con la bacchetta, Laeral se ne strappò una dalla gola, che la stava soffocando e, sollevando truce un braccio, spezzò le dita di un’altra che le aveva afferrato la testa e si stava dirigendo verso gli occhi. Con un ringhio, la maga si tuffò verso i gradini per liberarsi delle mani che le attanagliavano le gambe, simili a tanti ragni freddi.
Poi, appena in tempo, vide il pericolo. Un individuo senza poteri volanti avrebbe fatto la sua stessa mossa, incappando senza dubbio in una trappola. La ragazza trasformò il suo balzo in un rotolamento a mezz’aria, e si fermò poco sopra il gradino.
La punta di uno dei suoi stivali sfiorò la pietra e una fila di punte di ferro scattò improvvisamente verso l’alto. La maga sentì il ferro gelido graffiarle il braccio mentre si rialzava, lasciandosi alle spalle un artiglio alato, che si muoveva lievemente.
Con un grugnito, Laeral si strappò un altro artiglio dalla testa, insieme a una manciata di capelli. Lo gettò via e si contorse a mezz’aria, per toglierne altri dalle gambe. «Artigli striscianti», così si chiamavano quelle mani ossute. I maghi li avevano usati come guardiani per molto, molto tempo. La maga si domandò se i grandi lividi che quelle mani le avevano lasciato sarebbero un giorno scomparsi.