Se non altro, non l’inseguirono. Dopo essersi staccata l’ultimo artiglio dalla coscia, la ragazza lo scagliò contro la parete e volò via. Le dita ossute rimbalzarono e si scheggiarono contro la roccia dura.
Davanti a lei si apriva un altro arco. Questa volta le lame uscirono da sopra e da sotto. Laeral si tuffò e si girò disperatamente a mezz’aria, madida di sudore. Superò entrambe le barriere arrugginite e finì dritta nella traiettoria sibilante di alcuni dardi. Al che s’inarcò e si ritrasse, sfuggendo alla morte lesa solo da un graffio bruciante. Una delle frecce era stata rapida, e lei quasi troppo lenta.
Già, quasi. Volò su per le scale curve fin dove si apriva una sala enorme, scura, dal soffitto alto. Allora si arrestò, fluttuando cauta sopra l’ultimo gradino. Alcuni granelli di luce si mossero nella stanza a un suo comando e perlustrarono, come piccole mosche luminose, la volta del soffitto, le pareti con gli arazzi penzolanti e il pavimento impolverato di pietra.
La stanza era spoglia, tranne che per gli arazzi marci, ormai ridotti a strisce di tessuto nero, ricoperte di ragnatele, e per un sedile disadorno, ricavato in un blocco massiccio di pietra. Seminascosto dietro a una delle tele distrutte vi era uno scaffale di pietra che ospitava una fila di crani umani ingialliti e vigili.
Si trattava di un’altra trappola, senza dubbio. Laeral lasciò che le luci tornassero da lei e valutò il da farsi.
Numerose barre di luce flebile s’accesero all’improvviso tutt’intorno. Alle sue spalle una voce stridula e calma esclamò con un rantolo sgradevole: «Benvenuta, piccola maga. Chi sei, e da dove vieni!».
Laeral si voltò di scatto e distrusse la gabbia di forza. Questa collassò e la ragazza terminò il suo volo sui gradini, di fronte al suo aggressore.
Era alto e magro, mezzo scheletrico, uno zombie con addosso una tunica nera con cappuccio. Due fiamme bianche e fredde ondeggiavano nelle cavità nere dove ci sarebbero dovuti essere gli occhi. Sorrise e le sue labbra si mossero silenziose; poi le dita ossute si mossero con gesti fluidi per la lunga pratica.
La maga sospirò: in quel luogo tutto era tutto uno stupido scherzo! Poi afferrò un piccolo oggetto dalla cintura, simile a uno scudo color argento, che si ampliò rapidamente sino a coprirle la mano.
Fece appena in tempo. L’incantesimo dello zombie la colpì e rimbalzò sullo scudo, che s’illuminò all’improvviso e sibilò debolmente.
Seguì un altro incantesimo. Questa volta lo scudo avvampò e si dissolse fra le sue dita, consumato dal potere che lo aveva colpito. Lo zombie avanzò lento, risoluto, su per le scale, ignorando gli incantesimi che si abbattevano contro di lui.
Laeral indietreggiò nella stanza. Tutto quello che sino ad allora aveva affrontato era opera di apprendisti: forse quel luogo era tanto antico che, quand’era stato costruito, quei trucchi erano nuovi, o gli unici conosciuti.
Si udì ancora la voce stridula. «Sei muta, bella fanciulla? Uno scudo sprecato contro un semplice incantesimo del sonno e un facile incanto, e nessun attacco da parte tua! Nemmeno una parola! Non è da voi maghi non aver voglia di parlare!»
Lo zombie sollevò la mano e le scagliò contro fulmini biforcuti. La ragazza corse verso uno di essi, spiccò un balzo e i capelli le si agitarono quando la morte crepitò sotto di lei. Poi ripiombò sul pavimento e boccheggiò in cerca d’aria.
L’aggressore non sembrò sorpreso di aver mancato il bersaglio. «Sei venuta solo per il trono?»
Laeral risparmiò il fiato per eventuali contro-incantesimi, disperdendo nell’ordine un altro incanto, un tentativo di trasportare suo padre in quella stanza mediante telecinesi e un sortilegio che le fece lacrimare gli occhi e le offuscò la vista prima che riuscisse a sventarlo. Stava ancora indietreggiando quando fiamme ruggenti la avvolsero.
L’odore di capelli bruciati le solleticò le narici, ma lo scudo protettivo che portava sempre la salvò da ferite gravi, per poi tremolare, ormai quasi esaurito. La maga si spostò rapida di lato, ma le fiamme voraci non si erano ancora dissolte quando due mani ossute si misero nuovamente all’opera. Laeral ebbe la netta sensazione che la magia le venisse sottratta lentamente.
In fretta, generò un altro scudo di fuoco freddo intorno a sé. Ecco come deve sentirsi un bersaglio in una sala di tiro con l’arco, pensò.
Mentre il nemico avanzava, la ragazza infilò una mano nel fodero del corpetto e ne estrasse la bacchetta che aveva portato con sé. Socchiuse gli occhi e dalla punta scaturirono proiettili magici.
Questi colpirono il bersaglio, ma lo zombie continuò ad avanzare verso di lei. Laeral fece nuovamente fuoco, e le strane saette sciamarono attorno alle vesti nere dell’avversario. Con volto impassibile, questi sollevò una mano ossuta e rispose con proiettili analoghi.
Un dolore accecante trafisse la ragazza in cinque punti. Laeral urlò, rabbrividì involontariamente per il male e si piegò su se stessa. Lo zombie si avvicinò.
«Il tuo nome, maga!» le chiese ancora, con tono freddo, quasi beffardo.
Laeral non rispose. Strinse i denti, afferrò un pugnale dagli stivali e si mise in ginocchio. Poi sibilò un incantesimo di sua invenzione. Quando l’arma roteò nell’aria, l’Arte lo avvolse, ringhiando. Il pugnale si allungò, balenò e turbinò mentre saettava, divenendo una spada.
L’acciaio scintillante si diresse vorticando nella penombra e colpì lo zombie alla spalla. Un pezzo d’osso si ruppe fra spruzzi di polvere, e un braccio ossuto cadde sul pavimento, sminuzzandosi in minuscole schegge friabili.
Lo zombie continuò ad avanzare come se nulla fosse. «Se continui così», affermò con tono calmo rivolto alla ragazza, «non sarò più in grado di difendere il trono, e tu avrai vinto».
Laeral roteò gli occhi. Da quale favola per bambini era uscito tutto ciò? Scartò disperatamente di lato quando lo zombie le lanciò ulteriori fulmini e pronunciò rapida un contro-incantesimo.
Lo scheletro indietreggiò barcollando e le sue braccia ossute si trasformarono per un istante in serpenti attorcigliati, prima che la sua nonvita avesse la meglio sulla magia. Rivolse alla maga un ghigno sdentato e le scagliò addosso altri fulmini.
La ragazza sferrò un altro incantesimo. A mezz’aria il fulmine virò e tornò alla fonte. Le braccia ossute si mossero rapide, ma il non morto non fece in tempo a completare l’incantesimo e un fuoco furioso di colore bianco e blu lo colpì.
Lo zombie si dimenò in mezzo al fumo e cadde in ginocchio, puntando un indice ossuto. «Guarda… il trono!» mormorò cupo, poi si accasciò rumorosamente in un mucchio d’ossa scomposte. Le fiamme nei suoi occhi si spensero.
Troppo facile, penso Laeral, disperdendo i resti con un incantesimo banale. Troppo facile. Le ossa rimasero dove le aveva gettate, inoffensive.
La maga estrasse un altro oggetto magico, che nelle sue mani si trasformò in un martello. Usò un incantesimo di servitù per trasportarlo fino alle ossa e, da lontano, frantumò il cranio dello zombie in mille pezzi. Nessuna reazione.
Nel silenzio che seguì, la maga di Loudwater estrasse una pergamena dalla cintura ed evocò luci danzanti. Poi si guardò attorno, sospettosa: c’era solo un profondo, paziente silenzio.
Laeral fece cauta un passo verso il trono, sempre vuoto, disadorno e silenzioso. Un attimo dopo si concentrò e il martello fluttuante colpì il sedile, poi sempre a un suo comando batté le lastre circostanti del pavimento e le pietre dell’alto soffitto. Niente. La ragazza continuò il controllo finché il potere del martello non si esaurì e lo strumento non scomparve nel nulla.
Intorno a lei il silenzio, in attesa.
Con un sospiro, Laeral lanciò una magia indagatrice, sicura che il trono fiammeggiasse di molti incantesimi, uno sopra l’altro. Aggrottò la fronte, fece un passo avanti, e si domandò se avesse avuto il coraggio di usare il suo ultimo incantesimo volante, nel caso vi fosse una fossa in attesa o un blocco cadente.