Выбрать главу

[silenzio]

BAH. MOSTRAMI IL RESTO. [grugnito]

In piedi nella stanza degli incantesimi a lei familiare, nuda e sporca, senza più alcun apprendista né molti incantesimi, Laeral di Loudwater sorrise ironicamente.

«E dall’Arte ottieni grande vista, e saggezza al di là di ogni mago», leggeva il verso. Diceva il vero; effettivamente aveva visto molto di ciò che un potere incontrollato e una padronanza fanatica dell’Arte facevano agli arcimaghi.

Laeral sospirò e gettò, incurante, il suo involto (ciò che rimaneva della sua tunica, legata a mo’ di sacco attorno ai rimasugli di magia che aveva recuperato) dall’altra parte della stanza.

In quel momento il suo obiettivo principale si trovava dabbasso, in fondo al giardino: il torrente, in cui si sarebbe potuta togliere di dosso la polvere, lo sporco, i frammenti d’osso, e gli-dei-solo-sapevano-cos’altro le si era appiccicato addosso grazie alla collosa salsa arundoon di Thalon.

Laeral scese le scale fino al pianerottolo dov’erano appesi i suoi abiti. Vi passò accanto, diretta verso un tavolo disordinato, le cui caselle contenevano rotoli impolverati, scritti anni addietro. Ne prese uno che non avrebbe mai pensato di usare e si mise a leggerlo mentre scendeva, lentamente, un’altra rampa di scale fino al giardino.

La pergamena si dissolse fra le sue dita, e le sfere fluttuanti che aveva evocato le fornirono luce sufficiente per vedere mentre si faceva il bagno. Sussurrò la parola che apriva il lucchetto della porta e uscì nella notte con una bottiglia di vino per lavarsi di dosso la salsa oleosa. La strinse a sé e si tuffò di testa nel torrente.

L’indomani avrebbe dovuto trovare un altro apprendista… dov’era, a proposito, quella lista che Orliph degli Arpisti le aveva lasciato! Vi erano scritti una decina di nomi, tra cui qualcuno interessante.

Oh, sì. Schioccò le dita e dal cielo notturno sopra di lei comparve una pergamena, che le si srotolò davanti al naso e si posizionò in modo da cogliere la luce delle sfere che le fluttuavano intorno.

Laeral si strofinò e si stirò nell’acqua fresca, emettendo lievi mormorii di soddisfazione mentre finalmente si liberava della salsa appiccicosa. Gettando indietro i capelli bagnati, diede un’occhiata all’elenco.

Un brivido freddo le percorse lentamente la colonna vertebrale, insinuandosi nel suo corpo come uno degli artigli della torre dell’arcimago. L’elenco conteneva almeno venti nomi, ne era certa. Ma in quel momento ve n’era soltanto uno, scritto con sangue scuro e fresco, ancora fluente: «Thalon».

Laeral increspò le labbra. Ne aveva abbastanza, quel trono doveva scomparire al più presto. Domani.

HAH. MI DELUDI ANCORA UNA VOLTA. MI PROMETTI MAGIA, MI AGITI INCANTESIMI DAVANTI AL NASO… E POI, NIENTE AZIONE, NIENTE DI NIENTE.

NE HO ABBASTANZA DEGLI ALTRI. TU HAI INSEGNATO LA MAGIA A TROPPI, E SO CHE MYSTRA HA OSSERVATO IL TUO OPERATO PIÙ DI UNA VOLTA. MOSTRAMI CIÒ CHE HA VISTO…

[immagini che scorrono, poi scintillano e vengono scartate, accantonate nell’impeto di scrutare in profondità…]

* * *

Gli abishai si acquattarono sulle rocce appuntite e taglienti che circondavano la conca, a guardia del vortice magico. Questo non aveva turbinato e sputato a lungo. I vessilli sulle loro lance, che proclamavano quell’avvallamento territorio del Grande Tiamat dalle Molteteste, erano nuovi. Gran parte degli abishai erano rivolti all’esterno, intenti a scrutare le creste fumanti in cerca di guai che sapevano non si sarebbero fatti attendere. Solo alcuni dei redhide più grandi e più anziani erano affacciati all’interno, a osservare il caos vorticante della spirale incantata.

Gli «occhi dell’Inferno», li chiamava qualcuno. Essi erano, in verità, più simili ad artigli che operavano ciecamente, raccogliendo creature, gemme, oggetti magici, acqua o qualsiasi altra cosa il demone ucciso nell’esercizio dell’incantesimo avesse desiderato maggiormente. I vortici magici afferravano cose da mondi lontani e le risputavano all’Inferno. Nutrivano Averno e gli fornivano una fonte costante d’intrattenimento… e di problemi. Magie sconosciute e pericolose erano all’ordine del giorno, e talora comparivano creature che potevano uccidere con la stessa facilità con cui potevano essere uccise…

Quel vortice in particolare aveva, fin dalla sua scoperta, portato di tanto in tanto pecore belanti, dagli occhi terrorizzati, e pesce bagnato e scintillante. Alle pecore veniva spezzato il collo ancor prima che potessero scappare, per quanto i guardiani le lasciassero, talora, correre in giro per divertimento. Ma quello non era un vortice che sputava pietre, ogni sorta di cose vecchie e strane e un sacco di magia che doveva essere tenuta sotto controllo.

Alcuni redhide erano quasi desiderosi di un po’ d’avventura. Persino squartare le pecore nei modi più crudeli perde dopo un po’ il suo fascino.

Non si aspettavano, tuttavia, che il vortice sputasse una cometa di fuoco bianco e blu… e men che meno di vedere, in cima a essa, una femmina umana con occhi simili a due carboni neri e per capelli fiamme argentee.

La Simbul era consapevole che le sue bacchette, due bastoncini di legno, dopo tutto, non sarebbero durate a lungo fra il fumo bruciante e le sfere di fuoco vaganti di Averno. Iniziò ad afferrare e colpire, afferrare e colpire, in una brillante ragnatela magica che lasciava ogni arma sospesa, e capace di seminare morte, dopo che l’aveva abbandonata per impugnarne un’altra. Gli abishai esplosero in mille pezzi prima ancora che i guardiani del vortice si rendessero conto di che cosa questo avesse portato loro. Il loro aggressore era già lontano, e volava basso sul terreno roccioso, tremante, nascosto da una coltre di fumo appositamente evocata. Dietro la donna, brandelli di abishai iniziarono a ricadere sulle rocce, fra i resti in fiamme di qualche vessillo.

El! Amore mio, dove sei?

[risposta senza parole, avvertimento che un demone occupa la sua mente, consapevolezza diabolica che avvampa e si volta a guardare, contatto interrotto]

Da qualche parte in quella direzione! L’azione furtiva non faceva per lei. Persino la Simbul trovava le numerose armate infernali un po’ troppo calde per i suoi gusti. In fondo, lei non era altro che una scintilla scaturita da Mystra, e persino la Signora era stata costretta a ritirarsi. Un attacco rapido e violento era il metodo migliore per la Simbul, quello che più le si addiceva.

Sfere di fuoco guizzarono e formarono archi all’orizzonte, scintille luminose contro un cielo rosso senza stelle. Una creatura simile a un drago svolazzò goffa dietro un picco quando la maga lanciò un’occhiata nella sua direzione.

Il terreno scompariva in un baratro ampio, dalle pareti scoscese. In quella gola alcuni spinagon volavano veloci quanto permettevano loro le ali sbrindellate, cercando si sfuggire a uno stormo di caccia di abishai neri.

Ci fu un serpeggiare di code sinuose, uno sbattere d’ali e un frenetico artigliare. La Simbul passò in mezzo a quel trambusto come una furia, senza rallentare, lasciando dietro di sé i corpi straziati delle creature che si erano trovate sul suo cammino. La serie di demoni bruciacchiati e sfrigolanti fu prontamente dilaniata da altre creature infernali.

Circondata dal puzzo d’aceto dei corpi degli abishai e dal fetore sulfureo del sangue demoniaco, superò rapida una catena di rupi a forma d’artiglio. Demoni enormi stavano appollaiati su un pinnacolo sovrastante quella terra torturata, baatezu alti e terribili con ali da pipistrello arcuate sopra la testa. Si alzarono in volo non appena la videro, ghignando e urlando per l’attesa. Il più possente si levò per sferrare il primo e più appagante attacco.

La Strega-Regina non rallentò nemmeno quando il demone degli abissi le si parò davanti. Le grandi ali oscurarono il cielo, le braccia possenti si allargarono e le zanne scintillarono in una risata compiaciuta. La Simbul scagliò un incantesimo davanti a sé: una brillante esplosione di fulmini che gli sferzò il petto come le code di una frusta e che lo fece grugnire divertito per quella debole magia.