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«Oh, non saprei», esclamò un terzo, in lingua Volgare, ma con un forte accento. «Questi umani fanno sempre tanto chiasso per mettersi in mostra. Una semplice parola e uno sguardo sarebbero stati più che sufficienti. Esultano come bambini quando danno libero sfogo ai loro poteri».

«Sono bambini», aggiunse un quarto. «Basta guardare questo qui».

«Non so chi siate», ringhiò Heldebran di Athalantar, «ma io…»

«Vedete? Solo minacce e spavalderia!», continuò l’ultimo elfo.

«Bene, ora basta», affermò il primo autorevolmente. «Umano, le magie di fuoco non sono tollerate in questo luogo. Hai svegliato i guardiani immortali della Vallata Sacra, e devi pagarne il prezzo».

Heldebran si guardò nervosamente intorno. Il cerchio sembrava essersi stretto, sebbene gli elfi mantenessero un aspetto tranquillo, e non accennassero ad alzare le braccia, che tenevano lungo i fianchi. Il mago sputò fuori le parole di cui aveva bisogno e sollevò le mani, compiendo gesti frenetici.

Piccoli lampi crepitarono sulla punta delle sue dita, e inviarono fasci luminosi contro gli elfi spettrali che tuttavia, dopo averne attraversato i corpi immateriali, si infransero sugli alberi. Qua e là, dalle cortecce si levò un po’ di fumo.

Uno dei guardiani si voltò per valutare il danno, e le fiamme svanirono improvvisamente, lasciando solo qualche ricciolo di fumo.

Il cerchio intorno a Heldebran rimase immutato. Gli elfi sembravano, se non altro, lievemente divertiti.

«E ciò che è peggio», affermò seriamente il primo elfo, come se non si fosse verificata alcuna interruzione, «avete creato qualcosa che si nutre di magia e l’avete inviata nel cuore più antico del nostro regno. Questo».

Il tono del guardiano spettrale denotava profondo disgusto. Il suo petto si gonfiò, emise deboli fasci di luce, poi esplose mentre l’ammazzamaghi emergeva da esso, muovendo debolmente gli artigli. Heldebran sentì un improvviso e incontenibile impeto di speranza. Forse la sua creatura poteva essere aizzata contro quei fantasmi, addirittura distruggerli, oppure…

«La punizione sarà adeguata e definitiva, umano senza nome», aggiunse austero l’elfo, quando l’ammazzamaghi voltò la testa e vide il suo creatore.

Le numerose orbite del mostro fissarono Heldebran, e i suoi artigli graffiarono l’aria con rinnovato vigore. Con un sibilo flebile, la creatura avanzò risoluta.

«No!», gridò l’apprendista mago, quando gli artigli raggiunsero i suoi occhi. «Noooo!»

Il cerchio di guardiani elfi era diventato più compatto, ed essi lo guardavano freddi. Il mago scattò verso di loro, e sbatté forte contro un muro di forze sconosciute. Allora si accasciò, singhiozzante: in quel momento la creatura lo raggiunse e lo uccise.

«Qualcuno d’importante?», domandò uno degli elfi, quando i rumori svanirono ed essi allungarono le mani per far scomparire la bestia.

«No», rispose un altro semplicemente. «Uno che avrebbe potuto diventare signor mago di Athalantar, se il suo governo non fosse stato rovesciato. Si chiamava Heldebran. Non sapeva nulla di interessante».

«Non c’era un altro intruso che stava combattendo con quel mostro?», chiese il terzo guardiano.

«Uno di noi, uno che portava una gemma del sapere».

«E quest’umano gli stava dando la caccia, nella nostra vallata?» L’elfo spettrale abbassò lo sguardo, gli occhi divenuti fiamme improvvise nell’oscurità degli alberi, e ordinò: «Riportalo in vita, che possa essere nuovamente ucciso. Magari più lentamente».

«Elaethan», esclamò il compagno, in tono di rimprovero. «Nel toccare la mente di questi umani, si diventa simili a loro».

«È una cosa dalla quale tutti noi dovemmo guardarci, Norlorn, quando, per la prima volta, essi entrarono nelle foreste in cui venni alla luce. Gli uomini ci corrompono; in questo sta il vero pericolo per la Gente».

«Allora dovremmo distruggere qualsiasi uomo passi di qui», affermò Norlorn, sollevandosi a formare una torre fiammeggiante bianca e fredda. «Quell’altro, che ha usato un incantesimo per sfuggire alle fiamme; avrà anche avuto una gemma del sapere, ma era un essere umano, o almeno sembrava».

«E proprio questo è il punto: tali bestie sono pericolose per se stesse», esclamò tranquillamente Elaethan. «Molte di loro sembrano umane, ma non riescono mai a diventare tali».

Si ritrovò in piedi di fronte alla radice familiare. Lo scettro giaceva sotto di essa, coperto dalla terra e dal letto di ramoscelli, di foglie e di pezzi di muschio che tempo prima aveva frettolosamente ammassato. Elminster si guardò attorno, non percepì alcuna minaccia, e usò i poteri della gemma nera per controllare l’incantesimo. Alcuni ricordi turbinarono brevemente, ma El li cacciò dalla mente e scosse la testa per riprendersi.

Avrebbe potuto tornare in quel luogo, o dovunque finisse lo scettro, ancora due volte. Non voleva farlo, ma come evitare le aggressioni che l’avrebbero per forza ricondotto laggiù?

Il mago misterioso, o qualsiasi ammazzamaghi, era stato programmato per cercare un Eletto di Mystra sufficientemente stupido da seguire la strada originale. Perciò, questa volta si sarebbe diretto a est lungo i picchi, poi a sud lungo la prima cresta che avesse incontrato, finché questa non si fosse allontanata troppo dai luoghi in cui gli alberi crescevano più alti.

Nei boschi il passo leggero e i sensi più acuti di un elfo superavano di gran lunga quelli di un uomo, e qualsiasi pattuglia elfa avesse incontrato avrebbe con più probabilità attaccato un essere umano che Iymbryl Alastrarra, a meno che Iymbryl non fosse un loro personale nemico. Scrutò nei ricordi della kiira, ma, da quanto vide, l’elfo sembrava non avere nemici particolari.

Questa volta fu questione di un istante assumere nuovamente le sembianze di Iymbryl. Elminster pensò brevemente al libro degli incantesimi lasciato nella bisaccia, e sospirò. Avrebbe dovuto abituarsi agli incantesimi elfi minori, spesso strani, racchiusi nella gemma, che era evidentemente servita all’erede alastrarrano quale libro d’incantesimi personale. Al momento, tuttavia, non aveva tempo di studiarli; era meglio allontanarsi rapidamente dallo scettro, nel caso il nemico fosse venuto a cercarlo proprio in quel luogo.

Il giovane sospirò ancora e si mise in cammino. Sarebbe stato meglio viaggiare di notte, sotto forma di nebbia, e usare le ore di luce per studiare i sortilegi? Hmm… meglio rifletterci durante il cammino. Avrebbe potuto impiegare molti giorni per raggiungere Cormanthor. Aveva tempo a sufficienza per tale scopo, oppure quella gemma si nutriva della vitalità o della mente del suo possessore?

E se lo stava divorando… Si colpi la fronte con la mano. «Mystra difendimi!», mormorò.

Naturalmente. La voce inaspettata nella sua mente lo fece inginocchiare, traboccante di gratitudine, ma la dea aggiunse solo cinque parole: la gemma è sicura. Procedi.

Dopo un momento di silenzio e alcuni istanti trascorsi a sogghignare debolmente, Elminster si rialzò e ubbidì.

Il boschetto di funghi giganti, che emanava una strana luce purpurea lasciò, finalmente il posto a un terreno in salita, e il principe vi si arrampicò con un carico d’incantesimi e un cuore stanco. Camminava da giorni, e aveva incontrato solo un cervo gigante, col quale si era trovato faccia a faccia due giorni prima al tramonto. Aveva percorso molta strada dalle banchine e dalle torri di Hastarl, ed era lontanissimo dagli ultimi villaggi in cui i contadini avevano sentito parlare del regno di Athalantar; ora, a giudicare dal fervere di incantesimi protettivi e dai cavalieri che si intravedevano talora nel cielo, si stava avvicinando alla città elfa. Erano splendidi nelle loro armature lavorate color porpora, blu e smeraldo, mentre cavalcavano in sella a unicorni volanti dai mantelli blu, senza ali né redini.