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Numerose pattuglie volanti si avvicinarono per controllare il viaggiatore solitario, ed El poté osservare bene i giavellotti pronti e le piccole balestre. Incerto sul comportamento da tenere, ogni volta rallentava l’andatura e faceva loro cenni silenziosi e rispettosi col capo, al che i cavalieri ricambiavano e volavano via.

Davanti a lui, tra gli alberi, si aprivano radure, ammantate di muschio e di felci. Dal nascondiglio che queste ultime offrivano, si alzò la prima pattuglia elfa a piedi incontrata dopo l’episodio con i ruukha. Le loro armature erano magnifiche e, quand’egli si avvicinò senza mutare andatura, tutti i guerrieri sollevarono la balestra. Che altro avrebbe potuto fare?

Quando El fu più vicino, uno di essi, più alto degli altri, lasciò l’arma, che rimase sospesa nell’aria, fece alcuni passi incontro al giovane, e sollevò una mano in segno di «alt».

Elminster si fermò e batté le palpebre. Meglio sembrare stanco e sbalordito che dire qualche sciocchezza.

«È da giorni che cammini in questa direzione», esclamò il capo pattuglia con voce gentile e melodiosa, «e, tuttavia, non hai avvertito le pattuglie del tuo passaggio e nemmeno noi. Chi sei, e perché sei in cammino?»

«Io…», balbettò Elminster ondeggiando lievemente. «Sono Iymbryl Alastrarra, erede della mia casata. Devo tornare in città. Durante la ricognizione siamo stati attaccati dai ruukha, e sono l’unico sopravvissuto, ma i miei incantesimi hanno attirato l’attenzione di un mago umano, il quale ha inviato un ammazzamaghi contro di me, e non mi sento bene. Necessito dei miei familiari, e di un po’ di cure».

«Un mago umano?», esclamò l’ufficiale. «Dove ti sei imbattuto in una simile bestia?»

Elminster alzò un braccio in direzione nordovest. «Molti giorni fa, dove la terra sale e poi scende bruscamente. Ho… ho camminato troppo a lungo per ricordare con precisione».

Gli elfi si scambiarono rapide occhiate. «E se qualcosa avesse attaccato Iymbryl Alastrarra mentre camminava, l’avesse divorato, e avesse assunto le sue sembianze?», domandò sotto voce uno di loro. «Ci siamo già imbattuti in simili mutaforma. Si aggirano tra di noi, in cerca di cibo».

Elminster lo fissò con occhi cupi e stanchi, o almeno sperava lo sembrassero, e si portò lentamente la mano alla fronte. «Un estraneo potrebbe portare questa?», domandò con voce stanca ed esasperata, quando la gemma si materializzò tra le sue sopracciglia.

L’intera pattuglia mormorò sorpresa, e gli elfi indietreggiarono senza proferir parola per lasciarlo passare. El fece loro un cenno stanco e procedette, cercando di apparire esausto.

Non vide il capo pattuglia, alle sue spalle, guardare serio uno dei guerrieri e annuire deliberatamente. Il soldato ricambiò il cenno, si inginocchiò tra le felci, si portò la mano al petto e scomparve.

Ora che era tra elfi a piedi, come lui, El pensò con un brivido che fosse opportuno osservare come si muovessero. Si capiva che era un intruso? O tutti coloro che camminano eretti barcollano nello stesso modo quando sono stanchi?

Avanzando ancora con fare stanco, se mai la pattuglia lo stesse osservando, El proseguì tra gli alberi; i giganti della foresta si ergevano verso il cielo, le loro chiome trenta metri e più sopra di lui. Il terreno saliva, e più in là s’intravedeva una distesa d’erba, inondata dal sole.

Forse laggiù avrebbe potuto…

A quel punto si fermò a guardare, intontito. Il sole splendeva sulle favolose torri di Cormanthor, situate davanti ai suoi occhi; le loro guglie slanciate si ergevano dovunque non vi fossero alberi giganti… e non erano poche: si estendevano a perdita d’occhio, in uno splendore di agili ponti, di giardini pensili e di elfi su destrieri volanti. Il bagliore blu della magia potente splendeva dappertutto, persino nella luce diurna, e alle sue orecchie giungeva una musica soave.

El sospirò ammirato, mentre la musica cresceva intorno a lui, e ricominciò a camminare. Non avrebbe mai dovuto abbassare la guardia mentre camminava fra le Torri del Canto.

4.

Il ritorno del cacciatore

Più di una ballata della nostra Gente narra di Elminster Aumar di Athalantar stordito dagli splendori della magnifica Cormanthor, e di come, la prima volta che vide la città, fu tanto affascinato da trascorre un intero giorno camminando per le strade, per assaporarne le glorie. È un peccato che le ballate siano talora poco veritiere.

Shalheira Talandren, Sommo Bardo Elfo di Summerstar
Da Spade argentee e notti d’estate:
Una storia ufficiosa ma vera di Cormanthor
Pubblicata nell’Anno dell’Arpa

Sotto la cupola fluttuante di vetro variopinto il sole attraversava l’aria con raggi di colore rosso-rosato, smeraldo e blu. Una testa protetta da un elmo, girandosi, rifletté una luce purpurea, e quel lampo fu sufficiente: la persona che l’indossava non dovette nemmeno parlare per invitare il compagno a raggiungerlo e a guardare.

Insieme, le due guardie elfe scrutarono dall’alto il confine settentrionale della città, sotto la loro postazione fluttuante. Una figura solitaria si trascinava per le strade con l’aria stanca e stordita che solitamente mostravano i prigionieri o i messaggeri esausti che avevano perduto i loro destrieri volanti giorni prima, ed erano stati costretti a continuare a piedi.

Ma a una seconda occhiata la figura non apparve affatto «solitaria»: a poca distanza dall’elfo vacillante ne seguiva un altro. Si trattava di un guerriero di pattuglia avvolto in un manto invisibile che poteva servire a ingannare gli occhi di tutti ma non quelli di chi indossava elmi come quelli delle guardie.

Esse si scambiarono occhiate significative, si diressero verso una sfera di cristallo fluttuante e si sporsero per ascoltare.

Il cristallo tintinnò lievemente, dopodiché nella cupola si udì un baccano improvviso: melodie musicali diverse, un chiacchierio di voci basse, il rimbombo e lo sferragliamento di un carro distante. Per qualche istante le guardie rimasero col capo in ascolto, poi si strinsero simultaneamente nelle spalle. L’elfo esausto non stava parlando con nessuna delle persone che gli passavano frettolosamente accanto. E nemmeno la sua ombra.

I due si scambiarono occhiate interrogative, dopodiché una guardia allargò le mani, sconsolata. L’intruso, se non era cormanthoniano, aveva già una scorta. Ciò significava che qualche capo pattuglia, che aveva avuto l’occasione di parlare con l’elfo solitario e di guardarlo più da vicino, aveva già nutrito sospetti. Forse, avrebbero dovuto farlo anche due membri anziani della Guardia e Vigilanza.

Poteva, tuttavia, trattarsi di un semplice intrigo privato e, per di più, l’elfo solitario era passato attraverso l’incantesimo del velo della rivelazione senza che questo avesse la minima reazione.

La seconda guardia rispose al collega con un gesto altrettanto significativo, poi si voltò verso un albero di querph e ne colse alcune bacche succulente color zaffiro. Il compagno rimase un istante con le mani aperte, dopodiché prese la tazza con l’acqua alla menta e ne bevve qualche sorso. Un momento più tardi l’elfo con la scorta invisibile fu dimenticato.

Sapeva che cosa stava cercando. La gemma del sapere glielo aveva mostrato: una grande casa immersa in un bosco di pini scuri – un’«incombente ricercatezza», secondo le ragazze di alcune casate rivali conosciute da Iymbryl -, le cui finestre alte e strette costituivano capolavori di vetro dipinto e lavorato, circondati da incantesimi che periodicamente proiettavano immagini di unicorni danzanti e di cervi impennati nelle stanze interne, dal pavimento di muschio. Quei telai erano opera di Althidon Alastrarra, recatosi a Sehanine più di due secoli prima, e in tutta Cormanthor non ne esistevano di più raffinati.