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Il vecchio prete scosse lentamente la testa. — No, no… una macchina, mai. E mai inevitabile. La venuta di Cristo ci ha insegnato almeno una cosa: niente è inevitabile. Il risultato è sempre in dubbio. Siamo sempre noi a decidere per la luce o per le tenebre. Noi… e qualsiasi entità consapevole.

— Ma Teilhard pensava che la consapevolezza e l’empatia avrebbero vinto? — domandò Aenea.

Padre Glauco mosse la mano ossuta in direzione della scaffalatura alle spalle di Aenea. — Là dovrebbe esserci un libro… nel terzo ripiano… aveva un segnalibro azzurro, l’ultima volta che l’ho visto, trenta e passa anni fa. Lo vedi?

— Diari, appunti e corrispondenze di Teilhard de Chardin? — disse Aenea.

— Sì, sì. Aprilo dove c’è il segnalibro. Vedi il brano sottolineato? Una delle ultime cose che questi vecchi occhi hanno visto prima che scendessero le tenebre…

— L’annotazione datata 12 dicembre 1919? — domandò Aenea.

— Sì. Leggila, per favore.

Aenea accostò il libro alla luce del fuoco.

— "Si noti bene" — lesse. — "Non attribuisco alcun valore definitivo e assoluto alle varie costruzioni dell’uomo. Credo che scompariranno, riplasmate in un nuovo intero che ancora non possiamo concepire. Nello stesso tempo riconosco che hanno avuto un ruolo provvisorio essenziale: sono fasi necessarie, inevitabili, che noi (noi o la razza) dobbiamo percorrere nel corso della nostra metamorfosi. Ciò che amo in esse non è la loro forma particolare, ma la loro funzione, che è quella di costruire, in modo misterioso, prima qualcosa che possa essere reso divino, e poi, tramite la grazia di Cristo che illumina i nostri sforzi, qualcosa di divino."

Seguì un momento di silenzio, rotto solo dal lieve sibilo del fuoco e dagli scricchiolii e dai gemiti di decine di milioni di tonnellate di ghiaccio sopra e intorno a noi. Finalmente padre Glauco disse: — Quella speranza è l’eresia di Teilhard agli occhi dell’attuale papa. La fede in quella speranza fu il mio grande peccato. Questo… — indicò la parete esterna di ghiaccio e le tenebre che premevano contro il vetro — è il mio castigo.

Per qualche momento nessuno di noi aprì bocca.

Poi padre Glauco rise e posò sulle ginocchia le mani ossute. — Ma mia madre m’insegnò che non esiste castigo, né dolore, quando ci sono amici e cibo e conversazione. Tutte cose che qui abbiamo. Signor Bettik! Dico "signor Bettik" perché l’altra forma non le rende onore, anzi la emargina dall’umanità mediante la falsa invenzione di false categorie. Signor Bettik!

— Signore?

— Farebbe a questo vecchio il favore di andare in cucina a prendere il caffè che ormai dovrebbe essere pronto? Provvederò io allo stufato e al pane messi a scaldare. Signor Endymion?

— Sì, Padre?

— Le dispiacerebbe scendere in cantina e scegliere il vino della migliore annata disponibile?

Sorrisi, sapendo che il prete non poteva vedermi. — E quanti piani devo scendere, Padre, prima di trovare la cantina? Non cinquantanove, mi auguro.

Il vecchio ridacchiò fra la barba. — Bevo vino a ogni pasto, figliolo, quindi sarei in una migliore forma fisica, se fossi costretto a scendere e salire in continuazione. No, vecchio e pigro come sono, tengo il vino nel ripostiglio al piano sottostante. Accanto alla scala.

— Lo troverò — assicurai.

— Intanto apparecchio — disse Aenea. — E domani sera cucino io.

Ognuno andò a svolgere il proprio compito.

45

La Raffaele trasla nel sistema Sol Draconis. Contrariamente a quanto spiegato al Padre Capitano de Soya e ad altri capitani di corrieri, il meccanismo di propulsione delle navi Arcangelo non deriva dall’antico motore Hawking che, fin da prima dell’Egira, ha superato la barriera della velocità della luce. Il motore della Raffaele è soprattutto una mistificazione: quando raggiunge velocità prossime a quelle quantiche, lancia un segnale tramite un mezzo un tempo denominato Vuoto Legante. Una fonte d’energia residente altrove innesca un remoto meccanismo che perfora un sub-piano di quel mezzo e lacera il tessuto stesso dello spazio e del tempo. La perforazione è istantaneamente fatale all’equipaggio, che muore tra mille sofferenze: cellule frantumate, ossa sbriciolate, blocco delle sinapsi, rilasciamento dei visceri, liquefazione degli organi. L’equipaggio non scopre mai i particolari: durante la ricostruzione del corpo a opera del crucimorfo e la seguente risurrezione, ogni ricordo di quei microsecondi d’orrore e di morte viene cancellato.

Ora la Raffaele inizia la traiettoria di decelerazione verso Sol Draconis Septem e il suo motore a fusione, quello reale, rallenta la nave, sottoposta a una forza di 200 g. Nelle cuccette di risurrezione, il Padre Capitano de Soya, il sergente Gregorius e il caporale Kee giacciono morti e i loro corpi già distrutti sono polverizzati una seconda volta, perché la nave risparmia automaticamente energia tenendo spenti i campi interni finché la risurrezione non è in corso. Oltre ai tre cadaveri umani a bordo c’è un altro paio d’occhi. Rhadamanth Nemes ha sollevato il coperchio della sua culla di risurrezione e ora giace sul lettino: il suo corpo ben strutturato subisce il tormento, ma non i danni, della terribile decelerazione. Secondo il programma standard, il supporto vitale nella cabina generale è spento: non c’è ossigeno, la pressione atmosferica è troppo bassa per consentire a un essere umano di sopravvivere senza tuta spaziale e la temperatura è di trenta gradi centigradi sotto zero. Rhadamanth Nemes, nella sua tuta cremisi, giace sul lettino e guarda i monitor; di tanto in tanto rivolge alla nave una domanda e riceve la risposta su un fibrafilo di collegamento dati.

Sei ore più tardi, prima che i campi interni si accendano e nei complicati sarcofaghi abbia inizio la riparazione dei corpi, mentre nella cabina praticamente c’è ancora il vuoto, Rhadamanth Nemes si alza, sopporta senza la minima espressione il peso delle duecento gravità e va nella saletta di conferenze e al tavolo di rotta. Richiama una carta di Sol Draconis Septem e in breve trova il percorso del fiume Teti. Ordina alla nave di sovrapporvi i dati degli strumenti visivi a largo raggio e sfiora con le dita le immagini olografiche di valli di ghiaccio, di dune coperte di sestrugi, di crepacci glaciali. Dall’atmosfera ridotta in ghiacciaio emerge la parte superiore di un edificio. Nemes ricontrolla la mappa: l’edificio si trova nel raggio di trenta chilometri dal fiume sepolto.

Dopo undici ore di decelerazione, la Raffaele entra in orbita intorno alla candida palla di ghiaccio di Sol Draconis Septem. Ormai i campi interni sono accesi da un pezzo e i sistemi di supporto vita funzionano in pieno, ma Rhadamanth Nemes non ci fa caso, come non ha fatto caso al vuoto e alle 200 g. Prima di lasciare la nave, controlla i monitor della culla di risurrezione. Ha più di due giorni di tempo, prima che de Soya e i suoi uomini comincino a risvegliarsi.

Si accomoda nella navetta, collega il proprio polso al quadro comandi mediante un sottile cavo a fibra ottica e guida la nave nell’atmosfera, attraversando il terminatore, senza consultare la strumentazione né i monitor. Diciotto minuti più tardi la navetta atterra sulla superficie del pianeta, a duecento metri dalla tozza torre stagliata nel ghiaccio.

La luce del sole è vivida sul ghiacciaio a terrazze, ma il cielo è di un nero uniforme. Non ci sono stelle visibili. Per quanto lì l’atmosfera sia trascurabile, il massiccio sistema termale del pianeta che fluisce da polo a polo provoca "venti" continui che spingono cristalli di ghiaccio a quattrocento chilometri all’ora. Senza degnare di un’occhiata le tute spaziali e quelle per atmosfere pericolose, appese nella camera stagna, Rhadamanth Nemes spalanca il portello. Non attende che la scaletta si allunghi, salta giù direttamente da tre metri e atterra in piedi nel campo gravitazionale di 1,7 g. Aghi di ghiaccio la colpiscono alla velocità dei proiettili di pistole a fléchettes.