— Questo lo ricordo — dissi. — Sol, il vecchio studioso la cui figlia ringiovanisce col passare del tempo, scopre che l’amore è la risposta a quello che lui aveva definito il Dilemma di Abramo.
— E io ricordo un critico dalla penna al cianuro, che recensì il poema nella nostra capitale — ridacchiò padre Glauco. — Citò una scritta trovata in un muro di una città della Vecchia Terra riportata alla luce prima dell’Egira: "Se amore è la risposta, qual era la domanda?"
Aenea mi lanciò un’occhiata che era una richiesta di spiegazioni.
— Nei Canti - dissi — lo studioso scopre a quanto pare che ciò che le IA del Nucleo hanno chiamato Vuoto Legante è l’amore. L’amore è una forza basilare dell’universo, come la gravità e l’elettromagnetismo, come i legami nucleari deboli e forti. Nel poema, Sol scopre che l’Intelligenza Finale del Nucleo non sarà mai in grado di capire che l’empatia è inseparabile da quella fonte… dall’amore. Martin Sileno descrive l’amore come "l’impossibilità subquantica che trasportò dati / da fotone a fotone…".
— Teilhard sarebbe stato d’accordo — notò padre Glauco — ma avrebbe espresso con parole diverse il concetto.
— Comunque — continuai — la reazione quasi universale al poema… secondo Nonna… fu di ritenerlo indebolito dal sentimentalismo.
Aenea scuoteva la testa. — Zio Martin aveva ragione — disse. — L’amore è davvero una delle forze basilari dell’universo. Sol Weintraub pensava davvero d’averlo scoperto. Lo disse a mia mamma, prima di scomparire con la figlia nella Sfinge verso il futuro della piccina.
Padre Glauco smise di dondolarsi e si sporse in avanti, gomiti puntati sulle ginocchia ossute: la sua tonaca rattoppata sarebbe parsa buffa, in una persona dotata di minore dignità. — È tanto più complicato dire che Dio è amore?
— Sì! — rispose con foga Aenea, alzandosi davanti al fuoco. In quel momento mi parve più adulta, come se fosse cresciuta e maturata nei mesi trascorsi insieme. — I greci videro l’azione della forza di gravità, ma la spiegarono come uno dei quattro elementi… terra… "che torna di corsa alla propria famiglia". Ciò che Sol Weintraub scorse fuggevolmente era un frammento della fisica dell’amore: dove quest’ultimo risiede, come funziona, come sia possibile capirlo e imbrigliarlo. La differenza fra "Dio è amore" e ciò che Sol Weintraub vide… e zio Martin cercò di spiegare… è la differenza fra la spiegazione della forza di gravità data dai greci e le equazioni di Isaac Newton. La prima è una frase ingegnosa. Le seconde vedono la sostanza stessa!
Padre Glauco scosse la testa. — Tu lo fai sembrare quantificabile e meccanico, mia cara.
— No — disse Aenea, con voce quasi forte come mai l’avevo udita. — Proprio come lei ha spiegato in quale modo Teilhard sapeva che l’universo in evoluzione verso una maggiore consapevolezza non potrebbe mai essere puramente meccanico… che le forze non sono spassionate, come la scienza ha sempre presunto, ma derivano dall’assoluta passione della divinità… bene, così la comprensione della parte amore del Vuoto Legante non può mai essere meccanica. In un certo modo, è l’essenza dell’umanità.
Tenni a freno l’impulso di ridere. — Allora secondo te è necessario un altro Isaac Newton per spiegare la fisica dell’amore? — ribattei. — Per darci le sue leggi della termodinamica, le sue regole dell’entropia? Per mostrarci la matematica dell’amore?
— Sì! — replicò Aenea. Gli occhi le brillavano.
Padre Glauco era ancora proteso, ma ora si stringeva le ginocchia. — Sei tu quella persona, giovane Aenea giunta da Hyperion?
Aenea scostò in fretta il viso e si mosse fuori del cerchio di luce, verso il buio e il ghiaccio al di là del vetro; poi si girò e tornò lentamente nel cerchio di tepore. Aveva l’aria triste, le ciglia bagnate di lacrime. Parlò a voce bassa, quasi tremula. — Sì — disse. — Purtroppo sono io. Non voglio esserlo. Ma lo sono. O potrò esserlo… se sopravvivo.
L’ultima frase mi provocò un brivido gelido lungo la schiena. Rimpiansi che quella conversazione fosse iniziata.
— Ora ce ne parlerai? — disse padre Glauco. Nella sua voce c’era la schietta supplica di un fanciullo.
Aenea sollevò il viso e scosse lentamente la testa. — Non posso. Non sono pronta. Mi spiace, Padre.
Il prete tornò ad appoggiarsi alla spalliera della sedia e a un tratto parve vecchissimo. — Non importa, bambina. Ti ho conosciuta. È già qualcosa.
Aenea si accostò al vecchio nella sedia a dondolo, lo abbracciò e lo tenne stretto a lungo.
Cuchiat e la sua banda tornarono il mattino seguente, prima che ci svegliassimo e uscissimo dal letto e da sotto le coperte. Nei nostri giorni in compagnia dei Chitchatuk ci eravamo quasi abituati a dormire poche ore per volta e poi riprendere la marcia nell’eterna oscurità dei tunnel di ghiaccio; ma lì, con padre Glauco, seguivamo il suo sistema e abbassavamo un poco le luci nelle stanze più interne, per otto ore buone di "notte". Avevo osservato che a 1,7 g ci si sente sempre stanchi.
Ai Chitchatuk non piaceva addentrarsi troppo nell’edifìcio, perciò Cuchiat e i suoi si fermarono nel vano della finestra, che era più tunnel che interno, ed eseguirono una variazione dei loro ululati, finché non ci sbrigammo a vestirci e accorremmo.
La banda aveva raggiunto di nuovo il prospero numero primo di ventitré componenti, ma padre Glauco non domandò dove avessero trovato il nuovo membro, una donna, e noi non venimmo mai a saperlo. Quando entrai nella stanza, fui colpito da una scena che non avrei mai dimenticato: i robusti Chitchatuk, intabarrati nelle pellicce di spettro artico, accoccolati nella loro tipica posizione; padre Glauco, accosciato a chiacchierare con Cuchiat, con la vecchia tonaca rattoppata che si allargava sul ghiaccio come un fiore nero; il bagliore delle lanterne e la sua diffrazione sui cristalli di ghiaccio all’ingresso della caverna; e, al di là del vetro, quella terribile sensazione di gelo e di peso e di tenebre pressanti, pressanti…
Avevamo già chiesto a padre Glauco di fare da interprete per rinnovare agli indigeni la richiesta d’aiuto e ora il vecchio prete affrontò l’argomento, chiedendo ai Chitchatuk se avevano voglia di darci una mano per portare a valle la zattera. I Chitchatuk risposero rivolgendosi a turno a padre Glauco e a ciascuno di noi, dicendo essenzialmente la stessa cosa: erano pronti a fare il viaggio.
Non sarebbe stato un viaggio semplice. Cuchiat confermò che c’erano tunnel in discesa lungo il fiume fino alla seconda arcata, almeno duecento metri più in basso del punto dove ci trovavamo in quel momento, e che c’era un tratto d’acqua libera, dove il fiume passava sotto il teleporter, ma…
Non c’erano tunnel di collegamento fra la città sepolta e la seconda arcata, una trentina di chilometri verso nord.
— Avevo proprio intenzione di domandarlo — disse Aenea. — Qual è l’origine dei tunnel? Sono troppo regolari e arrotondati per essere crepacci o fenditure. Li hanno costruiti i Chitchatuk, in qualche periodo del passato?
Padre Glauco girò la testa, incredulo, verso la bambina. — Non lo sai? — esclamò. Rivolse ai Chitchatuk una raffica di parole. La reazione di questi ultimi fu quasi esplosiva: chiacchiericcio animato, quella sorta d’abbaio che ritenevamo il loro modo di ridere.
— Mi auguro di non averti offeso, mia cara — disse il vecchio prete. Sorrideva, occhi rivolti nella direzione di Aenea. — È un aspetto così scontato della nostra esistenza qui, che ne sono rimasto colpito… io e il Popolo Indivisibile. Ci è sembrato buffo e divertente che qualcuno si muova nei tunnel di ghiaccio e ne ignori l’origine.