C’è una sola anomalia: le due sequenze di otto minuti d’accensione dei reattori, a distanza di quattro ore l’una dall’altra. Otto minuti di rotazione della nave rispetto al pianeta permetterebbero a una navetta di scomparire nell’atmosfera senza che ci sia la registrazione video della telecamera principale. O di ricomparire per il riaggancio. Le telecamere del braccio di prua e il radar avrebbero registrato l’evento, a meno che, prima del distacco della navetta, non abbiano ricevuto l’ordine di tralasciarlo. Questa soluzione avrebbe comportato una minore manomissione delle registrazioni dopo il fatto.
Se qualcuno ha ordinato al computer della nave di cancellare tutte le tracce dell’utilizzo della navetta, la limitata Intelligenza Artificiale della Raffaele potrebbe avere alterato la registrazione proprio in questo modo, senza capire che le accensioni dei piccoli reattori durante il "girarrosto" avrebbero lasciato impronte. Ma nessuno se ne sarebbe accorto, se non avesse avuto la decennale esperienza di un comandante di nave torcia. Se de Soya avesse un’ora per richiamare tutti i dati sul combustibile idrogeno, per fare il controllo incrociato con le necessità di rifornimento della navetta e le esigenze d’ingresso nel sistema solare, poi raffrontarli con l’input del collettore Bussard durante la decelerazione, capirebbe meglio se la manovra di rotazione della nave e l’utilizzo della navetta sono davvero avvenuti. Se avesse un’ora tutta per sé.
«Trenta secondi alla traslazione.»
De Soya non ha il tempo di raggiungere la culla. Ha però il tempo di richiamare una speciale sequenza di ordini per manovrare la nave, d’inserire il codice dei comandi ausiliari manuali per soppiantare temporaneamente le funzioni automatiche, di confermarlo, di cambiare i parametri di monitoraggio e di ripetere l’operazione altre due volte. Ha appena udito la conferma del terzo ordine, quando avviene il balzo quantico a velocità C-più.
La traslazione fa letteralmente a brandelli de Soya nella poltroncina di comando. Il Padre Capitano de Soya muore con un ghigno feroce sulle labbra.
50
— Raul!
Mancava almeno un’ora al sorgere del sole di Qom-Riyadh. A. Bettik e io eravamo seduti nella stanza dove Aenea dormiva. A. Bettik era sveglio (pareva che non dormisse mai) ma fui io il primo ad accorrere al capezzale della bambina. L’unica illumuiazione era la luce dei grafici del biomonitor sopra la testiera. Fuori, la tempesta di sabbia ululava da ore.
— Raul… — I grafici dicevano che la febbre era calata, che il dolore era scomparso, che restava solo l’irregolare elettroencefalogramma.
— Sono qui, ragazzina. — Le presi la mano. Le sue dita non scottavano più per la febbre.
— Hai visto lo Shrike?
Rimasi sorpreso, ma capii subito che non si trattava di prescienza né di telepatia. Avevo riferito per radio l’avvistamento. Di sicuro A. Bettik aveva tenuto acceso l’altoparlante e Aenea, pur nel dormiveglia, aveva ascoltato e se n’era ricordata.
— Sì — risposi. — Ma va tutto bene. Non è qui.
— Però l’hai visto.
— Sì.
Aenea si aggrappò alla mia mano e si alzò a sedere sul letto. Vedevo i suoi occhi brillare nella fioca luce. — Dove, Raul? — mi domandò. — Dove l’hai visto?
— Sulla zattera — risposi. Con la mano libera la costrinsi a stare distesa. Federa e camicia da notte erano inzuppate di sudore. — Va tutto bene, ragazzina. Non ha fatto niente. Era sempre lì, quando me ne sono andato.
— Ha girato la testa, Raul? Ti ha guardato?
— Be’, sì, ma… — M’interruppi. Aenea gemeva piano, muoveva la testa sul guanciale. — Ragazzina… Aenea… va tutto bene…
— No, non va bene! — sbottò la bambina. — Oddio, Raul. Gli ho chiesto di venire con me. L’ultima notte. Sapevi che gli avevo chiesto di venire? Non ha voluto…
— Chi non ha voluto? Lo Shrike? — Alle mie spalle, A. Bettik si avvicinò. Fuori, la sabbia rossa sfregava contro le finestre e la porta scorrevole.
— No, no, no — disse Aenea. Aveva le guance bagnate, non so se per le lacrime o per la febbre. — Padre Glauco — continuò, con voce che andò quasi persa nel rumore del vento. — L’ultima notte… ho chiesto a padre Glauco di venire con noi. Non avrei dovuto chiederglielo, Raul… lui non era parte dei miei… dei miei sogni… ma gliel’ho chiesto… e dopo avrei dovuto insistere…
— Va tutto bene — ripetei, scostandole dalla fronte una ciocca madida. — Padre Glauco sta bene.
— No, non sta bene — disse Aenea e gemette debolmente. — È morto. La cosa che ci dà la caccia l’ha ucciso. Lui e tutti i Chitchatuk.
Guardai di nuovo il pannello del monitor. Indicava sempre assenza di febbre, malgrado i vaneggiamenti della bambina. Guardai A. Bettik, ma l’androide fissava attentamente Aenea.
— Vuoi dire che lo Shrike li ha uccisi? — domandai.
— No, non lo Shrike — rispose lei, piano, e col polso si coprì la bocca. — Almeno, non credo. No, non è stato lo Shrike. — All’improvviso m’afferrò la mano. — Raul, mi ami?
La fissai per un istante, non potevo fare altro. Poi, senza ritirare la mano, dissi: — Certo, ragazzina. Voglio dire…
Aenea parve guardarmi realmente per la prima volta da quando si era svegliata chiamandomi per nome. — No, zitto. — Rise piano. — Scusa. Sono stata scollata nel tempo per un minuto. È naturale che non mi ami. Ho dimenticato quando siamo stati… chi eravamo l’uno per l’altra adesso.
— No, va tutto bene — dissi, senza capire. Le diedi qualche colpetto sulla mano. — Ho affetto per te, ragazzina. Anche A. Bettik. E stiamo per…
— Zitto — disse Aenea. Liberò la mano e col dito mi toccò le labbra. — Zitto. Per un momento mi sono smarrita. Ho pensato che fossimo… noi. Il modo in cui stiamo per andare su… — Si lasciò sprofondare sul guanciale e sospirò. — Oddio, questa è la notte che precede il nostro arrivo su Boschetto Divino. La nostra ultima notte di viaggio…
Ancora non ero sicuro che parlasse sensatamente. Aspettai.
— Signorina Aenea — disse A. Bettik — la nostra prossima destinazione è Boschetto Divino?
— Immagino — rispose Aenea. Pareva tornata la bambina che conoscevo. — Sì. Non so. Tutto svanisce… — Si alzò di nuovo a sedere. — Non è lo Shrike a darci la caccia, sapete. E neppure la Pax.
— Certo che è la Pax — replicai, cercando d’indurla a riprendere contatto con la realtà. — Ci hanno inseguito da quando…
Aenea scuoteva con convinzione la testa. I capelli le pendevano in ciocche madide. — No — disse piano, ma con forza. — La Pax ci dà la caccia perché il Nucleo dice che siamo pericolosi per essa.
— Il Nucleo? Ma è… fin da dopo la Caduta, è sempre stato…
— Vivo e pericoloso — disse Aenea. — Dopo che Gladstone e gli altri distrussero il sistema teleporter che forniva la rete neurale, il Nucleo si è ritirato… ma non è mai andato lontano, Raul. Non lo capisci?
— No. Non ci riesco. Dov’era, se non è andato lontano?
— Nella Pax — rispose semplicemente Aenea. — Mio padre… la sua personalità nell’iterazione Schrön di mamma… me lo spiegò prima che nascessi. Il Nucleo attese che la Chiesa fosse rivitalizzata sotto Paul Duré… Papa Teilhard I. Duré era un uomo buono, Raul. Mia madre e zio Martin l’hanno conosciuto. Portava due crucimorfi… il proprio e quello di padre Lenar Hoyt. Ma Hoyt era… debole.