Aenea mi si aggrappò alle spalle e mi parlò nell’orecchio. — Credi che quell’affare serva a qualcosa contro lo Shrike?
Girai la testa e la guardai negli occhi. — No — risposi.
Volammo nel tramonto.
Al nostro arrivo, A. Bettik era da solo sulla stretta spiaggia. Agitò il braccio per rassicurarci e segnalarci che tutto era a posto, ma prima d’atterrare feci ancora un giro sopra gli alberi. Il sole era un globo rosso in equilibrio a ovest sul baldacchino della giungla.
Atterrai sulla sabbia, accanto alla pila di casse e d’attrezzature, all’ombra dello scafo, e balzai in piedi, impugnando la carabina con la sicura già disinserita.
— Non è più tornato — disse A. Bettik. Uscendo dalla nave, ci aveva informati per radio della scomparsa dello Shrike, ma io ero ancora teso. L’androide ci guidò a una zona sgombra dove la sabbia mostrava due impronte di piedi… difficile chiamarle orme: pareva che qualcuno avesse premuto sulla sabbia, in due punti, un grosso e pesante erpice a lame.
Mi accovacciai accanto alle impronte, da consumato battitore qual ero, ma capii subito quanto fosse stupido il mio comportamento. — Si è limitato a comparire prima qui, poi nella nave, e a scomparire? — domandai.
— Sì — confermò A. Bettik.
— Nave, hai avuto quella creatura sul radar o sui monitor?
«Negativo.» La risposta provenne dal comlog. «Non ho telecamere nell’accumulatore del motore Hawking…»
— Come sai che era lì?
«Ho un sensore di massa in ogni compartimento. Per volare, devo sapere con esattezza quanta massa si sposta in ogni sezione della nave.»
— E quanta massa si è spostata?
«Uno-virgola-zero-sei-tre tonnellate metriche» disse la nave.
Mi bloccai nell’atto di raddrizzarmi. — Cosa? Più di mille chili? È assurdo. — Guardai di nuovo le due impronte. — Impossibile.
«No, possibile. Durante la permanenza della creatura nell’anello accumulatore del motore Hawking, ho misurato un preciso spostamento di uno-virgola-zero-sei-tre tonnellate e…»
— Dio santo — dissi, rivolgendomi ad A. Bettik. — Chissà se qualcuno ha mai pesato quel bastardo prima d’ora.
— Lo Shrike è alto quasi tre metri — disse l’androide. — Potrebbe avere una densità notevole. Potrebbe anche variare la propria massa a seconda delle esigenze.
— Esigenze per cosa? — brontolai, guardando la linea d’alberi. Là sotto il buio era fitto, mentre il sole tramontava. In alto, le fronde delle gimnosperme catturarono l’ultima luce e si confusero. Le nuvole, comparse negli ultimi minuti del nostro viaggio, si arrossarono e poi divennero grigio smorto, mentre il tramonto svaniva.
— Sei pronta a fare il punto mediante le stelle? — dissi alla nave.
«Pronta. Ma sarà necessario che la cappa di nuvole si dissolva. Nel frattempo ho già fatto un paio d’altri calcoli.»
— Ossia? — domandò Aenea.
«Ossia ho calcolato, basandomi sul movimento del sole nelle ultime ore, che qui il giorno è lungo diciotto ore, sei minuti e cinquantuno secondi. Unità standard della vecchia Egemonia, ovviamente.»
— Ovviamente — ripetei. Mi rivolsi ad A. Bettik. — Nel tuo libro si parla di un mondo turistico del Teti, il cui giorno duri diciotto ore?
— Non mi è accaduto di trovarne nessuno, signor Endymion.
— E va bene. Parliamo allora di stanotte. Ci accampiamo qui, restiamo nella nave o carichiamo tutta la roba sulle aerociclette e in tutta fretta scendiamo a valle fino al prossimo portale? Potremmo portare con noi il canotto gonfiabile. Io voto a favore. Non ho nessuna voglia di restare su questo pianeta, se c’è in giro lo Shrike.
A. Bettik alzò un dito, come un bambino in aula. — Avrei dovuto comunicarglielo per radio prima… — disse, imbarazzato. — Il deposito delle attrezzature extra veicolari, come sa, è stato danneggiato durante l’attacco. Non c’è traccia di un canotto gonfiabile, anche se la nave ricorda che era compreso nell’inventario; inoltre, tre aerociclette sono danneggiate.
Corrugai la fronte. — Irrecuperabili?
— Sì, signore. Irrecuperabili. Secondo la nave, è possibile riparare la quarta, ma occorreranno alcuni giorni.
— Merda — dissi, a nessuno in particolare.
— Quanta carica hanno le aerociclette? — domandò Aenea.
«Cento ore, uso normale» cinguettò il comlog.
Aenea gesticolò con noncuranza. — Tanto, non credo che sarebbero molto utili. Una sola aerocicletta non farà la differenza. E ci sarebbe sempre il problema di trovare una fonte di ricarica.
Mi strofinai la guancia: avevo la barba lunga. Nell’eccitazione della giornata avevo dimenticato di radermi. — Ci avevo pensato — dissi. — Ma se prendiamo qualche bagaglio, il tappeto hawking non riuscirà a portare noi tre, più le armi, più i materiali che ci servono.
Pensavo che Aenea avrebbe trovato da ridire sulla necessità di materiali. Lei invece disse: — Prendiamo pure tutto, ma non andiamo in volo.
— Non andiamo in volo? — ripetei, sorpreso. Mi sentii male, all’idea di aprirci la strada nella giungla. — Senza il canotto, o usiamo il tappeto o andiamo a piedi…
— Possiamo sempre andare per fiume — replicò Aenea. — Potremmo costruire una zattera e farci portare dalla corrente… non solo in questo tratto di fiume, ma in tutti i fiumi.
Mi strofinai di nuovo la guancia. — La cascata…
— Possiamo servirci del tappeto per trasportare laggiù tutta la nostra roba domattina e costruire la zattera a valle della cascata. A meno che tu non pensi che non riusciremo a costruirla…
Guardai le gimnosperme: tronchi alti, sottili, robusti, proprio dello spessore adatto. — Possiamo costruirla — ammisi. — Sul Kans rabberciavamo spesso delle zattere per trasportare a valle la roba che non stava nelle chiatte.
— Bene — disse Aenea. — Stanotte ci accampiamo qui… non dovrebbe essere una notte molto lunga, se il giorno dura solo diciotto ore standard. Partiremo alle prime luci.
Esitai un momento. Non volevo abituarmi a lasciare che una bambina di dodici anni prendesse le decisioni per tutti, ma l’idea pareva assennata.
— Peccato che la nave sia kaput — dissi. — Avremmo potuto scendere il fiume usando i soli repulsori…
Aenea si mise a ridere. — Non ho mai pensato di percorrere il Teti su questa nave — rivelò, strofinandosi il naso. — Sarebbe proprio ciò di cui abbiamo bisogno: poco appariscente come un enorme dachsund che s’infili nelle porte da cricket.
— Cos’è un dachsund? — domandai.
— Cos’è una porta da cricket? — domandò A. Bettik.
— Niente, niente — disse Aenea. — Siete d’accordo per restare qui stanotte e costruire una zattera domani? Guardai l’androide.
— Mi pare una proposta eminentemente sensata — disse A. Bettik — per quanto sia un sottoinsieme di un viaggio altrettanto eminentemente insensato.
— Lo considero un voto a favore — disse Aenea. — Raul?
— D’accordo — risposi. — Ma dove dormiamo stanotte? Qui sulla spiaggia o nella nave, dove saremmo più al sicuro?
Intervenne la nave: «Provvederò a rendere il mio interno sicuro e ospitale quanto possibile, date le circostanze. Due delle cuccette di crio-fuga serviranno da letto e ci sono amache utilizzabili…»
— Voto per accamparci — disse Aenea. — Per quanto riguarda lo Shrike, la nave non è certo più sicura della spiaggia.
Guardai la foresta sempre più buia. — Potrebbero esserci altre creature che preferiremmo non incontrare nel buio — obiettai. — La nave pare più sicura.