La carabina al plasma era più difficile da regolare. Il mirino ottico a scatti mi permetteva di mettere a fuoco qualsiasi cosa, dalla scatola di razioni distante trenta metri all’orizzonte lontano venticinque chilometri; centrai al primo colpo la scatola, certo, ma non avrei saputo stabilire l’efficacia della carabina a distanze superiori: non c’era niente a cui sparare. In teoria una carabina al plasma può colpire qualsiasi cosa uno veda (non sono necessarie correzioni per compensare il vento o l’arco balistico) e io guardai col mirino a cannocchiale, mentre il colpo apriva un buco in onde distanti venti chilometri, ma la cosa non mi diede la stessa fiducia che m’avrebbe dato un colpo contro un vero bersaglio lontano. Alzai la carabina verso la gigantesca luna che ora tramontava alle nostre spalle. Attraverso il mirino a cannocchiale riuscivo appena a scorgere una montagna incappucciata di bianco (probabilmente anidride carbonica ghiacciata, non neve, pensai) e solo per dispetto sparai una raffica. La carabina al plasma era praticamente silenziosa, a paragone della sparapiombo: quando si premeva il grilletto, mandava il solito "colpo di tosse". Il mirino non era abbastanza potente da mostrarmi se avevo fatto centro e poi a simili distanze la rotazione dei due corpi celesti avrebbe influito non poco sulla traiettoria, ma sarei rimasto sorpreso se non avessi colpito la montagna. Le caserme della Guardia Nazionale erano piene di storie di fucilieri delle Guardie Svizzere che avevano distrutto pattuglie Ouster sparando da migliaia di chilometri contro un asteroide in avvicinamento o cose del genere. Il trucco, valido da millenni, era semplice: bastava vedere per primi il nemico.
Pensando a quelle storie, mentre ripulivo la doppietta dopo avere sparato un solo colpo di prova e la rimettevo a posto, dissi: — Oggi dobbiamo fare un po’ di ricognizione.
— Non credi che ci sia l’altro portale? — domandò Aenea.
Scrollai le spalle. — La guida parla di cinque chilometri fra l’uno e l’altro. Dalla notte scorsa ne avremo fatti almeno cento. Forse di più.
— Usiamo il tappeto hawking? — domandò Aenea. I soli cominciavano a bruciarle la pelle chiara.
— No, preferisco la cintura di volo — dissi. "Profilo radar minore, se qualcuno guarda" pensai, ma lo tenni per me. — E tu non vieni, ragazzina. Vado da solo.
Andai nella tenda, presi la cintura, mi agganciai l’imbracatura, estrassi la carabina al plasma e accesi la scatola di comando. — Merda, e allora? — sbottai. La cintura neppure tentò di sollevarmi. Per un istante fui sicuro di trovarmi in un mondo tipo Hyperion, con il suo pidocchioso campo EM; poi guardai l’indicatore di carica. Rosso. Vuoto. Piatto. — Merda — ripetei.
Sganciai l’imbracatura e tutt’e tre ci chinammo sull’inutile aggeggio; controllai i conduttori, il blocco batteria e l’unità di volo.
— È stata ricaricata prima di lasciare la nave — dissi. — Quando abbiamo ricaricato il tappeto hawking.
A. Bettik cercò di far girare un programma diagnostico, ma con energia zero neppure quello funzionava. — Il suo comlog dovrebbe avere lo stesso sub-programma — disse l’androide.
— Davvero? — replicai come uno sciocco.
— Permette? — A. Bettik indicò il comlog. Mi tolsi il braccialetto e glielo diedi.
L’androide aprì un minuscolo scomparto di cui non mi ero mai accorto, tolse un conduttore a perla su microfilamento e lo inserì nella cintura di volo. Ci fu un tremolio di spie luminose. «La cintura di volo è guasta» annunciò con la voce della nave il comlog. «Il blocco batteria si è scaricato circa ventisette ore prima del tempo. Ritengo che ci sia una falla nelle celle di magazzinaggio.»
— Grande! — sbottai. — Si può riparare? Tratterrà la carica, se ne troviamo una?
«Non quel blocco batteria» disse il comlog. «Ma ci sono tre batterie di scorta, nello scomparto AEV della nave.»
— Grande! — ripetei. Presi la cintura con l’ingombrante blocco batteria e l’imbracatura e gettai il tutto fuori bordo. L’aggeggio affondò nelle onde viola senza lasciare traccia.
— Qui tutto a posto — disse Aenea. Era già seduta a gambe incrociate sul tappeto hawking, sospeso venti centimetri sopra il pianale della zattera. — Vieni con me a dare un’occhiata in giro?
Non mi misi a discutere: mi sedetti sul tappeto, dietro di lei, incrociai le gambe e guardai Aenea toccare i fili di volo.
A circa cinquemila metri di quota, ansimando per la scarsità d’aria, ci sporgemmo dal bordo del piccolo tappeto: tutto pareva molto più spaventoso che non da sopra la zattera. Il mare viola era sconfinato, deserto; la nostra zattera era solo un puntino, un minuscolo rettangolo nero sul reticolo viola e nero del mare. Da quell’altezza le onde, che dalla zattera ci erano parse enormi, nemmeno si vedevano.
— Penso d’avere trovato un altro livello di quella reazione alla natura tipo "cameratismo con l’essenza" di cui scrisse tuo padre — dissi.
— Quale sarebbe? — domandò Aenea. Aveva i brividi per la gelida corrente d’aria. Indossava solo la maglietta e il giubbotto, come sulla zattera.
— Farsela sotto per la paura.
Aenea scoppiò a ridere. Devo dire a questo punto che amavo la risata di Aenea e ancora mi scaldo al pensiero. Era una risata sommessa, ma piena, priva d’imbarazzo, melodica all’estremo. Mi manca molto.
— Dovevamo mandare A. Bettik quassù al posto nostro — dissi.
— Perché?
— Per come si adatta alle ricognizioni ad alta quota. Evidentemente non ha bisogno di respirare ed è insensibile a certe piccolezze come la depressurizzazione.
Aenea si appoggiò a me. — Non è insensibile a niente — disse piano. — Solo, hanno progettato la sua pelle in modo che fosse un po’ più dura della nostra… può fungere da tuta a pressione per brevi periodi anche nel vuoto spinto… e lui può trattenere il fiato un po’ più a lungo di noi, ecco tutto.
La fissai. — Sai un mucchio di cose sugli androidi.
— No. Gliel’ho domandato. — Si spostò un po’ più avanti e posò le mani sui fili di volo. Volammo a "est".
Ero terrorizzato, lo confesso, al pensiero di perdere contatto con la zattera, di volare in tondo su quel pianeta-oceano finché il tappeto non avesse esaurito la carica: allora saremmo precipitati in mare, per finire probabilmente nelle fauci di un Leviatano dalla bocca a lampada. Nel programmare la bussola inerziale avevo indicato come punto di partenza la zattera e perciò, se non avessi perduto lo strumento (cosa poco probabile perché lo portavo appeso al collo) avremmo ritrovato la via del ritorno, d’accordo. Ma ero preoccupato ugualmente.
— Non allontaniamoci troppo — dissi.
— Va bene. — Aenea manteneva bassa la velocità (sui settanta orari, calcolai) ed era scesa di quota per rendere più facile la respirazione e meno intenso il freddo. Sotto di noi, la grande distesa circolare del mare era vuota fino all’orizzonte.
— A quanto pare i tuoi teleporter ci fanno brutti scherzi — dissi.
— Perché li chiami miei, Raul?
— Be’, sei l’unica che… riconoscono.
Aenea non replicò.
— Parlando seriamente — ripresi — pensi che ci sia un senso o un motivo nella scelta dei mondi dove ci trasportano?
Aenea girò la testa e mi guardò. — Sì — disse. — Penso proprio di sì.
Aspettai che proseguisse. A quella velocità, il campo deflettore era quasi inesistente, perciò il vento mi gettava sul viso i capelli della bambina.
— Quanto ne sai, della Rete? Dei teleporter?