Выбрать главу

Un’altra scala collegava il modulo della torre a uno dei sottostanti livelli principali. Lì le finestre erano molto luminose, coperte solo da schermature, non dalle imposte antiburrasca. Udii altre risate, qualche canto, rumori di pentole e padelle.

Inspirai a fondo, scesi la scala e attraversai il ponte, seguendo una passerella diversa per tenermi lontano dalla porta. Quando mi chinai per passare sotto le finestre illuminate, cercai di trattenere il fiato e di far rallentare i battiti del cuore. Se qualcuno fosse uscito da quella porta, si sarebbe trovato fra me e il nascondiglio del tappeto hawking. Toccai il calcio della .45 sotto il giubbotto e il risvolto della fondina, cercando di farmi venire pensieri coraggiosi. Mi venne solo il desiderio di tornare sulla zattera. Avevo sistemato gli esplosivi per creare un diversivo… cos’altro volevo? Non si trattava solo di curiosità, capii: se quelli non erano soldati della Pax, non volevo far scoppiare il plastico. I ribelli che mi ero arruolato per combattere nei ghiacciai dell’Artiglio usavano di preferenza bombe: bombe nei villaggi, bombe nelle caserme della Guardia Nazionale, pani d’esplosivo nei gatti delle nevi e in piccole imbarcazioni destinate tanto ai civili quanto ai militari. L’avevo sempre ritenuta una scelta detestabile, da vigliacchi. Le bombe non fanno discriminazioni, uccidono l’innocente e il soldato nemico. Era da sciocchi, lo sapevo, fare i moralisti a questo modo; mi auguravo che le mie piccole cariche non facessero altro che incendiare un velivolo deserto, tuttavia non le avrei fatte esplodere, se non fosse stato assolutamente indispensabile. Quegli uomini… e probabilmente donne e forse bambini… a noi non avevano fatto niente.

Con una lentezza dolorosa, assurda, sollevai la testa e scrutai dalla finestra più vicina. Diedi solo una rapida occhiata e abbassai di nuovo la testa. I rumori di tegami e padelle provenivano da una zona cucina ben illuminata… dalla cambusa, mi corressi, poiché quella era una nave, più o meno. Comunque là dentro c’erano cinque o sei persone, tutti maschi, tutti in età militare ma non in uniforme, a parte magliette e grembiuli, occupati a vuotare, impilare e lavare piatti. Ero giunto tardi per la cena.

Tenendomi contro la parete, percorsi piegato in due la passerella, scesi un’altra scala e mi fermai davanti a una fila di finestre più lunga. Lì, nascosto nell’ombra dell’angolo formato da due moduli, da alcune finestre lungo la parete rivolta a ovest potevo vedere l’interno senza dovermi accostare ai vetri. Si trattava di una sala mensa… o di una sorta di stanza da pranzo. Una trentina di persone, tutti uomini, sedeva ai tavoli, davanti a tazze di caffè. Alcuni fumavano sigarette di tabacco ricombinante. Almeno uno beveva whisky… o comunque un liquido color ambra, preso da una bottiglia. In quel momento non ne avrei rifiutato un goccio, qualsiasi cosa fosse.

Molti uomini erano in cachi, ma non sapevo se si trattava di una uniforme locale o solo dell’abbigliamento tradizionale di chi si dedica alla pesca sportiva. Non vidi uniformi della Pax… decisamente una buona cosa. Forse quella era solo una semplice piattaforma per la pesca, un albergo per ricchi stronzi d’altri pianeti che se ne fregavano di pagare un anno di debito temporale (in realtà, di farlo pagare agli amici e ai familiari) per l’emozione di uccidere qualche grossa ed esotica preda. Diamine, forse ne conoscevo addirittura qualcuno: pescatore adesso, cacciatore d’anatre quando aveva visitato Hyperion. Non mi venne voglia d’entrare per scoprirlo.

Un po’ più fiducioso, percorsi la lunga passerella, lasciando che la luce delle finestre mi colpisse. Non c’erano guardie, pareva. Nessuna sentinella. Forse non avremmo avuto bisogno di un diversivo… sarebbe bastato passare con la zattera davanti a quella gente, chiaro di luna o no. Loro sarebbero stati addormentati oppure occupati a bere e a ridere, noi avremmo solo seguito la corrente fin dentro il portale che scorgevo a meno di due chilometri verso nordest, un arco scuro appena accennato contro il cielo pieno di stelle. Giunti al portale, avrei lanciato un segnale su diversa frequenza già predisposta, non per far saltare il plastico, ma per disinnescare i detonatorì.

Guardavo ancora il portale, quando girai l’angolo e andai a urtare un uomo appoggiato alla parete. Altri due erano fermi alla ringhiera e uno di loro, con un binocolo a visore notturno, guardava lontano verso nord. I due erano armati.

— Ehi! — strillò l’uomo che avevo urtato.

— Chiedo scusa — dissi. Negli olodrammi non mi era mai accaduto di vedere una scena simile.

I due alla ringhiera portavano a bandoliera un minifucile a fléchettes su cui tenevano appoggiato il braccio, con quell’indifferente arroganza che i militari hanno professato per innumerevoli secoli. Nessuno dei due spostò il fucile in modo che la canna puntasse nella mia direzione. Il terzo, quello che avevo urtato, era stato interrotto mentre si accendeva una sigaretta. Ora agitò il fiammifero per spegnerlo, si tolse di bocca la sigaretta e mi lanciò un’occhiata di storto.

— Cosa fa qui fuori? — m’apostrofò. Era più giovane di me, forse sulla ventina standard, e indossava, lo vidi ora, una variante dell’uniforme della fanteria della Pax, con la striscia da tenente che su Hyperion avevo imparato a salutare. Parlava con una netta inflessione dialettale che non riconobbi.

— Prendo un po’ d’aria — risposi, con una scusa zoppicante. Una parte della mia mente pensò che un vero Eroe avrebbe già estratto la pistola e fatto fuoco. La parte più furba non prese neppure in considerazione un simile comportamento.

Anche l’altro soldato della Pax spostò la cinghia del fucile. Udii lo scatto della sicura. — È col gruppo Klingman? — domandò, nello stesso dialetto del commilitone. — O con gli Autery? — Non capii se avesse detto "autieri", "attori" o anche "autori". Forse la piattaforma era un campo di concentramento per cattivi scrittori. Forse tra me mi sforzavo di metterla sul ridere, mentre il cuore mi batteva così forte da farmi temere che avrei avuto un attacco cardiaco proprio davanti a loro.

— Klingman — dissi, cercando d’essere il più conciso possibile. Ero sicuro di non parlare il dialetto che si sarebbero aspettati.

Il tenente della Pax indicò col pollice la porta più in là. — Conosci le regole. Coprifuoco dopo il buio.

Annuii e cercai d’assumere un’aria contrita. Il bordo del giubbotto sfiorava la fondina appesa al fianco. Forse i tre non avevano visto la rivoltella.

— Andiamo — disse il tenente, movendo di nuovo il pollice verso la porta, ma girandosi per fare strada. I due soldati tenevano ancora la mano sul fucile a fléchettes. Se avessero sparato da quella distanza, per raccogliere i miei resti sarebbe bastato un cucchiaino.

Seguii il tenente lungo la passerella e varcai la porta: non ero mai entrato in una stanza più luminosa e più affollata di quella.

32

Sono stanchi della morte. Dopo otto sistemi stellari in sessantatré giorni, dopo otto orribili morti e otto dolorose risurrezioni, il Padre Capitano de Soya, il sergente Gregorius, il caporale Kee e il lanciere Rettig sono stufi di morire e di rinascere.

Ora, dopo ogni risurrezione, de Soya si mette, nudo, di fronte allo specchio e guarda la propria pelle, arrossata e luccicante come il corpo di chi sia stato scorticato vivo; tocca con cautela il crucimorfo, ora livido, ora scarlatto, sotto la carne del proprio petto. Nei giorni che seguono ogni risurrezione de Soya si sente sconvolto e vede aumentare il tremito delle proprie mani. Le voci gli giungono come da lontano e lui non riesce a concentrarsi, sia che parli con un ammiraglio della Pax, col governatore di un pianeta o con un semplice parroco.

Comincia a vestirsi come un parroco, porta la tonaca e il solino al posto dell’azzimata uniforme di prete-capitano della Pax. Alla cintola ha un rosario e lo recita quasi di continuo, facendo scorrere tra le dita i grani: la preghiera riesce a calmarlo, gli rimette ordine nei pensieri. Ora il Padre Capitano de Soya non sogna più Aenea come se fosse sua figlia; non sogna più Vettore Rinascimento e la propria sorella, Maria. Sogna l’apocalisse: terribili sogni di foreste orbitali in fiamme, di mondi incendiati, di raggi della morte che passano sopra fertili valli coltivate e lasciano solo cadaveri.