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Si accorge, dopo il primo mondo del fiume Teti, d’avere sbagliato i calcoli. Due anni standard per controllare duecento mondi, ha detto nel sistema di Vettore Rinascimento, contando per ogni sistema tre giorni di risurrezione, un breve intervallo e poi la traslazione al sistema seguente. Non funziona a questo modo.

Il primo pianeta è Tau Ceti Centro, ex capitale amministrativa dell’estesa Rete dei Mondi dell’Egemonia, a quel tempo residenza di decine di miliardi di persone, circondato da un vero anello di città e di habitat orbitali, servito da ascensori spaziali, da teleporter, dal fiume Teti, dal Grand Concourse, dall’astrotel e da altro ancora… Punto focale per la megasfera del piano dati dell’Egemonia e sede del Palazzo del Governo, dove Meina Gladstone aveva trovato la morte per mano della plebaglia infuriata dopo la distruzione, a opera delle navi della FORCE, dei teleporter della Rete, TC2 era stato duramente colpito dalla Caduta. Quando si era spenta la griglia energetica, gli edifici galleggianti si erano schiantati al suolo. Altri grattacieli, in certi casi alti varie centinaia di piani, erano serviti solo da teleporter e mancavano di scale e di ascensori. Decine di migliaia di persone vi erano morte di fame o erano precipitate, prima d’essere portate in salvo dagli skimmer. Il pianeta non aveva agricoltura propria perché importava il necessario da migliaia di mondi tramite i teleporter a terra e i grandi portali in orbita nello spazio. Su TC2, i Tumulti della Fame erano durati cinquanta anni locali, pari a più di trenta anni standard; al termine, miliardi di persone erano morte per mano umana, aggiungendosi ai miliardi di vittime della carestia.

Tau Ceti Centro era stato un mondo sofisticato e sregolato, ai tempi della Rete. Ben poche religioni non vi avevano attecchito, in genere le più permissive e le più violente… la Chiesa della Redenzione Finale, ossia il culto dello Shrike, era stata popolare fra la gente sofisticata e annoiata. Ma nei secoli dell’espansione dell’Egemonia, l’unico vero oggetto d’adorazione su TC2 era stato il potere: la ricerca del potere, la conquista del potere, il mantenimento del potere. Il potere era stato il dio di miliardi di persone; quando quel dio era venuto a mancare, trascinando nel crollo miliardi di adoratori, i superstiti fra le rovine urbane avevano maledetto i ricordi del potere, mentre si arrabattavano per sopravvivere come contadini all’ombra dei grattacieli marcescenti, mentre tiravano l’aratro negli isolati urbani invasi d’erbacce, fra le autostrade abbandonate e le aviostrade e lo scheletro dei vecchi centri commerciali del Grand Concourse, mentre pescavano carpe nel Teti dove ogni giorno erano passati migliaia di yacht di lusso e di chiatte da diporto.

Tau Ceti Centro era maturo per il cristianesimo della rinascita, per il nuovo cattolicesimo; e quando, sessant’anni standard dopo la Caduta, erano giunti i missionari della Chiesa e la polizia della Pax, la conversione dei pochi miliardi di sopravvissuti era stata sincera e universale. Gli alti edifici a guglia, un tempo sedi commerciali e governative della Rete e ora in rovina, furono infine abbattuti; le loro pietre e i vetri lussuosi e il plastacciaio furono riciclati in grandi cattedrali costruite dalle mani dei nuovi rinati di Tau Ceti, affollate ogni giorno da persone grate e fedeli.

L’arcivescovo di Tau Ceti Centro divenne una delle più importanti e, sì, più potenti, personalità del riemergente dominio umano ora noto come Pax, rivaleggiando in influenza con Sua Santità su Pacem. Questo potere crebbe, trovò confini che non potevano essere superati senza incorrere nella collera papale (la scomunica di Sua Eccellenza il cardinale Klaus Kronenberg nell’Anno di Nostro Signore 2978, ossia nel 126 Dopo la Caduta, contribuì a stabilire questi confini) e continuò a crescere in quell’ambito.

Così, al primo balzo dal sistema di Vettore Rinascimento, il Padre Capitano de Soya scopre d’essersi sbagliato. Due anni, ha previsto, circa seicento giorni e duecento morti autoimposte per esaminare tutti i pianeti toccati un tempo dal fiume Teti.

Con le sue Guardie Svizzere, si trattiene otto giorni su Tau Ceti Centro. La Raffaele entra nel sistema e invia con il radarfaro automatico pulsazioni in codice; le navi della Pax rispondono e nel giro di quattordici ore si presentano all’appuntamento. Sono necessarie altre otto ore per decelerare nel traffico orbitale di TC2 e altre quattro per trasferire i corpi nella culla di risurrezione della capitale planetaria, San Paolo. In questo modo si perde un giorno intero.

Dopo tre giorni di risurrezione formale e dopo un altro giorno di riposo forzato, de Soya incontra l’arcivescovo di TC2, Sua Eccellenza Achilia Silvaski, e deve sopportare un giorno intero di formalità. De Soya ha con sé il diskey papale, una delega di potere quasi inaudita, e la corte dell’arcivescovo, simile a una muta di cani da caccia dietro l’usta, deve annusare le motivazioni e i prevedibili risultati di quel potere. Nel giro di qualche ora de Soya comincia a intuire i vari strati d’intrigo e di complessità all’interno di quella lotta di potere: l’arcivescovo Silvaski non può aspirare alla porpora cardinalizia perché, dopo la scomunica di Kronenberg, nessun capo spirituale di TC2 raggiunge un grado superiore a quello di arcivescovo senza trasferirsi su Pacem e nel Vaticano, ma l’attuale potere di Silvaski in quel settore della Pax supera di gran lunga quello di molti cardinali e la parte temporale di questo potere tiene a freno anche ammiragli della Flotta della Pax. Silvaski deve capire la portata della delega d’autorità papale che de Soya ha con sé e renderla inoffensiva per i propri scopi.

Il Padre Capitano de Soya se ne frega della paranoia dell’arcivescovo Silvaski e della politica della Chiesa su TC2. A lui interessano solo le vie d’uscita dei teleporter locali. Nel quinto giorno dalla traslazione nel sistema di Tau Ceti, de Soya percorre i cinquecento metri che separano dal fiume la cattedrale di San Paolo e l’arcivescovado: il fiume è un affluente secondario deviato in un canale che scorre nella città, ma un tempo faceva parte del Teti.

I giganteschi portali, ancora esistenti perché secondo gli ingegneri il tentativo di smantellarli causerebbe un’esplosione nucleare, sono da tempo pavesati di stendardi della Chiesa, ma non distano molto l’uno dall’altro: lì il Teti percorreva solo due chilometri da portale a portale e scorreva davanti all’affaccendato Palazzo del Governo e ai giardini del Parco dei Cervi. Ora il Padre Capitano de Soya, le sue tre Guardie Svizzere e la scorta di decine di attenti soldati della Pax fedeli all’arcivescovo Silvaski, si fermano davanti al primo portale e ammirano sulla riva erbosa l’arazzo lungo trenta metri (una raffigurazione del martirio di S. Paolo) appeso al secondo portale, chiaramente visibile al di là dei peschi in fiore dei giardini dell’arcivescovado.

Poiché quella sezione del Teti si trova adesso nei giardini privati di Sua Eccellenza, ci sono guardie lungo il canale e ai ponti. Le guardie non prestano particolare attenzione agli antichi manufatti che un tempo erano ingressi di teleporter, ma gli ufficiali della guardia patatina assicurano a de Soya che nessun veicolo, né individui non autorizzati, sono passati da quei portali né sono stati visti lungo le rive del canale.

De Soya esige che ci sia una guardia permanente ai portali. Vuole che siano piazzate telecamere per una sorveglianza di ventinove ore su ventinove. Vuole sensori, allarmi, trappole. I militari della Pax conferiscono con l’arcivescovo; poi, di malavoglia, eseguono l’ordine che ritengono uno sminuimento della propria sovranità. De Soya quasi dispera, notando quelle inutili manovre politiche.