— Cosa ? — esclama il lanciere Rettig.
— Se tu avessi una nave danneggiata e dovessi abbandonarla, non la nasconderesti? — replica de Soya.
Le due Guardie Svizzere fissano il comandante. De Soya si accorge che le dita dei suoi uomini tremano. Le ripetute risurrezioni influiscono anche su di loro.
— Scandaglieremo col radar il fiume e per quanto possibile anche la giungla — dice de Soya.
— Occorrerà almeno un altro giorno… — comincia Rettig.
De Soya annuisce. — Diremo al caporale Kee di ordinare alla nave di scandagliare col radar la giungla per una fascia di duecento chilometri lungo le rive. Noi useremo la navetta per frugare il fiume. Abbiamo a bordo un radar meno sofisticato, ma dobbiamo coprire meno spazio.
Gli esausti soldati possono solo annuire e ubbidire.
Nella seconda ansa del fiume fanno una scoperta: un oggetto metallico, di grandi dimensioni, in una profonda pozza a solo qualche chilometro a valle del primo portale. La navetta resta sospesa sull’oggetto, mentre de Soya chiama su banda compatta la Raffaele. «Caporale, ora indaghiamo. Voglio che la nave sia pronta a colpire quest’oggetto entro tre secondi dal mio ordine… ma solo su mio ordine!»
«Ricevuto, signore» trasmette Kee.
De Soya tiene sospesa la navetta, mentre Gregorius e Rettig indossano l’armatura, approntano gli utensili necessari e passano nella camera stagna, il cui portello è già aperto. — Andate — dice de Soya.
Il sergente Gregorius salta giù e il sistema EM della sua tuta entra in funzione proprio un attimo prima che lui tocchi l’acqua. Il sergente e il lanciere planano sul fiume, tenendo pronte le armi.
«Abbiamo sul visore tattico l’immagine del radar di profondità» comunica Gregorius su banda compatta.
«I vostri ritorni video sono buoni» dice de Soya, dal sediolo di comando. «Iniziate l’immersione.»
I due uomini si abbassano, toccano la superficie del fiume, scompaiono sott’acqua. De Soya fa virare la navetta in modo da guardare dalla bolla di destra: il fiume è verde scuro, ma sotto la superficie si scorge il luccichio delle torce applicate sui caschi. «Circa otto metri sotto la superficie» comunica de Soya.
«Trovato» dice il sergente.
De Soya guarda il monitor. Vede fanghiglia turbinante, un pesce con molte branchie che schizza via dalla luce, uno scafo metallico ricurvo.
«C’è un portello aperto» riferisce Gregorius. «La nave è in gran parte sepolta nel fango, ma dal poco che vedo, lo scafo pare delle dimensioni giuste. Rettig rimane fuori. Io entro.»
De Soya prova l’impulso di augurargli "Buona fortuna!" ma si trattiene. Ormai sono insieme da tempo, quanto basta per sapere cos’è appropriato per ciascuno di loro. De Soya orienta la navetta e prepara il rozzo cannone al plasma che rappresenta l’unico armamento della piccola nave.
Il ritorno video s’interrompe appena Gregorius varca il portello. Passa un minuto. Due. Ancora due minuti… e de Soya in pratica scalpita sul sediolo di comando. Quasi s’aspetta di vedere la nave balzare fuori dell’acqua e artigliare lo spazio in un disperato tentativo di fuga.
«Lanciere?» chiama.
«Comandi, signore» risponde Rettig.
«Niente da Gregorius?»
«Nossignore. Credo che lo scafo blocchi la banda compatta. Aspetto altri cinque minuti e… Un momento, signore. Vedo qualcosa.»
Grazie al video di ritorno del lanciere, anche de Soya vede nel buio dell’acqua torbida il casco, le spalle, le braccia del sergente Gregorius emergere dal portello. La lampada sul casco del sergente illumina alghe e fanghiglia; il fascio luminoso ondeggia e per un attimo acceca la telecamera di Rettig.
«Padre Capitano de Soya, non è la nave giusta, signore» brontola Gregorius, solo un tantino a corto di fiato. «Credo che sia uno degli antichi yacht polivalenti usati dai ricchi al tempo della Rete. Fungevano anche da sommergibili… e potevano anche volare un poco, credo.»
De Soya lascia uscire il fiato. «Perché è sul fondo, sergente?»
La sagoma in armatura alza il pollice, rivolgendosi a Rettig, e i due risalgono in superficie. «Credo che l’abbiano affondato deliberatamente, signore» risponde Gregorius. «Ci sono almeno dieci scheletri a bordo… forse dodici. Due di bambini. Come dicevo, signore, quell’affare era adatto a galleggiare su ogni oceano, anche a fungere da sommergibile se necessario, quindi non è possibile che tutti i portelli si siano aperti accidentalmente, signore.»
De Soya guarda dal finestrino le due sagome in armatura affiorare e librarsi a cinque metri dall’acqua, gocciolando da tutte le parti.
«Credo che siano rimasti bloccati qui dopo la Caduta, signore» dice Gregorius. «E che abbiano deciso di farla finita. Si tratta solo di un’ipotesi, Padre Capitano, ma ho il sospetto…»
«Ho il sospetto che tu abbia ragione, sergente» lo interrompe de Soya. «Tornate a bordo.»
Prima che arrivino, mentre è da solo, de Soya alza la mano e mormora una benedizione al fiume, al vascello affondato e alle persone lì sepolte. La Chiesa non dà la benedizione ai suicidi, ma sa che c’è ben poco di sicuro, nella vita o nella morte. O, almeno, de Soya lo sa, anche se la Chiesa lo ignora.
Lasciano dei rivelatori di movimento che emettono i propri raggi davanti ai due portali (quei congegni non bloccheranno la bambina e i suoi compagni, ma diranno ai soldati che de Soya manderà sul pianeta se nel frattempo qualcuno ha varcato gli archi) e poi abbandonano NCG 2629-4BIV, agganciano la tozza navetta alla brutta massa della Raffaele sopra il lucente lembo del pianeta avvolto di turbini di nuvole e accelerano per uscire dal pozzo gravitazionale e compiere la traslazione per la prossima fermata, il Mondo di Barnard.
Secondo il piano d’inseguimento di de Soya, quel sistema solare è il più vicino alla Vecchia Terra (solo sei anni luce) ed è stato una delle prime colonie interstellari dell’epoca pre-Egira; il Padre Capitano si compiace di pensare che darà una rapida occhiata nel passato della Vecchia Terra stessa. Tuttavia, dopo la risurrezione nella base della Pax a circa sei UA dal Mondo di Barnard, de Soya nota subito le differenze. La stella di Barnard è una nana rossa la cui massa è circa un quinto di quella del sole di tipo G della Vecchia Terra e la cui luminosità è 2500 volte inferiore. Solo la vicinanza al sole (0,126 UA) e secoli di lavoro per terraformarlo, hanno consentito al Mondo di Barnard di occupare un’alta posizione nella scala Solmev. Ma, come de Soya e i suoi scoprono dopo il trasbordo sul pianeta, sotto scorta della Pax, l’impegno ha dato davvero ottimi risultati.
Il Mondo di Barnard ha sofferto moltissimo per l’invasione dello Sciame Ouster poco prima della Caduta e pochissimo, in termini relativi, per la Caduta stessa. Al tempo della Rete, quel pianeta era stato una piacevole contraddizione: massicciamente agricolo, specializzato in prodotti originari della Vecchia Terra, come mais, grano, soia e simili, ma anche profondamente intellettuale, perché vantava centinaia delle più raffinate università della Rete. La combinazione di arretratezza agricola (la vita sul Mondo di Barnard tendeva a imitare quella delle piccole città del nordamerica intorno al 1900) e di punto caldo intellettuale vi aveva attirato alcuni dei migliori studiosi, scrittori e pensatori dell’Egemonia.
Dopo la Caduta, il Mondo di Barnard si era affidato più al retaggio agricolo che al valore intellettuale. All’arrivo in forze della Pax, una cinquantina d’anni dopo la Caduta, vi era stata una certa resistenza al marchio della cristianità della rinascita e al governo basato sulla Pax. Il Mondo di Barnard era stato autarchico e voleva rimanere tale. Non era stato ufficialmente accettato nella Pax fino all’a.D. 3061, circa 212 anni dopo la Caduta, e solo a seguito di una sanguinosa guerra civile fra i cattolici e le bande partigiane più o meno raggruppate sotto il nome di Liberi Credenti.