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Ora, mentre de Soya apprende questi particolari durante il breve giro in compagnia dell’arcivescovo Herbert Stern, le principali università sono vuote o trasformate in seminari per i giovani del Mondo di Barnard. I partigiani sono in pratica scomparsi, ma esistono alcune sacche di resistenza nelle zone dei canyon e delle foreste lungo il fiume noto come Turkey Run.

Il Turkey Run ha fatto parte del Teti ed è proprio lì che de Soya e suoi uomini vogliono andare. Il quinto giorno, con una scorta di sessanta soldati della Pax e di alcune guardie scelte personali dell’arcivescovo, raggiungono il fiume.

Non incontrano partigiani. Quel tratto del Teti scorre in ampie vallate, passa sotto alti dirupi di argillite, attraversa boschi cedui della Vecchia Terra (alberi trapiantati) e sbuca in quella che da tempo è diventata terra arata, per la maggior parte campi di mais punteggiati qua e là di bianche fattorie e di capannoni agricoli. A de Soya non pare un luogo di violenze e infatti lì lui non ne incontra.

Gli skimmer della Pax frugano i boschi, ma non trovano segno della nave della bambina. Il Turkey Run è troppo basso per nascondere una nave (il maggiore Andy Ford, l’ufficiale della Pax al comando della ricerca, lo chiama il "più dolce fiume da canoa da questo lato del Sugar Creek") e qui il segmento del Teti era lungo solo alcuni chilometri. Il Mondo di Barnard ha un moderno controllo del traffico atmosferico e orbitale: nessuna nave avrebbe potuto lasciare la zona senza essere rilevata. Un’indagine tra i contadini della zona del Turkey Run non rivela la presenza di forestieri. Alla fine, il comando militare della Pax, il concilio diocesano dell’Arcivescovo e le locali autorità civili promettono una sorveglianza continua della zona, malgrado la minaccia di azioni di guerriglia da parte dei Liberi Credenti.

L’ottavo giorno de Soya e i suoi uomini si accomiatano da decine di persone definibili solo come nuovi amici, salgono in orbita, si trasferiscono a bordo di una nave torcia della Pax e sono scortati alla guarnigione in orbita alta intorno alla Stella di Barnard e poi alla nave Arcangelo. L’ultima cosa di quel mondo bucolico che de Soya vede di sfuggita è la coppia di guglie della gigantesca cattedrale che sorge nella capitale, San Tommaso, un tempo nota come Bussard City.

Allontanandosi ora dalla direzione in cui si trova il sistema solare della Vecchia Terra, de Soya, Gregorius, Kee e Rettig si svegliano nel sistema Lacaille 9352, distante dalla Vecchia Terra quasi quanto Tau Ceti distava dalle prime navi coloniali. Qui il ritardo non è né burocratico né militare, ma ambientale. Il pianeta di quella stella, noto nella Rete come Amarezza di Sibiatu e ribattezzato Grazia Inevitabile dall’attuale popolazione di poche migliaia di coloni della Pax, era a quel tempo di scarso interesse pittoresco e ora lo è molto meno. Il fiume Teti vi scorreva sotto un tunnel di perspex lungo dodici chilometri che manteneva la pressione e tratteneva l’aria respirabile. Da più di due secoli quella copertura è in stato d’abbandono, l’acqua è evaporata per la bassa pressione, la rarefatta atmosfera di metano e ammoniaca si è precipitata a riempire le rive deserte e i residui dei tubi di perspex.

De Soya non sa spiegarsi come mai la Rete abbia incluso nel Teti quel sasso. Lì non c’è guarnigione militare della Pax, né una consistente presenza della Chiesa, a parte i cappellani che vivono fra i coloni, molto religiosi, che ricavano da vivere sfruttando le miniere di bauxite e i pozzi di zolfo. De Soya e i suoi uomini convincono alcuni coloni ad accompagnarli all’antico fiume.

— Se è uscita qui, è morta — dice Gregorius, mentre ispeziona il gigantesco portale che incombe sopra una linea retta di rottami di perspex e di alveo asciutto. Il vento di metano soffia e granelli di polvere cercano d’infilarsi nelle tute atmosferiche.

— No, se è rimasta nella nave — dice de Soya, girandosi pesantemente nella tuta per guardare il cielo gialloarancione. — I coloni non avrebbero notato il decollo della nave… la colonia è troppo distante.

L’uomo che li accompagna, un tipo brizzolato, curvo anche nella logora tuta sbiancata dal sole, borbotta da dietro il visore: — Vero, Padre. In verità non stiamo mai fuori troppo.

De Soya e i suoi uomini discutono l’opportunità di far venire su di un simile pianeta un distaccamento di soldati della Pax che tenga d’occhio i portali per l’eventuale arrivo della bambina nei mesi e negli anni a venire.

— Sarebbe un maledetto servizio rompiculo per niente, signore — dice Gregorius. — Scusi l’espressione, Padre.

De Soya annuisce, turbato. Hanno lasciato lì gli ultimi rilevatori di movimento: hanno esplorato cinque mondi su duecento e sono già a corto di materiale. Anche lui è depresso al pensiero d’inviare soldati su quel pianeta, ma non vede alternativa. Oltre al dolore sordo della risurrezione e agli sbalzi d’umore che ora lo tormentano di continuo, è in preda all’avvilimento e ai dubbi. Si sente un vecchissimo gatto cieco mandato ad acchiappare un topo, ma impossibilitato a sorvegliare duecento tane nello stesso tempo. Non per la prima volta, rimpiange di non essere nella Periferia a combattere contro gli Ouster.

Come se gli leggesse nel pensiero, il sergente Gregorius dice: — Signore, ha esaminato davvero l’itinerario stabilito dalla Raffaele?

— Sì, sergente, perché?

— Toccheremo alcuni pianeti che non sono più nostri, Capitano. Non solo nell’ultima parte del giro… quei mondi sperduti nella Periferia. La Raffaele vuole portarci su pianeti occupati dagli Ouster già da molto tempo.

De Soya annuisce, stanco. — Lo so, sergente. Nel chiedere al computer della nave di elaborare questo viaggio, non ho posto condizioni relative alle aree di guerra né alle zone difensive della Grande Muraglia.

— Ci sono diciotto pianeti che sarebbe un po’ azzardato visitare — dice Gregorius, con la traccia di un sogghigno. — Visto che al momento appartengono agli Ouster.

De Soya annuisce di nuovo, ma non replica.

Parla invece il caporale Kee, con calma. — Se vorrà dare un’occhiata anche a quelli, signore, saremo più che felici di accompagnarla.

Il prete-capitano guarda in viso i suoi tre uomini. Pensa d’avere dato troppo per scontate la loro lealtà e la loro presenza. — Grazie — dice con semplicità. — Decideremo quando arriveremo a quella parte del… del giro turistico.

— Cosa che a questo ritmo potrebbe verificarsi fra un centinaio d’anni standard — commenta Rettig.

— Certo, è possibile — dice de Soya. — Agganciamo le cinture e andiamo via in fretta da questo buco.

Traslano fuori del sistema.

Ancora nel Vecchio Vicinato, praticamente appena fuori del cortile posteriore della Vecchia Terra pre-Egira, balzano su due pianeti pesantemente terraformati che girano con la loro complicata coreografia nello spazio di mezzo anno luce fra Epsilon Eridani ed Epsilon Indi.

L’Esperimento Abitativo Eurasiano Omicron2-Epsilon3 è stato un eroico tentativo utopistico pre-Egira di ottenere contro ogni probabilità il terraforming e la perfezione politica, soprattutto neomarxista, in mondi ostili durante la fuga da forze ostili. Tentativo miseramente fallito. Al posto degli utopisti l’Egemonia aveva messo basi della FORCE:spazio e stazioni automatiche di rifornimento carburante; ma poi la pressione delle navi coloniali dirette alla Periferia e il passaggio delle spin-navi nella regione del Vecchio Vicinato durante l’Egira avevano portato a terraformare con successo quei due pianeti bui che giravano fra il fioco Epsilon Eridani e l’ancora più fioco Epsilon Indi. Infine la famosa disfatta della flotta di Glennon-Height aveva dato fama e importanza militare ai due pianeti gemelli. In seguito la Pax aveva ricostruito le basi abbandonate della FORCE e rigenerato i declinanti sistemi di terraforming.