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La ricerca di de Soya in queste due sezioni del Teti è rapida ed efficiente. Ciascun tratto di fiume si trova all’interno di aree militari riservate: presto risulta evidente che la bambina, per non parlare della nave, non può avere attraversato quella zona nei due mesi precedenti senza essere scoperta e costretta ad atterrare. De Soya l’aveva già intuito, perché conosce il sistema di Epsilon (è passato da lì varie volte, nei suoi viaggi alla Grande Muraglia e oltre), ma ha ritenuto di poter esaminare di persona i portali.

Tuttavia è una fortuna che il sistema abbia una guarnigione: sia Kee sia Rettig devono essere ricoverati in ospedale. Ingegneri e specialisti della Chiesa esaminano la Raffaele e trovano che ci sono piccole ma gravi imperfezioni nelle culle automatiche di risurrezione. Le riparazioni richiedono tre giorni.

Stavolta, quando traslano fuori del sistema, facendo solo un’altra fermata nel Vecchio Vicinato prima di passare nell’estesa Rete post-Egira, possono sperare a buon diritto in un miglioramento dello stato depressivo e dell’instabilità emotiva, se dovranno affrontare di nuovo la risurrezione automatizzata.

— Ora dove siete diretti? — domanda padre Dimitrius, lo specialista che li ha aiutati negli ultimi giorni.

De Soya esita solo un secondo. Non comprometterà la missione, se riferirà all’anziano prete solo quel dato.

— Mare Infinitum — risponde. — Un pianeta oceanico a circa tre parsec verso l’esterno e due anni luce sopra il piano della…

— Ah, sì — dice l’anziano prete. — Qualche decina d’anni fa avevo una missione su quel pianeta per portare nella luce di Cristo i pescatori indigeni. — Il canuto prete alza la mano e benedice. — Qualsiasi cosa lei cerchi, Padre Capitano de Soya, prego sinceramente che la trovi su quel pianeta.

De Soya sta per lasciare Mare Infinitum, quando la pura e semplice fortuna gli offre il tanto atteso indizio.

Sono già trascorsi sessantatré giorni dall’inizio delle ricerche e due dalla risurrezione nelle culle a bordo della stazione orbitale della Pax; quello è l’inizio del loro ultimo giorno sul pianeta.

Un tenente giovane e ciarliere, Baryn Alan Sproul, è l’ufficiale di collegamento fra de Soya e il comando della flotta della Pax intorno a 70 Ophiuchi A; come tutte le guide turistiche della storia, il giovanotto riferisce a de Soya e ai suoi uomini più informazioni generali di quante a loro piacerebbe ascoltare. Ma è un bravo pilota di tòtteri e su quel mondo oceanico, in una macchina volante a lui poco nota, de Soya ha piacere d’essere il passeggero, anziché il pilota; si rilassa un poco, mentre Sproul li porta verso sud, lontano dall’estesa città galleggiante di Santa Teresa, nelle deserte zone di pesca dove ancora galleggiano le arcate dei teleporter.

— Perché qui i portali sono così distanti l’uno dall’altro? — domanda Gregorius.

— Ah, be’, è una lunga storia — dice il tenente Sproul.

De Soya coglie l’occhiata del sergente. Gregorius non sorride quasi mai, tranne nell’imminenza del combattimento; ma de Soya ormai sa bene che un certo luccichio negli occhi del sergente equivale a una grassa risata.

— … perciò l’Egemonia voleva costruire i portali del Teti quaggiù, in aggiunta alla sfera orbitale e ai piccoli teleporter sistemati da tutte le parti… un’idea abbastanza sciocca, vero, signore? mettere in questo oceano un segmento di un fiume… Comunque, lo volevano nella Corrente Mediolitorale, cosa che ha un certo senso perché è lì che si trovano i leviatani e alcuni dei più notevoli gigacanti, nel caso che i turisti della Rete volessero vedere i pesci, cioè… ma il problema è, be’, molto ovvio…

De Soya lancia un’occhiata al caporale Kee che sonnecchia nel tiepido sole che entra dalla bolla del tòttero.

— È ovvio che non c’è nulla di tanto permanente da giustificare la costruzione d’impianti grossi come quei portali… li vedrà fra un minuto, signore, sono davvero enormi. Be’, voglio dire, ci sono anelli corallini, certo, ma non sono abbarbicati a scogliere, galleggiano; ci sono anche le isole d’algagialla, ma non sono… voglio dire, se vi mette piede, sprofonda, se capisce cosa voglio dire, signore… Là, a destra, signore. Quella è algagialla. Non ce n’è molta, così a sud. Comunque, gli ingegneri della vecchia Egemonia montarono quei portali un po’ come abbiamo fatto noi per le piattaforme e le città negli ultimi cinquecento anni, signore. Ossia, hanno posto le fondamenta a tre o quattrocento metri… roba grossa e pesante dev’essere, signore… e poi hanno conficcato sul fondo grosse ancore a draga frenate da cavi. Ma qui il fondo dell’oceano è piuttosto incerto… di solito si trova almeno a ventimila metri… è là che vivono i grossi nonnini dei gigacanti di superficie come Bocca a Lampada, signore… mostri a enorme profondità, signore… lunghi chilometri…

— Tenente — lo interrompe de Soya — cosa c’entra, tutto questo, con la distanza fra i portali? — Il ronzio quasi ultrasonico delle ali da libellula del tòttero minaccia di far addormentare il Padre Capitano. Kee già russa e Rettig si è messo comodo e ha chiuso gli occhi. È stato un lungo volo.

Sproul sorride. — Ci stavo arrivando, signore. Vede, con la loro massa di chiglia e con uno strascico di venti chilometri di cavo, le nostre città e le nostre piattaforme non vanno molto lontano, neppure nella stagione della Grande Marea, no, signore. Ma i portali… be’, abbiamo un mucchio d’attività vulcanica nel Mare-Occhio, signore. Un’ecologia tutta diversa, laggiù, mi creda. Alcuni di quei vermi tubolari darebbero filo da torcere ai gigacanti, non scherzo, signore. Comunque, i vecchi ingegneri della Rete sistemarono i portali in modo che, se chiglia e cavi avessero percepito attività vulcanica sotto di loro, sarebbero… be’, migrati, signore, è il termine più preciso che mi venga in mente.

— Allora la distanza fra i portali del Teti è aumentata per l’attività vulcanica sul fondo dell’oceano?

— Sì, signore — conferma il tenente Sproul, con un largo sorriso che pare suggerire piacere e sorpresa per il fatto che un ufficiale della Flotta capisca un simile problema. — Eccone uno, signore — soggiunge con gesto teatrale, facendo virare il tòttero in una spirale discendente. Mantiene sospeso il velivolo a qualche metro dall’antica arcata. Venti metri più in basso, il mare viola ribolle e schizza contro il metallo arrugginito alla base del portale.

De Soya si strofina il viso. Non riesce, come gli altri, a vincere la fatica. Forse, se lasciasse passare qualche giorno in più fra la risurrezione e la morte successiva…

— Ora non potremmo vedere l’altro portale?

— Sì, signore! — Il tòttero ronza a solo qualche metro dalle onde e copre i duecento chilometri che lo separano dall’arcata seguente. De Soya si appisola davvero; l’ufficiale lo scuote gentilmente e lui apre gli occhi e scorge l’arcata del secondo portale. È pomeriggio inoltrato e il sole basso proietta sul mare viola una lunga ombra.

— Molto bene — dice de Soya. — Le ricerche con il radar di profondità sono tuttora in corso?

— Sì, signore — conferma il tenente. — Stanno allargando il raggio di ricerca, ma per il momento hanno rilevato solo alcuni grossi e infernali Bocca a Lampada. La cosa ha fatto arrabbiare i tizi della pesca sportiva, glielo dico io.

— A quanto ho capito, signore — borbotta Gregorius, dal suo posto sullo strapuntino dietro il pilota — qui la pesca sportiva è un’industria molto importante.

— Sì, sergente — dice Sproul, girando la testa. — Vista la recessione nella raccolta d’algagialla, è la nostra maggior fonte di guadagno nel commercio interplanetario.

De Soya indica una piattaforma distante solo qualche chilometro. — Un’altra piattaforma di pesca e di rifornimento? — domanda. Ha trascorso con i comandanti della Pax un giorno intero a esaminare rapporti provenienti da piccoli avamposti come quello sparsi su tutto il pianeta. Nessuno parlava di contatti con una nave né dell’avvistamento di una bambina. Durante il lungo volo a sud, hanno sorvolato decine di piattaforme simili.