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Il ricordo dei venti minuti che trascorsi nell’ampia e luminosa sala mensa assomiglia molto a quegli incubi che prima o poi tutti abbiamo: sapete a quali mi riferisco, quelli in cui ci troviamo in un posto emerso dal nostro passato, ma non riusciamo a ricordare per quale motivo ci troviamo lì né il nome delle persone che ci circondano. Quando il tenente e i suoi due uomini mi accompagnarono nella sala mensa, tutto nella stanza aveva la dislocazione, tipica degli incubi, di una cosa un tempo ben nota. Dico ben nota perché avevo trascorso buona parte dei miei ventisette anni in accampamenti di cacciatori e in mense militari, in bar di sale da gioco e in cambuse di vecchie chiatte. Conoscevo bene le compagnie maschili: fin troppo, avrei potuto dire allora, perché gli elementi che percepivo in quella sala… baldoria, spacconate, l’untuoso odore dolciastro d’uomini innervositi dalla vita urbana in preda al cameratismo maschile dell’avventura… m’avevano da tempo stufato. Ma ora quella familiarità era compensata dalla stranezza: i brani di discorsi ricchi di cadenza dialettale, la sottile differenza nell’abbigliamento, il puzzo di suicidio dovuto alle sigarette e la consapevolezza che mi sarei tradito immediatamente se avessi dovuto vedermela con la loro lingua corrente, cultura, relazioni.

Sul tavolo più lontano c’era un alto contenitore di caffè… non ero mai stato in una mensa che non l’avesse. Mi diressi da quella parte, cercando d’assumere un’aria noncurante, trovai una tazza relativamente pulita e mi versai un po’ di caffè. Intanto tenevo d’occhio il tenente e i suoi due uomini che tenevano d’occhio me. Quando si convinsero che facevo parte del gruppo, i tre si girarono e uscirono. Sorseggiai un caffè orribile, notai oziosamente che la mano non mi tremava malgrado fossi in preda a un uragano d’emozioni e cercai di stabilire come comportarmi.

Incredibilmente, avevo ancora le armi (coltello e pistola) e la radio. Con la radio avrei potuto in qualsiasi momento far esplodere il plastico e poi, nella confusione, correre a recuperare il tappeto hawking. Ora che avevo visto le sentinelle della Pax, sapevo che sarebbe stata necessaria una manovra diversiva affinchè la zattera passasse accanto alla piattaforma senza essere vista. Andai alla finestra che dava su quello che consideravamo il nord, ma vidi il cielo "orientale" illuminato dall’imminente sorgere delle lune. L’arcata del teleporter era visibile a occhio nudo. Provai ad aprire la finestra, ma era chiusa in un modo che non riuscivo a capire, oppure era imbullonata. Circa un metro sotto la finestra c’era il tetto di lamiera ondulata di un altro modulo, ma non vedevo come arrivarci da lì.

— Tu con chi sei, figliolo?

Mi girai di scatto. Cinque uomini si erano staccati dal gruppo più vicino e uno di loro, il più basso e più grasso, mi aveva rivolto la parola. L’uomo indossava abiti sportivi (camicia di flanella a quadri, giubbotto di tela non molto diverso dal mio) e portava alla cintura un coltello per squamare pesce. Solo allora mi resi conto che forse i soldati della Pax avevano visto la punta della fondina sporgere dal giubbotto e l’avevano scambiata per il fodero di uno di quei coltelli.

Anche il grassone aveva parlato in dialetto, ma un dialetto diverso da quello delle sentinelle della Pax. I pescatori, ricordai, probabilmente provenivano da altri pianeti, per cui il mio modo di parlare forse non avrebbe destato troppi sospetti.

— Klingman — dissi, bevendo un altro sorso di quel caffè dal sapore di fanghiglia. Con i soldati della Pax, quell’unica parola aveva funzionato.

Con quegli uomini non funzionò. Si scambiarono delle occhiate e poi il grassone disse: — Siamo venuti con il gruppo Klingman, ragazzo. Fin qui, da Santa Teresa. Non eri sull’aliscafo. Qual è il tuo gioco?

Sorrisi. — Nessun gioco — risposi. — Dovevo fare parte del gruppo… l’ho mancato, a Santa Teresa… e mi sono aggregato agli Autery.

M’era andata ancora buca. I cinque parlottarono tra loro. Varie volte colsi le parole "pescatori di frodo". Due di loro lasciarono la sala. Il grassone puntò il dito su di me. — Ero seduto laggiù con la guida del gruppo Autery. Anche lui non ti ha mai visto prima. Resta lì, figliolo.

Era l’unica cosa che non avrei fatto di sicuro. Posai sul tavolo la tazza e dissi: — No, resta lì tu. Vado a chiamare il tenente, così mettiamo in chiaro qualche cosetta. Non muoverti.

Il grassone parve confuso e rimase dov’era, mentre attraversavo la sala mensa, ora silenziosa, aprivo la porta e uscivo sulla passerella.

Non c’era posto dove andare. Alla mia destra, i due soldati della Pax armati di fucile a fléchettes stavano all’erta accanto alla ringhiera. Alla mia sinistra, il magro tenente con cui poco prima m’ero scontrato percorreva in fretta la passerella verso di me, seguito dai due civili e da un grassoccio capitano della Pax.

— Maledizione — dissi. Usai il laringofono. «Ragazzina» trasmisi «sono nei guai. Potrebbero catturarmi. Lascerò aperto il microfono esterno, così potrai udire. Vai dritto al portale. E non rispondere!» Ci mancava solo che durante la conversazione una vocina trillasse dall’auricolare.

— Ehi! — dissi, avanzando verso il capitano e alzando la mano come per stringergli la sua. — Proprio la persona che cercavo.

— È lui — gridò uno dei due pescatori. — Non è giunto con noi né con il gruppo Autery. È uno dei maledetti pescatori di frodo di cui lei parlava!

— Ammanettatelo — ordinò il capitano. Prima che potessi tentare una mossa intelligente, i soldati alle mie spalle mi afferrarono e il magro tenente mi ammanettò. Erano manette metalliche del vecchio tipo, ma funzionavano benissimo: erano tanto strette da bloccare quasi la circolazione del sangue.

In quell’istante mi resi conto che come spia non sarei mai stato un asso. L’incursione sulla piattaforma era stata un disastro da cima a fondo. I soldati della Pax non erano molto meticolosi (mi premevano da tutte le parti, mentre avrebbero dovuto stare a distanza e tenermi sotto tiro mentre mi perquisivano e, dopo avermi disarmato, mi ammanettavano con le mani sulla schiena e non davanti al corpo) però fra pochi secondi mi avrebbero perquisito.

Decisi di non concedere loro quei pochi secondi. Alzai di scatto le mani ammanettate, afferrai per la camicia il grassoccio capitano e lo gettai all’indietro contro i due civili. Vi fu un momento di grida e di spintoni, durante il quale mi girai rapidamente, tirai con tutte le mie forze un calcio nelle palle al soldato più vicino e afferrai il secondo per il fucile ancora a tracolla. Il soldato lanciò un grido e afferrò l’arma, usando tutt’e due le mani, proprio mentre io tiravo in basso la cinghia. Il soldato seguì l’arma, batté una testata contro la parete e cadde subito a sedere. L’altro, quello che avevo colpito nelle palle, era ancora piegato in due e con una mano si teneva l’inguine; ma allungò l’altra mano e mi lacerò il maglione dal collo alla cintura, stappandomi anche gli occhiali a visore notturno. Gli mollai un calcio alla gola e lui finì lungo e disteso.

Intanto il tenente aveva sguainato la pistola a fléchettes, ma capì che, se mi avesse sparato, avrebbe ucciso anche i due soldati alle mie spalle e allora col calcio dell’arma mi colpì in testa.

Le pistole a flécbettes non sono poi molto pesanti, ma quella mi fece vedere le stelle per un momento e mi lacerò il cuoio capelluto. Mi rese anche rabbioso.

Mi girai e col pugno colpii in faccia il tenente. Lui girò su se stesso, arretrò contro la ringhiera, alta circa un metro, agitando le braccia, e proseguì sullo slancio. Per un secondo tutti si bloccarono, impietriti, tranne io: infatti, mentre ancora si vedevano le piante dei piedi del tenente passare sopra la ringhiera, mi ero girato, avevo scavalcato il soldato disteso per terra, avevo spalancato la porta schermata ed ero entrato di corsa nella sala mensa. Gli uomini si agitavano da tutte le parti, per la maggior parte verso la porta e le finestre, per scoprire la causa del trambusto; ma mi fecero largo, mentre a testa bassa li schivavo con l’azione travolgente del giocatore di rugby che porta la palla in meta.