Alle mie spalle udii il rumore della porta spalancata e il grido, del capitano o di un soldato: — Giù! Fuori dei piedi! Attenti!
Mi sentii ingobbire le scapole al pensiero di migliaia di flécbettes in volo verso di me, ma non rallentai, balzai sopra un tavolo, con i polsi sempre ammanettati mi coprii il viso e mi lanciai contro la finestra, assorbendo con la spalla destra la parte peggiore dell’urto.
Mentre ero in volo, pensai per un attimo che se la finestra fosse stata di perspex o di vetro rinforzato la mia avventura si sarebbe conclusa in una perfetta farsa: sarei rimbalzato nella sala mensa e sarei stato ucciso o catturato, a scelta dei soldati. Sarebbe stato logico, per una piattaforma in mare aperto, utilizzare materiali infrangibili anziché vetro. Ma quando, alcuni minuti prima, l’avevo toccato, il pannello della finestra mi era parso davvero di vetro.
Era vetro.
Atterrai sul tetto di lamiera ondulata e continuai a rotolare verso l’esterno, mentre schegge di vetro volavano e scricchiolavano intorno a me e sotto di me. Trascinavo parte dell’intelaiatura (il giubbotto e il maglione a brandelli erano trapunti di schegge di legno e di vetro) ma non rallentai per liberarmene. Alla fine del tetto mi si presentò una scelta: l’istinto voleva che continuassi a rotolare oltre il bordo per sparire alla vista prima che i fucilieri aprissero il fuoco, augurandomi che là sotto ci fosse un’altra passerella; la logica voleva che mi fermassi a controllare, prima di rotolare giù; la memoria mi suggeriva che non c’erano passerelle lungo quel bordo della piattaforma.
Scelsi un compromesso: rotolai fino al bordo del tetto, ma mi afferrai alla sporgenza e scrutai di sotto prima che gli stivali scivolassero e le dita perdessero la presa. Non c’erano ponti né piattaforme, di sotto: solo venti metri d’aria dai miei piedi alle onde viola. Le lune si levavano e il mare pareva vivo per il riflesso luminoso.
Mi alzai sulle braccia quanto bastava a dare un’occhiata alla finestra da cui ero fuggito; vidi i tiratori agitarsi e abbassai la testa proprio mentre uno di loro sparava. Il nugolo di fléchettes passò alto di poco, mancando di qualche centimetro le mie dita; trasalii nell’udire il ronzio di migliaia d’aghi d’acciaio che mi sorvolavano. Sotto di me non c’era un ponte, ma vedevo un tubo che correva in orizzontale lungo la fiancata del modulo. Aveva un diametro di sei o otto centimetri. C’era pochissimo spazio fra il tubo e la parete del modulo, forse appena sufficiente a passarci le dita e aggrapparsi… se il tubo non si fosse spezzato sotto il peso, se l’urto non mi avesse slogato la spalla, se le manette non mi avessero ostacolato, se… Non rimasi lì a pensare: mi lasciai cadere. L’avambraccio e il ferro delle manette sbatterono contro il tubo e rischiai di rimbalzare via, ma ero pronto a serrare le dita e ci riuscii; per un attimo le dita scivolarono, ma poi ressero il peso.
La seconda scarica di fléchettes disintegrò la sporgenza del tetto e perforò in centinaia di punti la parete esterna. Schegge e frammenti d’acciaio piovvero nel chiaro delle lune, mentre più in alto gli uomini gridavano e imprecavano. Udii rumore di passi sul tetto.
Mi spostai verso sinistra, dondolando, più in fretta che potevo. Dall’angolo del modulo sporgeva un ponte, almeno tre metri più in basso e quattro o cinque verso est. L’avanzata era lenta da impazzire. Le spalle protestavano per lo sforzo, le dita mi s’intorpidivano per mancanza di circolazione. Sentivo nei capelli e nel cuoio capelluto schegge di vetro: il sangue mi colava negli occhi. I soldati sarebbero giunti al bordo del tetto prima che io arrivassi a trovarmi sospeso sopra la piattaforma.
A un tratto ci furono imprecazioni e grida: una sezione del tetto, nel punto da dove poco prima penzolavo, si era incavata. Evidentemente la scarica di fléchettes aveva indebolito la struttura e ora il peso dei soldati la faceva cedere. Udii i soldati ritirarsi in fretta, imprecando e cercando altre vie per arrivare al bordo.
L’indugio mi concesse otto o dieci secondi in più, ma mi bastarono per arrivare al termine del tubo, per dondolare una volta, due, e mollare la presa alla terza. Caddi pesantemente sulla piattaforma, rotolai e andai a sbattere contro la ringhiera, con tanta violenza da restare senza fiato.
Ma non potevo fermarmi a riprendere fiato. Mi mossi in fretta e rotolai verso la parte più buia del ponte, sotto il modulo. Almeno due fucili a fléchettes fecero fuoco: una scarica andò a vuoto e fece ribollire l’acqua quindici metri più in basso, l’altra colpì l’estremità del ponte, col rumore di cento sparachiodi in funzione nello stesso istante. Mi tirai in piedi e mi misi a correre, scansando basse travi e cercando di scorgere qualcosa in quel labirinto d’ombre. Da qualche parte, sopra di me, risuonarono dei passi. I soldati avevano il vantaggio di conoscere la disposizione dei ponti e delle scale, ma solo io sapevo dov’ero diretto.
Ero diretto al ponte più basso dell’estremità est, dove avevo lasciato il tappeto; ma il ponte di servizio sul quale mi trovavo portava a una lunga passerella che correva a nord e a sud. Passai sotto la piattaforma principale finché non ritenni d’essere in pari col ponte est; allora montai a cavalcioni di una trave di sostegno larga circa sei centimetri e, agitando a destra e a sinistra le mani ammanettate per tenermi in equilibrio, attraversai una sezione scoperta, fino al successivo pilone verticale. Ripetei la manovra, deviando a nord e a sud quando la trave terminava, ma trovandone sempre un’altra che andava a est.
Botole si spalancavano e passi rimbombavano sulle passerelle sotto il ponte principale, ma raggiunsi per primo il ponte est. Vi saltai sopra, trovai il tappeto ancora legato al puntone, lo srotolai, toccai i fili di volo, presi quota e mi ritrovai a passare sopra la ringhiera proprio mentre una botola si apriva sulla lunga rampa di scalini che portava giù al ponte. Mi ero disteso bocconi sul tappeto nel tentativo di presentare la minore sagoma possibile contro le lune o le acque illuminate e per via delle manette manovravo con impaccio i fili di volo.
L’istinto mi diceva di volare dritto a nord, ma sarebbe stato un errore. I fucili a fléchettes erano precisi solo fino a sessanta o settanta metri, ma lassù qualcuno aveva di sicuro un fucile al plasma o l’equivalente. Ora tutti concentravano l’attenzione sull’estremità est della piattaforma. Per me era meglio puntare a ovest o a sud.
Virai a sinistra, planai sotto le travi di sostegno e mi tenni a breve distanza dalle onde, dkigendomi a ovest e sfruttando come protezione il bordo della piattaforma. Da quella parte solo un ponte sporgeva sul mare (quello su cui mi ero lasciato cadere) e vedevo che sull’estremità nord non c’era nessuno. Anzi, notai, il ponte era ridotto a brandelli per le scariche di fléchettes e probabilmente sarebbe crollato, se qualcuno ci avesse messo piede. Volai sotto quel ponte e continuai verso ovest. Stivali rimbombarono sulle passerelle superiori, ma chi mi avesse visto, avrebbe avuto il suo daffare a prendermi di mira a causa delle decine di piloni e di travi incrociate.
Mi lanciai fuori della piattaforma, tenendomi nella sua ombra (le lune adesso erano più alte) e a qualche millimetro dall’acqua, nel tentativo di frapporre la lunga onda oceanica tra me e l’estremità ovest della stazione. Mi ero allontanato di una sessantina di metri e mi preparavo a emettere un sospiro di sollievo, quando udii lo sciaguattio e i colpi di tosse, a qualche metro alla mia destra, al di là della cresta dell’onda seguente.
Capii subito che cos’era… chi era! Il tenente che avevo scaraventato dalla ringhiera. Il mio primo impulso fu di tirare dritto. Alle mie spalle c’era una grande confusione… grida, spari dal lato nord, altre grida all’estremità est, da dove ero fuggito… ma pareva che ancora nessuno m’avesse scorto. Quell’uomo m’aveva rifilato un colpo in testa e m’avrebbe allegramente ucciso, se non ci fossero stati di mezzo i suoi compagni. Il fatto che la corrente l’avesse trascinato lì, lontano dalla piattaforma, si poteva imputare alla sua sfortuna. Cosa potevo farci io, se lui era sfortunato?