Almeno tre nugoli di fléchettes lo colpirono nello stesso istante, sbattendolo giù dal tappeto hawking come un sacco di biancheria lavata lanciato in aria. Vidi la luce delle lune attraverso il corpo crivellato che cadeva verso le onde. L’attimo dopo, uno squalo multicolore mi sfiorò… mi spinse addirittura da parte, nella bramosia d’azzannare la massa sanguinolenta che era stata il tenente della Pax.
Rimasi lì a galla ancora un secondo, guardando il tappeto hawking, finché qualcuno sulla piattaforma non lo afferrò al volo. Avevo avuto l’infantile speranza che il tappeto facesse un’ampia curva e tornasse a prendermi, mi tirasse fuori dell’acqua e mi riportasse alla zattera, in quel momento un paio di chilometri a nord di lì. Mi ero affezionato al tappeto hawking (ero compiaciuto di far parte del mito e della leggenda che rappresentava) e nel vederlo volare via da me per sempre in quel modo, mi sentii rivoltare lo stomaco.
Avevo davvero la nausea. Tra le ferite e l’acqua ingerita (per non parlare dell’effetto dell’acqua salata sulle ferite) la nausea era reale. Continuai a stare a galla, movendo i piedi per tenermi con la testa e le spalle fuor d’acqua, impugnando a due mani la pesante rivoltella.
Per nuotare, avrei dovuto spezzare con un colpo le manette. Ma come potevo riuscirci? La barretta d’acciaio che le collegava era lunga solo la metà del mio polso; per quanto mi contorcessi, non riuscivo a sistemare il muso della rivoltella in modo da tranciare con un proiettile la barretta metallica.
Intanto le pinne avevano smesso di girare intorno ai resti del tenente e si allontanavano dal banchetto. Sapevo di perdere molto sangue. Sentivo la chiazza appiccicosa sul fianco e sul dorso del braccio, dove il sangue salato gocciolava nel mare salato. Se quelle creature assomigliavano solo un poco ai dorso-a-sciabola o agli squali, sentivano l’odore del sangue a chilometri di distanza. La mia unica speranza era di nuotare fino alla piattaforma, usando la rivoltella sulle prime pinne che si fossero avvicinate, aggrapparmi se possibile a un pilone e tirarmi fuori o chiamare aiuto. Non avevo altre speranze.
Mi lasciai andare sul dorso, mossi i piedi, mi girai sullo stomaco e cominciai a nuotare invece verso nord, verso l’oceano aperto. Già una volta quel giorno ero stato sulla piattaforma. Bastava e avanzava.
34
Prima d’allora non avevo mai provato a nuotare con le mani legate davanti al corpo. Mi auguro di tutto cuore che non mi tocchi mai più ripetere l’esperienza. Solo l’alta salinità di quell’oceano mi mantenne a galla, mentre scalciavo, mi dibattevo, mi dimenavo per avanzare verso nord. Non avevo una vera speranza di raggiungere la zattera: circa un chilometro a nord della piattaforma, la corrente diventava più forte e il nostro piano prevedeva di tenere la zattera il più lontano possibile dalla stazione senza uscire dall’invisibile fiume nell’oceano.
Nel giro di qualche minuto inoltre gli squali cominciarono di nuovo a girarmi intorno. Sotto le onde vedevo benissimo i loro colori brillanti, elettrici; quando uno squalo si muoveva come per attaccare, smettevo di agitare le braccia, mi tenevo a galla e gli mollavo un calcio in testa per tenerlo a bada, proprio come avevo visto fare al povero tenente. Il sistema pareva funzionare. Quei pesci erano indubbiamente micidiali, ma anche stupidi: attaccavano uno per volta, come se seguissero una scala gerarchica, così li prendevo a calci sul muso uno per volta. Ma era un procedimento estenuante. Un attimo prima d’essere assalito, avevo iniziato a togliermi gli stivali (il cuoio inzuppato mi tirava a fondo) ma il pensiero di colpire a piedi nudi quelle teste arrotondate e zannute m’indusse a tenerli il più a lungo possibile. Inoltre mi convinsi presto di non poter nuotare impugnando la rivoltella. Quando attaccavano, quelle creature simili ai dorsi-a-sciabola si tuffavano, perché emergere sotto la preda pareva il loro sistema d’aggressione preferito, e non ero sicuro che un proiettile di una vecchia sparapiombo avrebbe ottenuto grandi risultati, se avesse dovuto attraversare un paio di metri d’acqua. Alla fine rimisi nella fondina la rivoltella e presto rimpiansi di non averla lasciata cadere a fondo. Tenendomi a galla e rigirandomi per non perdere di vista le coppie di pinne, alla fine mi tolsi gli stivali e lasciai che si perdessero negli abissi. Quando lo squalo seguente mi assalì, lo scalciai con forza e sentii che sopra il minuscolo cervello aveva pelle ruvida, simile a carta smerigliata. La creatura tentò d’azzannarmi i piedi, ma si allontanò e riprese a girare in tondo.
A questo modo nuotai sempre verso nord, fermandomi, galleggiando, scalciando, imprecando, facendo a nuoto qualche metro, fermandomi di nuovo per girare in tondo in attesa dell’attacco seguente. Senza il vivido chiarore delle lune e il luccichio della pelle degli squali, una di quelle creature mi avrebbe già finito da tempo. Comunque, in breve fui troppo stanco per proseguire: potevo solo stare a galla sul dorso, ansimare per riempirmi d’aria i polmoni e mettere i piedi fra le mie gambe e quei denti candidi, ogni volta che scorgevo un guizzo di colori puntare su di me.
Ora le ferite mi facevano un male d’inferno. Il profondo squarcio lungo le costole mi provocava un terribile bruciore e mi sentivo appiccicoso lungo tutto il fianco. Ero sicuro di sanguinare e approfittai di un momento in cui le pinne dorsali giravano abbastanza lontano per tastarmi e tirare fuor d’acqua le mani. Erano rosse… molto più rosse del mare che risplendeva alla luce della grande luna ormai alta sull’orizzonte. Mi sentivo sempre più debole e capii che sarei morto dissanguato. L’acqua diventava più tiepida, come se il mio sangue la scaldasse a una temperatura piacevole, e di minuto in minuto sentivo crescere la tentazione di chiudere gli occhi e di lasciarmi sprofondare in quel tepore.
Ogni volta che l’onda mi portava in alto, continuavo a guardarmi alle spalle, lo ammetto, in cerca di un segno della zattera… di un miracolo da nord. Non vidi niente. Una parte di me ne fu compiaciuta: ormai probabilmente la zattera aveva varcato il portale. Non era stata intercettata. Non avevo visto skimmer in volo, neppure tòtteri, e la piattaforma era solo un bagliore d’incendio sempre più piccolo verso sud. Potevo solo augurarmi, ora che la zattera aveva varcato senza incidenti il portale, d’essere raccolto da un tòttero in perlustrazione, ma nemmeno l’idea di un simile salvataggio riusciva a rallegrarmi. Quel giorno ero già stato una volta sulla piattaforma.
Tenendomi a galla sul dorso, girando testa e collo per non perdere di vista le pinne multicolori, continuai a scalciare verso nord, alzandomi con ogni grande movimento del mare violaceo, ricadendo negli ampi ventri d’onda, mentre l’oceano pareva respirare. Mi girai sullo stomaco e cercai di muovere più forte i piedi, con i polsi ammanettati dritti davanti a me, ma ero esausto e in quella posizione non riuscivo a tenere la testa fuor d’acqua. Ora mi pareva che il braccio destro sanguinasse copiosamente; lo sentivo tre volte più pesante del sinistro. Sospettai che il coltello del tenente m’avesse reciso un tendine.
Alla fine rinunciai a nuotare e mi concentrai nel tenermi a galla, sfruttando i piedi per stare con la testa e le spalle fuor d’acqua, pugni stretti davanti al viso. Pareva che i dorso-a-sciabola avessero percepito la mia debolezza: facevano a turno a venire dalla mia parte, fauci spalancate per azzannare. Ogni volta tiravo su le gambe e scalciavo nel tentativo di colpire con i talloni il muso o la scatola cranica, senza farmi staccare i piedi da un morso. La ruvida pelle degli squali mi aveva scorticato i talloni e le piante dei piedi, per cui aggiungevo altro sangue alla nuvola rossastra che di sicuro già mi circondava e faceva impazzire gli squali. Gli attacchi divennero più frequenti e ogni volta ero sempre più stanco per tirare su le gambe e scalciare. Uno squalo mi lacerò la gamba destra dei calzoni, dal ginocchio alla caviglia, portando via anche uno strato di pelle, mentre si allontanava, trionfante, con un colpo di coda.