Il mattino seguente andai con le mie gambe fino al vecchio veicolo che mi aveva portato all’ospedale tredici giorni prima; poi, seduto sul pianale, dove mi avevano preparato un giaciglio, ordinai di cercare un negozio d’armi.
Dopo un’ora di giri fu chiaro che a Nuova Gerusalemme non esistevano negozi d’armi. — E va bene — dissi. — Proviamo in una centrale di polizia.
Ce n’erano diverse. Entrai zoppicando nella prima, rifiutando l’aiuto dell’androide e della bambina, e scoprii ben presto fino a che punto possa essere insufficientemente armata una società pacifica. Nella centrale di polizia non c’erano rastrelliere d’armi, neppure di fucili a canna corta per interventi d’ordine pubblico, né di storditori.
— Ho il sospetto che su Hebron non ci sia mai stato l’esercito e neppure la Guardia Nazionale — commentai.
— Penso proprio di no — disse A. Bettik. — Fino all’incursione Ouster, tre anni standard fa, sul pianeta non esistevano nemici umani né animali pericolosi.
Borbottai qualcosa e continuai a cercare. Alla fine, forzato l’ultimo cassetto a triplice serratura della scrivania di un capo di polizia, trovai qualcosa.
— Una Steiner-Ginn, mi pare — disse l’androide. — Una pistola che spara minicariche al plasma.
— So cos’è — replicai. Nel cassetto c’erano due caricatori. Quindi, circa sessanta colpi. Andai fuori, puntai la pistola verso una lontana collina e premetti il grilletto anulare. La pistola tossì e sul fianco della collina comparve un minuscolo bagliore. — Bene — dissi, infilando nella fondina l’antiquata pistola. Avevo temuto che fosse un’arma "a firma", cioè utilizzabile solo dal proprietario. Nel corso dei secoli, simili armi venivano e passavano di moda.
— Sulla zattera abbiamo la pistola a fléchettes — cominciò A. Bettik.
Scossi la testa: per un bel pezzo non volevo avere niente a che fare con quella roba.
Durante la mia convalescenza, A. Bettik e Aenea avevano fatto provvista d’acqua e di cibo; quando andai all’approdo nel canale e guardai la zattera riattrezzata e rifornita, vidi infatti le scatole extra.
— Domanda — dissi. — Perché continuiamo a usare questo mucchio di legname, mentre legati laggiù ci sono piccoli e comodi motoscafi da diporto? In alternativa, potremmo prendere un VEM e viaggiare godendoci anche l’aria condizionata.
Aenea e A. Bettik si guardarono. — Mentre eri in convalescenza — disse Aenea — abbiamo votato. Teniamo la zattera.
— E io non voto? — replicai, brusco. Volevo solo fingermi in collera, ma scoprii d’essere in collera davvero.
— Certo — disse Aenea, ferma sul pontile, ben dritta, a gambe larghe, mani sui fianchi. — Vota!
— Voto per prendere un VEM e viaggiare comodamente — dissi, notando con disgusto il mio tono petulante. Proseguii senza cambiarlo. — Oppure uno di quei motoscafi. Voto per lasciar perdere quei tronchi.
— Voto conteggiato — disse Aenea. — A. Bettik e io abbiamo votato per tenere la zattera. Non ha bisogno di ricarica e galleggia. Uno di quei motoscafi sarebbe stato rilevato dai radar, su Mare Infinitum; e poi su certi pianeti i VEM non funzionano. Due voti favorevoli, uno contrario. Teniamo la zattera.
— Chi ha detto che questa è una democrazia? — protestai. Mi vidi a sculacciare la bambina, lo ammetto.
— Chi ha detto che è un’altra cosa? — replicò Aenea.
Intanto A. Bettik se ne stava sul bordo del pontile e giocherellava con una corda; aveva l’espressione imbarazzata di chi assiste al litigio dei componenti di un’altra famiglia. Indossava un’ampia giubba militare e larghi calzoncini di lino giallo. In testa aveva un cappello giallo a tesa larga.
Aenea salì sulla zattera e sciolse la gomena di prua. — Se vuoi un motoscafo o un VEM, o magari un divano volante, prendilo pure, Raul. A. Bettik e io proseguiamo su questa zattera.
Sempre zoppicando, mi diressi verso un grazioso dinghy legato al pontile. — Ehi — dissi, facendo perno sulla gamba buona per girarmi e guardare in viso la bambina. — Il teleporter non funziona, se cerco di varcarlo da solo.
— Giusto — disse Aenea. A. Bettik era già salito sulla zattera e la bambina lasciò cadere la fune d’ormeggio. In quel punto il canale era più largo di quanto non lo fosse in quella sorta di trogolo dell’acquedotto: misurava circa trenta metri di larghezza, nel tratto attraverso Nuova Gerusalemme.
A. Bettik si mise al timone e mi guardò, mentre Aenea prendeva una pertica e scostava dal pontile la zattera.
— Aspetta! — dissi. — Maledizione, aspetta! — Percorsi zoppicando il pontile, superai con un balzo il metro che mi separava dalla zattera, atterrai sulla gamba menomata e fui costretto a sorreggermi sul braccio buono, prima di rotolare contro la tenda.
Aenea mi porse la mano, ma io finsi di non vederla e mi tirai in piedi. — Dio, se sei una mocciosa testarda! — dissi.
— Senti chi parla — replicò lei e andò a sedersi sulla prua della zattera, mentre ci spostavamo al centro della corrente.
Fuori dell’ombra degli edifici, il sole di Hebron era ancora più ardente. Tolsi di tasca il vecchio tricorno, mi coprii la testa e raggiunsi A. Bettik accanto al timone.
— Immagino che tu stia dalla sua parte — dissi alla fine, mentre ci spostavamo in pieno deserto e il canale tornava a restringersi.
— Sono del tutto neutrale, signor Endymion.
— Bah! Hai votato per tenere la zattera.
— Finora ci è stata utile, signore — replicò l’androide, tirandosi da parte mentre prendevo il timone.
Guardai le nuove scatole di provviste impilate per bene all’ombra della tenda, il focolare di pietra, il termocubo e le pentole e le padelle, la doppietta e la carabina al plasma (oliati di fresco e protetti da stracci) e i nostri zaini, i sacchi a pelo, i medipac e altra roba. In mia assenza era stato alzato un "albero maestro" e ora una delle camicie di ricambio di A. Bettik svolazzava come bandiera al vento.
— Be’, al diavolo — dissi.
— Proprio così, signore.
Il portale successivo si trovava a soli cinque chilometri dalla città. Mentre passavamo sotto la tenue ombra dell’arcata, guardai a occhi socchiusi l’ardente sole di Hebron e poi la linea del portale stesso. Nel caso degli altri portali c’era stato un momento in cui l’aria all’interno luccicava e variava, fornendo un breve accenno di ciò che si trovava più avanti.
In questo caso c’era solo tenebra assoluta. E la tenebra non cambiò, quando varcammo il portale. In compenso la temperatura scese di almeno settanta gradi. Nello stesso istante, la gravità cambiò: all’improvviso avevo l’impressione di reggere sulla schiena una persona pesante quanto me.
— Le lanterne! — gridai, reggendo sempre il timone per lottare contro la corrente a un tratto impetuosa. Lottavo per reggermi in piedi, sotto la terribile forza di gravità di quel mondo. La combinazione di gelo, di buio assoluto e di peso oppressivo era terrificante.
Sulla zattera c’erano delle lanterne trovate a Nuova Gerusalemme, ma Aenea accese per prima la vecchia lampada portatile. Il suo raggio tagliò gelidi vapori, brillò su acqua nera, si alzò a illuminare un soffitto di solido ghiaccio a una quindicina di metri dalla nostra testa. Stalattiti di ghiaccio pendevano fin quasi sull’acqua. Pugnali di ghiaccio emergevano dalla nera corrente ai lati della zattera. Un centinaio di metri più avanti, all’incirca dove il raggio della lampada cominciava ad affievolirsi, una solida parete di blocchi di ghiaccio scendeva fino all’acqua. Ci trovavamo in una grotta di ghiaccio… per giunta priva di visibili vie d’uscita. Il gelo mi bruciava le mani, le braccia, il viso. La gravità mi premeva sulle spalle come una serie di collari di ferro.
— Maledizione — dissi. Legai la barra del timone e zoppicai verso gli zaini. Era difficile stare dritti, con una gamba menomata e ottanta chili sulla schiena. A. Bettik e Aenea erano già lì e tiravano fuori i vestiti pesanti.