— Concordo — disse A. Bettik.
— Più avanti, forse — dissi; ma in quel momento rimpiangevo di non essermi impuntato per prelevare dall’armadio AEV della nave alcune cose: tute riscaldate per ambienti ostili, attrezzatura per immersioni, perfino una tuta spaziale… sarebbero state preferibili agli inadeguati abiti invernali nei quali ora rabbrividivamo.
— Pensavo di sparare al soffitto, praticarvi un foro e far entrare la luce del giorno — ripresi. — Ma il rischio che ci crolli in testa mi sembra maggiore delle probabilità di uscire da quella parte.
A. Bettik annuì. Si era messo un bizzarro copricapo di lana con lunghi paraorecchie. Solitamente alto e magro, ora l’androide pareva tondo e grosso, sotto tutti quegli strati d’indumenti. Disse: — Nella borsa dei razzi è rimasto un po’ di plastico, signor Endymion.
— Sì, pensavo proprio a quello. Basta per cinque o sei cariche di moderata potenza… ma restano solo quattro detonatori. Possiamo cercare di aprirci la strada, verso l’alto o di lato o nella parete di ghiaccio che ci blocca. Ma solo se quattro esplosioni saranno sufficienti.
La madonnina tremante mi guardò. — Dove hai imparato a usare gli esplosivi, Raul? Nella Guardia Nazionale di Hyperion?
— Inizialmente — risposi. — Ma in realtà ho imparato davvero a usare l’antiquato plastico quando eliminavo per Avrol Hume i ceppi e i sassi, mentre costruivamo il paesaggio nelle tenute del Becco… — Mi alzai perché faceva troppo freddo per stare fermi a lungo. Il segnale era l’intirizzimento delle dita delle mani e dei piedi. — Proviamo a tornare a monte — proposi, battendo i piedi e flettendo le dita.
Aenea corrugò la fronte. — Il teleporter attivo seguente è sempre a valle…
— Vero, ma forse qui c’è una via d’uscita a monte. Troviamo un po’ di calore, un modo per uscire da questa grotta, un luogo dove resistere per un poco… e poi pensiamo a come arrivare al portale seguente.
Aenea annuì.
— Ottima idea, signore — disse A. Bettik, spostandosi verso la pertica di destra.
Prima di avviarci, raddrizzai l’albero maestro (ne tagliai via un metro, in modo che non urtasse le stalattiti più basse) vi appesi una lanterna e ne sistemai altre quattro agli angoli della zattera; poi spingemmo l’imbarcazione a risalire la corrente. Le luci formavano piccoli aloni giallastri nella nebbia che si congelava.
Il fiume era poco profondo (non arrivava a tre metri) e le pertiche ci davano una buona spinta, ma la corrente era impetuosa: l’androide e io fummo obbligati a usare tutta la nostra forza per smuovere la pesante zattera. Aenea prese da poppa un’altra pertica e si mise al mio fianco per aiutarci. Alle nostre spalle l’acqua turbinava e si riversava sulle tavole di poppa.
Per qualche minuto l’esercizio fisico ci scaldò (sudavo perfino e il sudore si gelava contro gli indumenti) ma dopo trenta minuti di sforzi e di riposi, di riposi e di sforzi, cominciammo a gelare di nuovo e avevamo percorso solo un centinaio di metri.
— Guardate — disse Aenea. Posò la pertica e prese la torcia più potente.
A. Bettik e io ci appoggiammo alle pertiche, tenendo ferma la zattera. L’estremità di un massiccio portale sporgeva dai grandi blocchi di ghiaccio come un piccolo arco di ruota di un’antico veicolo terrestre intrappolato in un ghiacciaio. Al di là del minuscolo pezzo di portale ancora libero, il fiume si restringeva fino a passare in una fenditura larga solo un metro e poi scomparire sotto un’altra parete di ghiaccio.
— Il fiume sarà stato al massimo cinque o sei volte più ampio di adesso — disse A. Bettik — se l’arcata del portale andava da riva a riva.
— Già — commentai, esausto e demoralizzato. — Torniamo dall’altra parte. — Alzammo le pertiche e in breve percorremmo la galleria di ghiaccio, coprendo in due minuti il tratto che avevamo faticato a coprire in trenta. Fummo costretti a usare le pertiche per rallentare la zattera ed evitare che urtasse contro la parete di ghiaccio finale.
— Bene, siamo di nuovo qui — disse Aenea. Ispezionò con il raggio della torcia i dirupi di ghiaccio ai lati. — Potremmo scendere a terra, se ci fosse una riva. Ma non c’è.
— Possiamo procurarcela usando il plastico — proposi. — Fare una sorta di grotta di ghiaccio.
— Sarebbe più calda? — domandò Aenea. Senza la termocoperta, tremava di nuovo. Aveva talmente poco grasso subcutaneo che il calore le scorreva via di dosso.
— No — risposi in tutta sincerità. Per la ventesima volta andai alla tenda e ai bagagli per cercare qualcosa che si rivelasse la nostra salvezza. Razzi di segnalazione. Plastico. Le armi… i cui astucci erano adesso coperti della brina che si formava su ogni cosa. Una sola termocoperta. Cibo. Il termocubo ardeva ancora e la bambina e l’androide si erano rannicchiati di nuovo lì accanto. Regolato sul massimo, sarebbe durato un centinaio d’ore, prima di esaurire la carica. Se avessimo avuto del buon materiale isolante, avremmo potuto fare una capanna di ghiaccio abbastanza riparata da tenerci in vita tre o quattro volte più a lungo, regolando sul minimo il termocubo…
Non avevamo materiali isolanti. Il microtessuto della tenda era roba buona, ma poco isolante. E il pensiero di stare rannicchiati in una tomba di ghiaccio, mentre le torce e le lanterne si consumavano (si sarebbero consumate più in fretta, in quel gelo) a guardare il termocubo che si raffreddava e ad aspettare la morte… be’, mi dava fitte allo stomaco.
Andai a prua, esaminai alla luce della torcia per l’ultima volta il ghiaccio color latte e l’acqua nera e dissi: — E va bene, ecco cosa faremo.
Dal piccolo cerchio di luce intorno al termocubo Aenea e A. Bettik mi fissarono. Tremavamo tutti.
— Ora prendo un po’ di plastico, i detonatori, tutta la miccia che abbiamo, la fune, una ricetrasmittente, la mia torcia laser e… — trassi un profondo respiro — e mi tuffo sotto quella maledetta parete, mi lascio portare dalla corrente e mi auguro proprio che questo sia solo un tratto sotterraneo e che più avanti il fiume si apra. Se si apre, emergo e metto le cariche dove otterranno i migliori risultati. Forse riusciamo a praticare un’apertura per la zattera. In caso contrario, abbandoniamo la zattera e andiamo a nuoto fino…
— Morirai — disse Aenea, in tono piatto. — In dieci secondi sarai bloccato dall’ipotermia. E come faresti, dopo, a risalire la corrente?
— Per questo porto la fune. Se c’è un posto dove stare lontano dall’esplosione, mi fermo dall’altra parte e pratico l’apertura; in caso contrario, vi faccio un segnale con un certo numero di strattoni e voi mi tirate alla zattera. Appena a bordo, mi spoglio e mi avvolgo nella termocoperta. È isolante al cento per cento. Se mi resta un briciolo di calore corporeo, sopravvivo.
— E se ci toccherà nuotare? — obiettò Aenea, dubbiosa, nello stesso tono piatto. — La coperta non è abbastanza grande per tutti.
— Portiamo il termocubo. Usiamo la coperta come tenda, finché non ci scaldiamo.
— Su cosa ci scaldiamo? — obiettò Aenea, con una vocina. — Qui non c’è riva… perché dovrebbe esserci dall’altra parte?
Scacciai con un gesto l’obiezione. — Proprio per questo cerchiamo di praticare un’apertura per la zattera — dissi pazientemente. — Se non ci riuscirò, userò il plastico per abbattere una parte della parete. Ci faremo trasportare dalla corrente sopra una lastra di ghiaccio. Qualsiasi cosa, pur di raggiungere il prossimo portale.
— E se usiamo tutto il plastico e dopo venti metri troviamo un’altra parete di ghiaccio? — disse Aenea. — E se il portale si trova a cinquanta chilometri?
Stavo per ripetere il gesto, ma mi accorsi che le mani mi tremavano troppo… per il freddo, mi augurai. Le infilai sotto le ascelle. — Allora moriremo dall’altra parte di questa parete — conclusi. Avevo davanti agli occhi il vapore del respiro. — Meglio che morire qui.
Dopo un momento di silenzio, A. Bettik disse: — Il piano pare la nostra migliore possibilità, signor Endymion, ma… noti la logica dell’obiezione… dovrei andare io. Lei è convalescente, indebolito per le recenti ferite. Io sono stato biocostruito per resistere a temperature estreme.