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— Non estreme come questa. Vedo benissimo che hai i brividi. E poi non sapresti dove sistemare le cariche.

— Può darmi le indicazioni, signor Endymion. Con la ricetrasmittente.

— Non sappiamo se funzioneranno, attraverso tutto quel ghiaccio. E poi sarà un compito difficile. Come tagliare un diamante… bisogna sistemare le cariche nei posti giusti.

— Tuttavia è solo sensato che sia io a…

— Può darsi che sia sensato — lo interruppi — ma non andrà così. Il compito è mio. Se… fallisco, prova tu. Inoltre, vinca o perda, sulla zattera dev’esserci una persona robusta per tirarmi. — Mi avvicinai all’androide e gli strinsi la spalla. — Stavolta faccio pesare il grado, A. Bettik.

Malgrado i brividi, Aenea gettò da parte la termocoperta. — Quale grado? — domandò.

Raddrizzai le spalle e assunsi una finta posa eroica. — Ho il piacere d’informarvi d’essere stato sergente di terza classe nei lancieri della Guardia Nazionale di Hyperion. — La dichiarazione fu rovinata solo un poco dal battere di denti.

— Sergente — disse Aenea.

— Di terza classe — precisai.

Aenea mi abbracciò. Rimasi sorpreso e abbassai le braccia per darle goffamente una pacca.

— Di prima classe — disse piano Aenea. Arretrò, batté i piedi, si alitò sulle mani. — E va bene… cosa facciamo?

— Prendo la roba che mi serve. Perché non cerchi quei cento metri di fune che avete usato per l’ancora galleggiante su Mare Infinitum? Dovrebbero bastare. A. Bettik, ti spiace spostare la zattera contro la parete di ghiaccio in modo che l’intera poppa non sia invasa dall’acqua? Forse, spingendola sotto quella bassa sporgenza…

Per un momento fummo affaccendati tutt’e tre. Quando ci riunimmo di nuovo a prua, sotto l’albero maestro accorciato e la lanterna sempre più fioca, dissi a Aenea: — Credi ancora che qualcuno o qualcosa ci mandi per precise ragioni in questi specifici mondi del Teti?

Aenea guardò nel buio per qualche secondo. Dietro di noi, un’altra stalattite cadde in acqua, con un tonfo sordo. — Sì — disse Aenea.

— E qual è la ragione di questo vicolo cieco?

Aenea si strinse nelle spalle, gesto che, in circostanze diverse, sarebbe parso un po’ buffo, sotto tutti quegli strati di vestiario. — Tentazione — rispose.

Non capii. — Tentazione per cosa?

— Odio il freddo e il buio. Li ho sempre odiati. Forse qualcuno m’induce in tentazione per farmi usare certe… facoltà… che ancora non ho adeguatamente esplorato. Alcuni poteri che ancora non mi sono guadagnata.

Guardai le acque nere e turbinanti dove avrei nuotato fra meno di un minuto. — Be’, ragazzina, se possiedi poteri o facoltà che possano toglierci di qui, ti suggerisco di esplorarli e di usarli anche se non te li sei ancora guadagnati.

Aenea mi toccò il braccio. Portava come guanti un paio di miei calzini di lana. — È solo una mia congettura — disse, emanando una nuvoletta di vapore che si congelò sulla tesa del cappello calato sugli occhi. — Ma niente di ciò che imparerò potrebbe toglierci di qui in questo momento. Lo so per certo. Forse la tentazione è… Non ha importanza, Raul. Vediamo se riusciamo ad attraversare questa cascata di ghiaccio.

Annuii, inspirai a fondo e mi spogliai, tenendo solo la biancheria. Lo choc per l’aria gelida fu terribile. Terminai d’annodarmi la fune intorno al petto, notai che le dita diventavano già rigide e inutili, presi da Aenea la sacca a spalla contenente il plastico e dissi: — L’acqua del fiume potrebbe essere tanto gelida da fermarmi il cuore. Se non darò un forte strattone entro i primi trenta secondi, tiratemi sulla zattera.

L’androide annuì. Avevamo già stabilito gli altri segnali che avrei usato.

— Oh, se mi tirate a bordo e sono in coma o già morto — soggiunsi, cercando di parlare con indifferenza — non dimenticate che potrei essere risuscitato anche dopo alcuni minuti dall’arresto cardiaco. L’acqua gelida dovrebbe ritardare la morte cerebrale.

A. Bettik annuì di nuovo. Era in piedi, con la corda sulla spalla e arrotolata intorno alla cintola, nella classica posa dello scalatore.

— Bene — dissi, accorgendomi di tirarla per le lunghe e di perdere così calore corporeo. — Ci vediamo fra qualche minuto. — Scavalcai la fiancata e scivolai nell’acqua nera.

Credo che il cuore mi si fermò davvero per un minuto, ma poi riprese a battere quasi dolorosamente. La corrente era più forte di quanto non m’aspettassi. Prima che fossi pronto, minacciò di tirarmi a fondo e sotto la parete di ghiaccio. In realtà mi trascinò di alcuni metri a destra della zattera e mi mandò a sbattere dolorosamente contro il ghiaccio scabro, provocandomi un taglio alla fronte e lividi alle braccia. Mi aggrappai con tutte le forze al ghiaccio frastagliato, sentendo che le gambe e la parte inferiore del corpo erano trascinate nel vortice sotterraneo e lottai per tenere il viso fuor d’acqua. La stalattite caduta poco prima dietro di noi urtò la parete di ghiaccio a solo un mezzo metro alla mia sinistra. Se avesse colpito me, avrei perso i sensi e sarei annegato senza neppure accorgermene.

— Forse… non… è stata… una… buona idea — ansimai, battendo i denti; poi perdetti la presa e fui trascinato sotto la cascata di ghiaccio.

37

De Soya ha l’idea di lasciar perdere lo schema di ricerca della Raffaele e di traslare direttamente nel primo dei sistemi catturati dagli Ouster.

— Quale vantaggio ne avremmo, signore? — domanda il caporale Kee.

— Nessuno, forse — ammette il Padre Capitano de Soya. — Ma se c’è una relazione con gli Ouster, lì potremmo scoprire qualche indizio.

Il sergente Gregorius si liscia la mascella. — Sì, ma potremmo anche cadere in mano a uno Sciame. Questa nave non è la meglio armata della flotta di Sua Santità, se me lo consente, signore.

De Soya annuisce. — Però è veloce. Probabilmente potremmo battere in velocità la maggior parte delle navi di uno Sciame. E forse ormai quelli avranno abbandonato il sistema: tendono a fare così, colpiscono, fuggono, spingono indietro la Grande Muraglia della Pax, poi lasciano nel sistema solo una simbolica difesa perimetrale, dopo avere causato la maggior distruzione possibile sul pianeta e sulla popolazione… — S’interrompe. Ha visto di persona solo uno dei pianeti devastati dagli Ouster, Svoboda, ma si augura di non vederne mai altri. — Comunque — riprende — per noi su questa nave non cambia niente. Di norma il balzo quantico al di là della Grande Muraglia comporterebbe otto o nove mesi di tempo/nave, con un debito temporale di undici anni o più. Per noi si tratterà del solito balzo istantaneo e di tre giorni per la risurrezione.

Il lanciere Rettig alza la mano, come fa spesso in quelle discussioni. — Bisogna considerare una cosa, signore.

— Quale?

— Gli Ouster non hanno mai catturato un corriere Arcangelo, signore. Non credo siano al corrente dell’esistenza di queste navi. Diamine, signore, gran parte della nostra flotta ignora perfino che esiste la tecnologia per le Arcangelo.

De Soya capisce subito il punto, ma Rettig prosegue: — Perciò sarebbe un bel rischio, signore. Non per noi stessi, ma per la Pax.

Segue un lungo silenzio. Alla fine de Soya dice: — Giusta obiezione, lanciere. Anch’io ci ho riflettuto. Ma il Comando della Pax ha costruito questa nave con la culla automatica di risurrezione per consentirci di andare al di là dello spazio della Pax. Mi pare sottinteso che potrebbe presentarsi la necessità di seguire qualche traccia nella Periferia… nel territorio Ouster, se occorre. — Prende fiato. — Io ci sono stato. Ho bruciato le loro foreste orbitali e mi sono aperto la strada combattendo per uscire dagli Sciami. Gli Ouster sono… bizzarri. Il loro tentativo di adattarsi ad ambienti insoliti, perfino allo spazio, è… blasfemo. Forse loro non appartengono più alla razza umana. Ma le loro navi non sono veloci. La Raffaele dovrebbe essere in grado di entrare nella Periferia e poi di traslare a velocità quantiche, se c’è pericolo che sia catturata. E possiamo programmarla in modo che si autodistrugga in caso di cattura.