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«Circa otto metri» mi mormorò nell’orecchio la voce di A. Bettik.

«Merda» borbottai, dimenticando che l’apparecchio avrebbe trasmesso anche i suoni subvocalici. Mi erano parsi almeno venti o trenta metri. «Bene» trasmisi «sistemerò qui la prima carica.»

Riuscivo ancora a flettere le dita quanto bastava per commutare la torcia laser sull’intensità massima e scavare nel fianco della fenditura una piccola nicchia. Avevo premodellato il plastico e ora lo lavorai, lo sagomai e lo indirizzai. Il materiale era un esplosivo "sagomato", nel senso che l’esplosione si sarebbe scaricata nell’esatta direzione da me predisposta, se i preparativi erano stati eseguiti nel modo corretto. In questo caso avevo fatto in precedenza gran parte del lavoro, sapendo che l’esplosione andava diretta verso l’alto e all’indietro verso la parete di ghiaccio alle mie spalle. Ora puntai precisi filamenti della forza esplosiva: la stessa tecnologia che consentiva a una scarica al plasma di tagliare una lastra d’acciaio come un chiodo rovente lasciato cadere sul burro avrebbe mandato quei filamenti di plasma a trapassare l’incredibile massa di ghiaccio dietro di me. Avrebbe dovuto tagliare gli otto metri di muraglia in piccoli pezzi che sarebbero caduti nel fiume. Contavamo sul fatto che negli anni del terraforming i generatori avessero aggiunto all’atmosfera una quantità d’azoto e d’anidride carbonica sufficiente a impedire che lo scoppio si tramutasse in una massiccia esplosione di ossigeno incendiato.

Poiché sapevo esattamente dove volevo dirigere la forza dello scoppio, la modellatura delle cariche richiese meno di quarantacinque secondi e ben poca destrezza manuale. Tuttavia, quando le minuscole cariche del detonatore furono a posto, tremavo e avevo quasi perduto la sensibilità. Poiché sapevo che la ricetrasmittente non aveva difficoltà a penetrare quella quantità di ghiaccio, impostai nei detonatori il codice prefissato e non usai la miccia contenuta nella sacca.

«A posto» ansimai nel microfono. «Dài corda.»

La folle corsa ricominciò, con la corrente che mi tirava in basso nelle tenebre e mi sbatteva di nuovo contro il soffitto di ghiaccio; e poi l’affannosa ricerca d’aria, gli ordini trasmessi in ansiti, la lotta per vedere e lavorare, mentre venivo prosciugato delle ultime tracce di calore.

Il ghiaccio continuò per altri trenta metri… proprio il limite estremo perché secondo me il plastico avesse l’effetto voluto. Sistemai le cariche in altri due punti, un crepaccio e uno stretto foro scavato nel solido soffitto. Nell’ultimo caso avevo le mani completamente intirizzite (era come se portassi grossi guanti di ghiaccio), ma riuscii a indirizzare l’esplosione a monte e a valle più o meno secondo i giusti vettori. Se presto non ci fosse stata una fine a quella muraglia di ghiaccio, tutto il mio lavoro sarebbe stato inutile. A. Bettik e io avevamo previsto che ci sarebbe toccato usare la scure per spaccare una parte del ghiaccio, ma non avremmo potuto farci strada in tutti quei metri di roba.

Dopo quarantun metri emersi nell’aria. Sulle prime ebbi paura che si trattasse solo di un altro crepaccio, ma poi usai la torcia laser e il raggio mostrò una caverna più lunga e più larga di quella dove c’era la zattera. Avevamo discusso questa possibilità e deciso che non avremmo fatto esplodere le cariche, se avessi visto la fine di un’eventuale seconda caverna; ma quando abbassai il raggio della torcia per seguire il nero corso d’acqua, illuminando anche lì nebbia e stalattiti, vidi che il fiume, largo in quel punto circa trenta metri, faceva una curva e scompariva alcune centinaia di metri più a valle. Anche qui, come nell’altra caverna, non c’erano rive né tunnel visibili, ma almeno il fiume continuava a scorrere.

Avrei voluto vedere che cosa faceva il fiume al di là della curva, ma non avevo né la corda né il calore corporeo necessari per nuotare fin lì, guardare e tornare indietro vivo. «Riportami indietro!» ansimai.

Per i due minuti seguenti rimasi appeso alla fune (o cercai di restare appeso: non riuscivo più a usare le mani) mentre l’androide lottava contro la terribile corrente e mi tirava, fermandosi di tanto in tanto, quando mi tenevo a galla sulla schiena e inalavo la gelida aria dei crepacci. Poi la corsa ricominciava.

Se nell’acqua ci fosse stato A. Bettik (o anche solo la bambina) e avessi dovuto tirare io la fune, non sarei riuscito a tirare né l’uno né l’altra in un tempo neppure quattro volte superiore a quello che l’androide impiegò per tirare fuori me. A. Bettik era robusto, lo sapevo, ma non certo un superuomo, non possedeva una miracolosa forza androide, eppure quel giorno rivelò una forza sovrumana. Posso solo immaginare le riserve d’energia a cui attinse per tirarmi sulla zattera così rapidamente. Lo aiutai come potevo, tagliandomi le mani nel tentativo di fare leva contro il soffitto di ghiaccio e di tenere lontano le stalattiti più acuminate, scalciando senza molta forza nella corrente.

Quando con la testa sbucai di nuovo fuor d’acqua e vidi l’alone di lanterna e le sagome dei miei due compagni protese verso di me, non avevo la forza d’alzare le braccia né di agevolarli, mentre mi tiravano di peso sulla zattera. A. Bettik mi prese per le ascelle e mi sollevò gentilmente dall’acqua. Aenea m’afferrò per le gambe gocciolanti e insieme mi portarono verso prua. Nella mia confusione mentale ricordai la chiesa cattolica presso la quale a volte ci fermavamo nel villaggio di Latmos, nella palude settentrionale, dove compravamo cibo e semplici provviste da pastori, e uno dei grandi dipinti religiosi sulla parete sud di quella chiesa: Cristo deposto dalla croce, le braccia di uno dei discepoli sotto le ascelle, i piedi feriti sorretti dalla Vergine.

"Non montarti la testa" mi disse una vocina non invitata, facendosi largo nella nebbia che m’avvolgeva la mente. Parlava come Aenea.

Mi trasportarono nella tenda incrostata di brina, dove avevano preparato la termocoperta, sopra una pila di due sacchi a pelo e un sottile stuoino. Il termocubo brillava accanto a quel nido. A. Bettik mi tolse di dosso la biancheria zuppa d’acqua, la sacca con i razzi e la ricetrasmittente. Mi levò dal polso la torcia laser e la mise nel mio zaino; m’infilò nel sacco a pelo, m’avvolse nella termocoperta e aprì un medipac. Mi applicò appiccicosi contatti biomonitor sul torace, sull’interno delle cosce, sul polso sinistro e sulla tempia; guardò un attimo i diagrammi e poi, come concordato, m’iniettò una unità di adrenonitrotalina.

"Sarai già stufo di tirarmi a secco" avrei voluto dirgli; ma le mascelle e la lingua e l’apparato vocale non mi soccorsero. Ero talmente gelato da non tremare nemmeno. La consapevolezza era un filo sottile che mi collegava alla luce e ondeggiava nel vento gelido che soffiava dentro di me.

A. Bettik si chinò più vicino. — Signor Endymion, le cariche sono sistemate?

Riuscii a rispondere con un cenno. Non potevo fare altro: e anche quel semplice cenno fu come muovere una goffa marionetta.

Aenea s’inginocchiò accanto a me. Disse ad A. Bettik: — Lo tengo d’occhio io. Tu portaci fuori di qui.

L’androide lasciò la tenda per allontanare la zattera dalla parete di ghiaccio e spingerla a monte. Dopo l’energia che aveva speso per vincere la corrente e tirarmi a bordo, non riuscivo a credere che trovasse ancora la forza di spingere a monte l’intera zattera per la distanza necessaria.

Cominciammo a muoverci. Dall’apertura della tenda vedevo la lanterna brillare nella nebbia e il lontano soffitto. La nebbia e le stalattiti di ghiaccio si muovevano lentamente attraverso il piccolo triangolo di riferimento: mi pareva di scrutare da un foro isoscele il nono girone dell’inferno dantesco.

Aenea sorvegliava i monitor del semplice medipac. — Raul… Raul… — mormorò.

La termocoperta tratteneva il calore prodotto dal mio corpo, ma mi sentivo come se il calore prodotto fosse zero. Le ossa mi dolevano per il gelo, ma le terminazioni nervose, gelate, non trasmettevano il dolore. Ero molto, molto assonnato.